Czytaj książkę: «Origine della lingua italiana: dissertazione»
Luigi Morandi
Origine della lingua italiana: dissertazione

Pubblicato da Good Press, 2022
EAN 4064066088101
Indice
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
I.
Indice
Non paia strano ch’io cominci il mio ragionamento col combattere il titolo, che io stesso gli ho dato.
Le parole: Origine della Lingua italiana, presentano la questione nel modo come è concepita dai più, e sono anche il titolo più comune, col quale viene trattata. Io quindi le ho messe nel frontespizio, per non rendermi singolare, ma insieme per aver subito occasione di dimostrare, che esse non rispondono bene a una trattazione rigorosa della materia, e conducono necessariamente fuori di strada chi le accetta per guida.
Infatti, è o non è lingua italiana quella usata da monsignor Giovanni della Casa nel suo famoso Galateo? Sicuro, è lingua italiana; e così bisogna chiamarla, non foss’altro, perchè non si saprebbe chiamare diversamente.
Eppure, io trovo che la prima parola di codesto libro è un conciossiacosachè, parola che di certo non fu mai usata parlando; e trovo che il cavalier Lionardo Salviati, volendo fare il maggiore degli elogi al medesimo libro, dice che in «cosa che appena par da credere, l’Autore la moderna legatura delle parole, ed il moderno suono, mentre continuo l’aveva nell’orecchie, si potette dimenticare.»[1]
Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare l’origine?
Della parlata, soprattutto,—mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.
Ma, parlata, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo, hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe poi, più o meno, viziato?
Perciò io dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi italiani.
E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto il sud–est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’Origine degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani, giacche è quasi impossibile parlar della specie, senza toccare un poco anche del genere.
Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni, s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei: italiano,[2]—francese,—provenzale,[3]—spagnolo,—portoghese,—rumeno o valacco.
p2
II.
Indice
Ho già accennato che tutti, cioè i dotti e le persone ragionevoli, si trovano ormai d’accordo nel ritenere che gl’idiomi romanzi hanno la loro prima e principale origine dal latino. Ma a quante strane opinioni si dovette dare lo sfratto, innanzi di poter arrivare a quest’accordo! Basti ricordarne qualcuna.
Nel secolo XVI, mentre Gioacchino Périon faceva derivare il francese dal greco,[4] il Giambullari (nel Gello) sosteneva che la nostra lingua derivasse principalmente dall’etrusca, la quale, secondo lui, era figlia dell’aramea e sorella della caldea e dell’ebraica. E poichè egli aveva avuto la rara fortuna di conoscere un prete armeno, «grande, magro, bruno e di lunga capellatura, il quale affermava che l’arca di Noè era ancora nei monti loro, non intera già, ma conquassata e rovinata in gran parte da alberi grossissimi che vi eran nati:» gli pareva evidente che il Janus dei Romani provenisse, come aveva già detto il suo amico Gelli, da jain, «voce aramea ed ebrea, che significa vino, e da no, che vuol dire famoso, cioè famoso e celebre per il vino;» e che perciò fosse tutt’uno con Noè, il piantatore della vite, venuto nell’Enotria, la terra del vino, a diffondervi l’arameo, e poi «gloriosamente sotterrato nel monte Janicolo.»
Nel 1606, Stefano Guichart pubblicò a Parigi un libro, intitolato così: Harmonie étymologique des langues, où se démontre que toutes les langues sont descendues de l’hébraique, che per lui, come per tanti altri, era la lingua stessa parlata da Adamo nel paradiso terrestre. E finalmente, nel secolo passato, il nostro Quadrio scriveva che «ad un parto con la Lingua Latina, e sorella di essa, nacque l’Italiana odierna Favella dalla Pelasga, dall’Osca, dalla Greca e forse ancor dall’Ebraica.... Anzi, siccome le cose imperfette esistono prima, che le perfette; così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che l’odierna Lingua Italiana fosse prima, che la cólta Latina.»[5] Argomentazione, la quale potrebbe benissimo mutarsi in quest’altra: siccome le cose imperfette esistono prima che le perfette, così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che il cervello del Quadrio fosse un cervello antidiluviano.
Rallegriamoci dunque, della presente concordia sul punto principale della questione; e prima di vedere le varie opinioni sui punti secondari, per attenerci a quelle che ci paiono più fondate, sbarazziamo il terreno da un altro ingombro, che potrebbe impedirci il cammino.
p3
III.
Indice
Tutti, ordinariamente, quando vogliamo dire che una lingua è derivata da un’altra, diciamo che ne è figlia. Ma questo è uno di que’ tanti traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà delle cose.
I concetti, infatti, di madre e di figlia implicano necessariamente l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa lingua.
Il nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che «ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio.» E Guglielmo Humboldt, dopo di lui, disse che «la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi.»
Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino «quelle parti in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.»[6] Per esempio, in Plauto si legge: unus servus violentissimus; in Cicerone: cum uno gladiatore nequissimo; e in Curzio Rufo: Alexander unum animal est: frasi che contengono il germe dell’articolo indeterminato, che è in tutto le nuove lingue, e che il latino, per regola generale, non aveva.
Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice: insistam forti mente, invece di insistam fortiter. E un obstinata mente perfer s’incontra in Catullo, un jucunda mente respondit in Apuleio. Ecco qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini (fortemente, ostinatamente, giocondamente, ecc.), nati dall’accoppiamento dell’ablativo mente con l’aggettivo, e nell’uso de’ quali non si tiene più nessun conto del loro valore etimologico, poichè diciamo benissimo mangiare avida–mente, quantunque si mangi con la bocca, e non con la mente; appunto come Ovidio diceva che sarebbe stato forti mente a cavallo, quantunque in realtà ci stesse con le gambe.
In tutti gli scrittori latini s’incontrano spesso le forme accorciate amasti per amavisti, amastis per amavistis, amarunt per amaverunt, corrispondenti, come ognun vede, alle forme italiane amasti, amaste, amarono, alle francesi aimas, aimâtes, aimèrent, alle spagnole amaste, amásteis, amaron, ecc.
Di regola, il verbo habere non era ausiliare. Ma chi non lo sente già usato come tale in alcuni passi, per esempio, di Cicerone?—Ad meam fidem, quam habent spectatam jam et cognitam, confugiunt (Div. Caec., § 11);—Nec scriptum habeo (Verr., act. II, lib. IV, § 36);—Eum autem emptum habebat (Tull., 16);—De Caesare.... satis dictum habebo (Phil., V, § 52).
In Varrone, in Lucrezio e in Virgilio, s’incontra già il pronome mihi (a me), accorciato in mi. E perfino certe particolari maniere di dire, che a noi paiono tutte nostre, si trovano già tali e quali in latino. In Plauto, per esempio, troviamo: Ossa atque pellis sum (son pelle e ossa—Capt. I, 2);—Quod si sciret, esset alia oratio (se lo sapesse, sarebbe un altro discorso—Merc., II, 3);—Non is sum, qui sum, nisi.... (non son chi sono, se non....—Men., III, 2);—Oleo tranquilliorem (più cheto dell’olio—Poen., V, 4).—E in Cicerone: Digito caelum attingere (toccare il ciel col dito—Ep. ad Att., II, 1, 7).—E in Petronio: Lacte gallinaceum, si quaesieris, invenies (ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di gallina—Satir., XXXVIII);—Nondum recepit ultimam manum (non ha ancora avuto l’ultima mano—Ibid., CXVIII).
Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.
Il che però non vuoi dire che queste lingue derivassero dal latino con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore, dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla pronunzia.[7] E poi, la sua naturale trasformazione fu, dove più dove meno, affrettata e anche in parte alterata dallo sconvolgimento politico, religioso e sociale. Se così non fosse, è chiaro che tutta l’Europa latina avrebbe finito col parlare una lingua sola. Dunque, la sentenza del nostro Lanzi, perchè possa adattarsi alla storia del latino e degl’idiomi derivati da esso, va modificata così: «Ogni anno si fa un passo, più o meno lungo, secondo le circostanze, verso un nuovo linguaggio.»
Eccoci quindi condotti a studiare un poco le cause estrinseche, accennate qui sopra, che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del latino.
p4
IV.
Indice
La lotta, che il latino sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose, dovette essere molto lunga per tutto, ma specialmente là dove l’influenza di Roma si fece sentir meno, o dove fu meno aiutata dall’antica parentela, che legava l’idioma dei vincitori con quasi tutti gl’idiomi de’ vinti;[8] giacchè è naturale che la parola indigena opponesse minor resistenza, quando somigliava ancora alla corrispondente latina, che la veniva opprimendo.
Ma là pure dove la resistenza degl’idiomi indigeni dovette esser maggiore, e la lotta più lunga e ostinata, la vittoria finale del latino, se si guarda al corpo e all’organismo della lingua, più che alle particolarità della pronunzia, non poteva esser più intera; giacchè, per esempio, è vero che da un passo di Aulo Gellio possiamo ragionevolmente argomentare che nel secondo secolo dell’era nostra, nelle Gallie e in Etruria, vivessero ancora più o meno gl’idiomi indigeni;[9] ma è vero altresì che questi idiomi furono alla fine sopraffatti dal latino in tal modo, che nel francese moderno le parole di accertata origine celtica non son più d’una ventina, e negl’idiomi toscani è scomparso ogni vestigio perfino di voci etrusche comunissime, di quelle cioè che il popolo men facilmente dimentica, come clan (figlio), verse (fuoco), gapos (carro), damnos (cavallo), ecc. E si noti che nel francese moderno non restano ormai altro che un secentocinquanta vocaboli d’origine ignota; sicchè, se anche parecchi di essi appartennero, come è probabile, al celtico, le tracce lasciate da questo nel Vocabolario della nuova lingua sarebbero sempre ben povera cosa.[10]
Nè di gran conseguenza possono dirsi anche gli effetti delle altre cause estrinseche.
Pietro Bembo sostenne che l’italiano nascesse, durante le invasioni, da una specie d’ibrido connubio della lingua latina con gl’idiomi de’ barbari.[11] Ma a combattere quest’opinione (seguìta già più o meno risolutamente, anche dal Varchi, dal Muratori, dal Tiraboschi, dal Perticari e da molti altri), basterebbe un confronto, anche superficialissimo, tra le leggi fonetiche del gruppo latino e quelle del gruppo teutonico. Basterebbe, cioè, osservare che gl’idiomi teutonici abbondano di aspirazioni, accentano la sillaba della radice, preferiscono le consonanti forti, e offrono molte combinazioni di suoni che mancano affatto alle lingue romanze. Invano si cercherebbe in queste lingue qualcuna di quelle alterazioni che la parola latina pativa in bocca di genti, le quali pronunziavano Muntus fuld tezibi, invece di Mundus vult decipi. Invano vi si cercherebbe quel miscuglio di suoni disformi, che, per esempio, attesta nell’inglese la duplice origine anglosassone e normanna; o quella promiscuità di forme, che attesta nel persiano la prolungata influenza dell’arabo.[12]
D’altra parte, molti caratteri organici fondamentali delle nuove lingue (se si eccettuano alcune anomalie, specialmente del valacco) essendo in tutte gli stessi, ne viene di conseguenza che la loro vera ed intima sorgente non potè essere che una sola.
Tutte, infatti, conservarono scrupolosamente, salvo poche eccezioni, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino, e che è come l’anima o il perno della parola.
Tutte, per l’indebolimento fonetico e la conseguente trasformazione o caduta delle desinenze, perdettero, prima o poi, i casi della declinazione latina; e vi sostituirono un più speciale uso delle preposizioni, del quale però, al solito, si trovano tracce anche ne’ classici (ad carnificem dabo, invece di carnifici dabo, in Plauto; de duro ferro aetas, invece di ex duro ferro aetas, in Ovidio, e molte altre simili).[13]
Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (commentarium e commentarius, nuntium e nuntius, calamistrum e calamister, ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomi unus e ille cavarono un nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’ quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14] Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nome mens il senso di modo, maniera, e aggiungendolo all’aggettivo (sana–mente, forte–mente), generò gli avverbi da sostituire ai terminanti in e e in ter (sane, fortiter), poichè queste terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia, si confondevano con quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]
Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè, l’uso di habere per ausiliare; abbandonarono la forma passiva amor (sono amato), che, caduto l’r, si confondeva con l’attivo amo, e vi sostituirono l’ausiliare essere col participio passato;[16] arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchè amavi, per esempio, poteva significare tanto amai, che ho amato ed ebbi amato; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale, che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni del futuro, amabo, tacebo, dicam, venivano confondendosi con l’imperfetto amabam, tacebam, e col presente congiuntivo dicam, le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliare avere con l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima di tutto, per evitare amavo (derivante da amabo, amerò, come fava da faba, lavorare da laborare), che si sarebbe confuso con l’imperfetto amava o amavo (da amabam), si ricorse a una perifrasi, già usata in certi casi, e si disse: habeo amare o amare habeo, cioè ho da amare; e poi da amare habeo si fece amar hao, amar ho, amarò,[17] e infine amerò;—spagn. amaré = amar–he; portogh. amarei = amar–hei; provenz. amarai = amar–ai; franc. aimerai = aimer–ai.[18]
Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni romane il sentimento della quantità, ossia delle lunghe e delle brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma sullo sforzo (ictus) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche stare l’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca, non fosse a quantità, ma ad accenti;[19] certo è che racconto ebbe poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune, e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad judicium aurium examinata, ut puta veluti sunt cantica poetarum vulgarium.»[20] Che poi anche il verso principale delle nuove lingue, il nostro endecasillabo,[21] provenga dal latino, è un’altra questione; giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto. E gli argomenti addotti dal Rajna[22] contro codesta provenienza dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:
Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;
col trimetro giambico catalettico:
Ignotus heres regiam occupavi;
col falecio:
Disertissime Romuli nepotum,
e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non abbia una piena e assoluta certezza.
Anche la rima s’incontra qualche volta nei classici greci e latini; e s’incontra non solo usata per caso, ma intenzionalmente come mezzo stilistico, quale è di certo, se non nel primo, nel secondo di questi due esempi:
Non satis est pulcra esse poëmata; dulcia sunto, Et quocumque volent animum auditoris agunto.
Hor. Epist., II, 3, 99–100.
Quot caelum stellas, tot habet tua Roma puellas.
Ovid. Ars am. I, 59.
Insomma, il linguaggio, come tutti gli organismi viventi, mutando le condizioni di vita, manifesta e svolge energie o facoltà prima nascoste o non avvertite. E le lingue romanze, specialmente se si considerano nel loro organismo, non sono altro che il latino adulto. Il cristianesimo, le invasioni, i commerci non poterono alterare la loro intima essenza, o, come vedremo tra poco, l’alterarono solo in piccolissima parte; quantunque dessero, per dir così, una spinta al loro sviluppo, e ne alterassero alquanto il Vocabolario.
Per esempio, i due nomi latini domus (casa) e verbum (parola), quando la nuova religione chiamò duomo la casa di Dio e verbo Dio stesso o la sua parola, scomparvero quasi affatto dall’uso comune nel loro primo significato.[23]
Per effetto poi delle invasioni e de’ commerci, le lingue nuove si arricchirono di voci germaniche, arabe e greche. Ma anche queste voci sono, relativamente, un numero assai ristretto.
Il valacco e alcuni dialetti del mezzogiorno d’Italia sono, com’è naturale, i più ricchi di voci greche; lo spagnolo e il portoghese di voci arabe;[24] e molte di queste ultime divennero poi comuni a tutte le altre lingue romanze. Comuni del pari sono, secondo il Diez,[25] circa 300 voci germaniche.[26] Il francese, inoltre, ne possiede in proprio circa 450, l’italiano 140, lo spagnolo e il portoghese 50, e il valacco anche meno. Sicchè, in complesso, tra vive e morte, tra certe e incerte, sommano a un 930 le voci germaniche che il Diez trova nelle nuove lingue, esclusi i dialetti e senza contarci, già s’intende, nè i derivati, nè i nomi propri. E con queste voci divennero pure d’uso comune i suffissi aldo, ardo, lingo (ingo, engo), che si applicarono anche a voci latine (testardo, casalingo, Martinengo, ecc.); come, del resto, accadde anche de’ tre suffissi, derivati dal greco, essa, ismo, ista (leonessa, giudaismo, umanista, ecc.).
Le cifre del filologo tedesco devono essersi alquanto alterate con gli studi posteriori. Ma mettiamo pure che le voci germaniche, introdottesi nelle lingue romanze, siano più d’un migliaio: saranno sempre poca cosa in confronto di tutto il corpo di codeste lingue; e, nella loro pochezza, resteranno come un’eloquentissima testimonianza della inferiorità morale de’ conquistatori, i quali si lasciarono imporre la lingua dai vinti, anzichè imporre ad essi la propria.
Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino, dal greco, sono, per esempio: agognare, borsa, colla, falò, fase, golfo, magari, zio, ecc. (S’intende che non ci si devono comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)
Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che altro, l’industria e il commercio: alcool, alcova, algebra, ammiraglio, ambra, arancio, arsenale, caffè, canfora, carato, cremisino, catrame, carruba, cifra, cotone, gelsomino, lambicco, limone, liuto, mummia, ricamare, sofà, tamarindo, talismano, tamburo, tariffa, zafferano, zero, ecc.
Germaniche sono: araldo, briglia, bosco, bruno, forbire, gonfalone, guerra, guancia, schiena (da skina, romanesco schina), stinco, sperone, strale, ecc.; e ci si sente, più che altro, la guerra.
A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo; giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]
Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi, che l’opinione messa fuori molti anni fa da Max Müller,[28] che cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito così temperato, la respingeva «de toutes ses forces.»
Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi, e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità: vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza. Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo, sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]
Il Müller poi, dal canto suo, nelle Nuove Letture sulla Scienza del Linguaggio (VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione, fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col quale, in fondo, dichiarava di consentire. Ora, dunque, di questa polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del Müller; ed eccone un piccolo saggio.
Darmowy fragment się skończył.