Czytaj książkę: «La Marfisa bizzarra»
Carlo Gozzi
La Marfisa bizzarra

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066073022
Indice
PROPRIETÁ LETTERARIA
LA MARFISA BIZZARRA
PREFAZIONE
CANTO PRIMO
CANTO SECONDO
CANTO TERZO
CANTO QUARTO
CANTO QUINTO
CANTO SESTO
CANTO SETTIMO
CANTO OTTAVO
CANTO NONO
CANTO DECIMO
CANTO UNDECIMO
CANTO DUODECIMO ED ULTIMO
APPENDICE
I
II
AVVERTIMENTO
A CURA
DI
CORNELIA ORTIZ
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1911
PROPRIETÁ LETTERARIA
Indice
NOVEMBRE MCMXI—29238
LA MARFISA BIZZARRA
Indice
POEMA FACETO
A SUA ECCELLENZA LA SIGNORA CATERINA DOLFINO CAVALIERA E PROCURATORESSA TRON
CARLO GOZZI
Con audacia particolare dedico a Vostra Eccellenza la Marfisa bizzarra, ch'è un fascio di dodici canti da me immaginati e scritti, intitolati «poema»; e non contento ancora d'avergli intitolati «poema», ho aggiunto a questo titolo l'epiteto di «faceto». A mio credere, un tale epiteto gareggia di temeritá colla dedica, giudicando la facezia, spezialmente in questo secolo, molto piú difficile della serietá, quantunque meno considerata da infinite persone che non sono né serie né facete.
Un certo bisbiglio di prevenzione fa la Marfisa qualche cosa di conseguenza, e però l'Eccellenza Vostra accetti a buon conto, come a lei dedicato, cotesto bisbiglio anteriore, perché, letta che sia la Marfisa da lei e dal pubblico, non sará trovata cosa degna del menomo riflesso, e sará tronco tosto anche quel favorevole mormorio che le dona qualche fama prima che sia pubblicata. Le prevenzioni onorevoli in aspettativa sogliono riuscir perniziose all'opere ch'escono dalle stampe, perché le fantasie umane, naturalmente voragini insaziabili, in attendendo curiose, si riscaldano, si formano delle idee gigantesche in astratto; ed è facile che sembri loro alfin di vedere la meschina prole della montagna partoriente. La Marfisa, forse con ragione, sará considerata quel parto, ed io averò avuta la sfacciataggine di dedicarla a Vostra Eccellenza.
Non posso tuttavia ridurre interamente il mio cuore a disprezzar questo poema quanto, uniformandomi ad altri, sarei capace esternamente di avvilirlo con le parole. Qualche picciola parte della mia fragile umanitá, non atta alla filosofia, sente un vermicciuolo di predilezione, il qual è poi anche una delle vere cagioni della mia dedica. Si farneticherá forse per indovinar la ragione per la quale io abbia donati piú alle sue che ad altre mani de' fogli spiranti satira per ogni verso. Appago questa curiositá. Certi modi franchi e svelati ne' discorsi dell'Eccellenza Vostra m'hanno fatto giudicare che convenga piú a lei che ad altri una tal dedica, e forse forse procuro con questo dono di sedurre l'animo suo a leggere la Marfisa con una favorevole disposizione. Gli onesti satirici non possono tener celato nemmeno un artifizio che usano in loro favore, com'Ella vede.
Per la cognizione che ho delle sue vaghe produzioni poetiche, del suo intelletto e della sua vivacitá di esprimere un sano giudizio, la sua lingua è da temersi quanto sarebbe da temer la Marfisa bizzarra, se ella avesse il merito che ha la sua lingua. S'io fossi un poeta mellifluo, caderebbero le mie lodi sopra il suo leggiadro portamento, sopra i gigli e le rose del suo colorito, sopra l'oro dei suoi capelli e sopra temi consimili, possedendo Vostra Eccellenza abbondanza di qualitá anche di questa spezie. Sieno i suoi fioriti giardini fatti immortali da que' tanti cigni che la circondano. Un poeta satirico è per lo piú colpito da un animo franco e da una lingua sincera: per questa sola ragione le mie parole pendono piú a queste due che all'altre sue molte rare qualitá. Se tutti gli animi franchi e tutte le lingue sincere s'abbattessero a rendersi osservabili agli amanti del vero, tutti quelli che possedono queste due qualitá goderebbero di quelle fortune che accrescono splendore a' meriti grandi di Vostra Eccellenza; ma di rado i franchi e sinceri s'incontrano in tali amanti, e per ciò, quando dovrebbero abbattersi a fortune, si abbattono a sciagure.
Si dánno sulla terra due generi di persone dette «satiriche» senza considerazione. Il primo è d'invidiosi, inquieti, maligni, traditori, ingrati, d'un interno avvelenato, odiatori, disperati, superbi, collerici per istinto contro al genere umano, buono e cattivo universalmente. Questi riescono detrattori pessimi da essere fuggiti, e sono indegni di dedicare a una bell'anima le loro assassine opere, per eleganti che sieno. Il secondo genere è di osservatori del bene e del male, i quali colla miglior urbanitá ed efficacia che possono, attenendosi a' generali, se non sono punti e sfidati da' particolari, espongono, dipingono, caratterizzano, bilanciano, fanno confronti, riflessioni, lodano il bene, inveiscono contro il male, deridono i pregiudizi, ridono e fanno ridere de' difetti dell'umanitá. Una certa libertá di pensare, un disprezzo de' riguardi, un amore ardito per la veritá gli fa scrittori.
Chi dedica, aspira a qualche benefizio. Io bramo dall'Eccellenza Vostra quel solo benefizio d'essere considerato nel numero del secondo genere de' satirici.
Il mondo difficilmente fa una tale separazione. Nimicizia, ignoranza, dispetto, sospetto mette i detrattori e gli urbani satirici in un solo conto. Vostra Eccellenza non è nimica, non è ignorante, non è dispettosa, non è sospettosa, e sa essere benefattrice volontaria anche di coloro che non le chiedono favori. Affido alle sue mani la Marfisa bizzarra, non meno che la bilancia del mio carattere; e la supplico a voler consentire ch'io possa vantarmi suo servitore e suo satirico.
PREFAZIONE
Indice
SCRITTA TRA 'L DUBBIO CHE SIA NECESSARIA E 'L DUBBIO CHE SIA INCONCLUDENTE
Rispettando chi molto ragiona e poco osserva, io poco ragionando e molto osservando ho ingravidata la mente, la quale, senza incomodare la lingua, ha dato poi tutta la briga, quando a una mia penna di pollo d'India, quando a una mia penna d'oca, di discorrere sopra i fogli che succederanno a questo preambolo. Cotesti fogli formano un libro sulla fronte di cui si vederá scritto: La Marfisa bizzarra, poema faceto. È superflua una confessione che i fatti esposti in dodici canti della Marfisa non siano di gran rimarco. Ciò non è mia colpa. Se nella vecchiaia del mio Turpino i paladini non avessero cambiati gli antichi costumi, che teneano del mirabile, gli accidenti della Marfisa sarebbero piú maravigliosi. Destò in me la spezie di gravissimo caso il cambiamento nel pensare e nell'operare di quegli eroi tanto celebrati dal Boiardo e dall'Ariosto; e se verrá considerata la differenza nel vero punto di vista, i successi di questo burlesco poema non appariranno frivoli affatto. I caratteri, le pitture, i ragionamenti, i maneggi, gli amori, in tal metamorfosi mirabile quanto tutte quelle d'Ovidio, non mi parvero immeritevoli della fama; e certo il maggior scapito loro deriverá dal mio infelicissimo ingegno, non atto a fargli immortali. Dieci canti di questo libro furono da me scritti sette anni or saranno, vale a dire l'anno 1761. Siccom'egli è veramente satirico e ripieno di ritratti naturali al possibile, alcuni, che vollero a forza udirne dei pezzi, incominciarono a voler fare gli astrologhi, immaginando di scoprire in essi il tale e la tale dipinti particolarmente al vivo. Si sa quanta forza abbia la presunzione dell'infallibilitá negli uomini, e quanto diligenti sieno i nimici ad assecondare un'opinione che può riuscire in odiositá a una libera penna. I disseminati discorsi de' falsi indovini mi parsero perniziosi e indiscreti. La mia vena innocente, che cercava solo di spassarsi nel partorir le immagini delle quali si era impregnata sulla lettura del suo Turpino e in una taciturna e universalissima osservazione sugli uomini, ebbe alquanta stizza. Troncai 'l corso all'opera e la chiusi a sette chiavi, sdegnando che dall'amore che ho per il prossimo me ne venisse dell'odio, e che fosse cambiato in veleno un elisire ch'io, forse accecato da troppo orgoglio, giudicava non disutile alla societá.
Nel tempo in cui scrissi gli accennati primi dieci canti, bolliva una controversia un po' troppo arditamente giocosa intorno alla maniera di ben iscrivere e al buon gusto poetico del comporre. Paleserò, s'è necessario, che Marco e Matteo dal piano di San Michele—due paladini che si vedono dipinti nel poema—rappresentano due scrittori, che in quella stagione s'erano dichiarati, coll'alleanza d'alcuni altri scrittorelli, con soverchia animositá contro a' buoni scrittori antichi e contra chi difendeva l'invulnerabile fama di quelli. Coteste due creature, dipinte precisamente, hanno data la spinta a far giudicare con sciocchezza e falsitá di tutte l'altre persone che campeggiano nel poema. Vorrei ben oggi poter troncare, senza rompere alcune necessarie connessioni all'opera e senza che potessero uscire quelle brutte parole «il libro è castrato», tutto ciò che attiene a' que' due paladini, ch'io tengo per amici ad onta delle loro collere; prima perché non è mio costume il prendere di mira persone in particolare, e poscia perché riescono scipite e tediose tutte le scritture di critica e di derisione fuori della circostanza in cui un pubblico è in quella interessato. Il tempo solo decide del merito di ciò che si scrive, e non avendo io nessun merito per sperare dal tempo immortalitá, sieno certi i due paladini Marco e Matteo, e gli alleati, della loro vendetta. Quanto agli altri oggetti fatti sospettosi dagl'indovini e dalla malizia, se useranno l'indulgenza di non credermi capace di prender dirittamente per bersaglio nessuno che non mi punga, per satireggiarlo, mi faranno giustizia. Potranno questi riflettere che, siccome ne' Caratteri di Teofrasto, nelle Satire di Orazio, di Giuvenale, nelle antiche commedie e in altri libri dell'anime passate negli Elisi, si trovano delle pitture d'uomini viventi oggidí; nella Marfisa bizzarra, da qui a due secoli, se 'l libro fosse fortunato a segno d'aver tanto di vita, si troveranno de' veri disegni d'uomini viventi in allora. Non so s'io mi debba dire «spero» o «temo» che la premessa mia giustificazione sia inutile. Nessuno si vedrá figurato negli oggetti difettosi posti nella Marfisa, e piuttosto si rileverá ne' virtuosi. La lettura e le osservazioni mi faranno titubare e quasi credere che gli uomini morti sieno stati simili ai viventi, e che con tutte le satire, le derisioni al vizio e i ricordi buoni, gli uomini che nasceranno abbiano da non esser differenti dagli uomini morti e dagli uomini che oggidí vivono con noi. Il difetto, riguardo ai principi dell'educazione, è benissimo conosciuto da' popoli, ma la considerazione che abbiamo di noi medesimi lo fa sempre scorgere facilmente dall'uomo nell'altro uomo e difficilmente in se stesso. Solo perché in ogni secolo si è procurato di scemare i difetti nelle genti, certi scrittori ebbero dell'applauso: vi sará in ogni secolo chi tenterá di acquistarsi qualche nome per questa via. Se poi si giunga per questa via a cagionare alcuna riforma nei viziosi costumi, io mi contenterò di rimanere in dubbio per non tralasciare di farlo. Il governo di Londra ha sperato in ciò del benefizio sopra a' suoi popoli, e perciò lasciò correre Lo spettatore. Due poemetti usciti alla stampa da poco tempo in verso sciolto, l'uno intitolato Il mattino, l'altro Il mezzogiorno, che mi lasciano con ingordigia desiderare La sera, risvegliarono in me la brama di dar fine all'imprigionata Marfisa bizzarra. Una felice, elegante, maestosa, diligente e notomizzata esposizione, molti riflessi, molta satira e molta filosofia formano que' due libretti, veramente degni di andar separati dalle immense lordure ch'escono alla stampa in questo secolo detto «illuminato». Il sublime del loro stile, sopra una base faceta, sostiene ingegnosamente una continua ironia, che gli fa seri e scherzevoli a un tratto e col piú fino sapore. Non anderanno soggetti mai alla sventura dell'oblivione, quantunque appunto pel loro sostenuto sublime riescano oscuretti appresso quella vergognosa ignoranza, dall'autore con somma ragione sferzata in parecchi grandi. Tuttoché que' due poemetti sieno scritti in uno stile totalmente diverso da quello della Marfisa, sono però appoggiati alle viste medesime e a' medesimi principi di questa. L'ho terminata con due canti, seguendo il filo degli altri dieci e quell'ossatura da sett'anni apparecchiata, fatto coraggioso dal felice accoglimento dato dal pubblico alla benemerita sferza del Mattino e del Mezzogiorno. Sappiasi ch'io mi vanto solo d'essere confratello nelle massime dello scrittore di que' due poemetti venerabili, ma sappiasi ancora ch'io mi confesso architetto infelice d'una fabbrica umile e di simmetria diversa affatto da quella del suo nobilissimo edifizio. Non incresce all'umanitá di passar talora da un adornato palagio ad una semplice casipola villereccia, in traccia di quella varietá che suol cagionare il divertimento. La Marfisa è un poema giocoso e d'uno stile scopertamente famigliare. Molti fattarelli cavati dal mio Turpino, che la riempiono, servono di pretesti a porre in circostanza le dame, i cavalieri, l'arme e gli amori; e dalla circostanza pullula quella satira sul costume, alla quale chiedo la benedizione dal cielo. Alle due consuete sciagure degli altri libri anderá sottoposta la Marfisa. Se una è quella di non essere né letta né badata, l'altra è quella della critica. Mi rincrescerebbe alquanto piú la prima della seconda, ma né l'una né l'altra potrá vantarsi d'aver turbata la mia pace. Per entro al poema credo d'aver assai espressa la mia ostinazione di voler usare i colori dello stile de' nostri antichi piacevoli, a me amicissimi e carissimi. Quante bellezze, d'indole però diversa, non adornano Il mattino e Il mezzogiorno, per aver il loro scrittore bevuto alla fonte degli antichi poeti! Se i miei critici vorranno tentare di darmi alcun dispiacere, gli avverto fraternamente di censurar la Marfisa in tutte le sue parti, ma non mai in quella degli anacronismi de' quali è sparsa, perché mi faranno piú ridere che arrabbiare e non averanno il loro intento. Ho voluto che i miei paladini bevano il caffè, il cioccolato e mandino de' libretti alla stampa al tempo di Carlo Magno. Ho voluto che possano raccomandarsi a' santi e nominare de' santi che dovevano ancora nascere, che possano spendere delle monete di conio posteriore all'etá loro, che possano leggere Rutilio Benincasa, l'Ottimismo, il Lunario da Bassano, eccetera eccetera. Dicendo «ho cosí voluto», spero di levare la noia agli eruditi critici di raccogliere una filza di simili anacronismi de' quali desiderai di valermi, non curandomi d'avere il torto a prender de' granchi volontariamente. Nella Marfisa non si tratta né del commercio né dell'arti né dell'agricoltura. Dovrá dunque cadere per questa sola ragione tra i libri disutilacci e da non esser punto considerati? Io rispetto i benemeriti scrittori, che co' loro ponderati, seri e zelanti insegnamenti hanno giá in questo secolo ridotte ricchissime tutte le cittá, fertilissime tutte le campagne, agiatissime tutte le famiglie, come si vede. Pieno di gratitudine e d'umiliazione verso il loro merito, pel benefizio dell'universale opulenza introdotta, per i cibi e i vestiti che si hanno oggidí con poca spesa, chiedo in grazia che si permetta senza disprezzo di poter proccurare nell'uomo un commercio di buona fede, quanto quello della cociniglia e dell'endico; che si permetta senza disprezzo, che si possano animar nell'uomo le bell'arti della virtú, de' costumi, dell'eloquenza quanto le manifatture de' panni e delle stoffe; che si permetta senza disprezzo che si possa coltivar l'animo e il cuore dell'uomo almeno quanto un gelso ed una patata. Consoliamoci con le nostre reciproche lusinghe d'esser utili alla societá, con le nostre reciproche speranze di renderci immortali, e tronchiamo le nostre prefazioni seccatrici reciprocamente.
CANTO PRIMO
Indice
ARGOMENTO.
La pace, l'ozio e i nuovi libriccini cambian re Carlo Magno di natura. Dietro al re quasi tutti i paladini di poltrir solo e di sguazzare han cura. Si fa nel primo canto agli Angelini, agli Orlandi, a' Rinaldi la pittura, agli Olivieri e all'altre alme famose, perché il lettor s'informi delle cose.
1
Se non credessi offender gli scrittori che han rotto con lo scrivere ogni sbarra, e son fatti del mondo inondatori, io canterei di Marfisa bizzarra. Ma appena m'udiranno, usciran fuori con gli occhi tesi e con la scimitarra, gridando che lo stil non è moderno, e daran di gran colpi al mio quaderno.
2
Io non vo' rattenermi tuttavia, e farò come il Cardellina e Svario, c'hanno l'interruttore dietrovia al loro arringo che grida il contrario, e seguono il parlar con energia, con le ragion fondate del sommario, buffoneggiando le voci accanite, e finalmente vincono la lite.
3
Sien le ragioni del sommario mio, se degli antichi autor seguo la traccia, che invan per tanti secoli l'obblio con essi ha fatto alle pugna, alle braccia. Spesso in soccorso il vostro lavorio egli ha chiamato a dar loro la caccia, o susurroni, o scrittorei di paglia, ed ha sempre perduta la battaglia.
4
Ché dopo un breve tuono e un parapiglia v'andaste in fummo o dileguaste in guazzi; e fu la vostra quella maraviglia delle cittá di neve de' ragazzi. Cosí va chi aver fama si consiglia dal rumorio di stolti popolazzi, ch'oggi al poeta fan plauso e decoro con la ragion che poi lo fanno al toro.
5
Segua che vuole a questo mio libretto, di Marfisa bizzarra io cantar voglio. Cantolla un altro e non ebbe concetto, perché non dice il ver d'essa il suo foglio, e 'l buon Turpino non aveva letto, disprezzando gli antichi con orgoglio; onde rimase con Paris e Vienna ad aspettar qualche moderna penna.
6
Voi, che non isdegnate i versi miei e de' nostri buon padri avete stima, né vi curate de' furor plebei, perché non giungon del Parnaso in cima; voi, brigatella, in soccorso vorrei sola all'oppressa mia povera rima; voi ricogliete il parto, e fate nulla l'arte che i figli nostri affoga in culla.
7
Io vi dirò siccome i paladini cambiassero l'antico lor costume, come mutaron gli elmi in zazzerini, la guerra in sonno e in sprimacciate piume, e come l'ozio e i nuovi libriccini tolsero loro la ragione e il lume, come la vecchia bizzarria Marfisa cambiasse in nuova e i suoi casi da risa.
8
Di Filinor, cavalier di Guascogna, conterò fatti che non sian discari, se care son le gesta che vergogna fanno a' ben nati cavalier suoi pari, Pur, se il mal non è ben, non vi bisogna udir per farvi a Filinor scolari, ma sol per dar riforma alla natura, o voi che somigliate a sua figura.
9
Vinto avea Carlo Agramante e Gradasso e Rodomonte e gli altri suoi nimici, e si viveva in pace fatto grasso: tutti i re gli eran tributari e amici. Vecchio e della memoria quasi casso, solo avea briga a dispensar gli uffici e qualche volta a por nuove gabelle, del resto a tener morbida la pelle.
10
Mancato il capo, male sta la coda. I paladin, veggendolo poltrone, si dierono a' piattelli ed alla broda, la state al fresco e il verno ad un focone, ed a lagnarsi ch'era troppo soda d'asse la sedia, e danno al codione; donde inventaron sedie badiali, sofá di lana e piume e co' guanciali.
11
A poco a poco l'agio e la quiete gl'intabaccava sempre maggiormente; le loro illustri imprese che sapete eran lor quasi uscite dalla mente; anzi ridevan spesso (or che direte?) quando sentian raccontarle alla gente. Alcun si vergognava aver ciò fatto, e giudicava d'esser stato matto.
12
Se qualchedun si sentía male a' denti o tosse o doglia o qualche altra magagna, tosto diceva:—Ecco il frutto de' venti e delle piogge della tal campagna.— Pur nondimen mangiava ognun per venti, beveva vin da Scopolo e di Spagna, dormiva sodo e tenea concubine, a' passati disordin medicine.
13
Della religione il zelo santo, per cui la vita a rischio posta aviéno, era scemato e raffreddato tanto che parea non ne avessino piú in seno. Ne' dí di festa alla messa soltanto ivan con rabbia o sonnolenti almeno, e sol per uso o per veder la dama ed attillati per acquistar fama.
14
I romanzieri dall'eroiche imprese, dalle battaglie e da' sublimi amori piú non si nominavan nel paese, perché i moderni eran usciti fuori co' fatti de' baron, delle marchese, che mille volte si tenean migliori per certe grazie, e cosí piú alla mano, e assai piú confacenti al corpo umano.
15
Leggeano in quei siccome entro alle mura delle vergini sacre ivan gli amanti, come fuggían da quelle alla ventura le donzelle ivi poste, andando erranti. E vestite come uomo, alla sicura dormian co' maschi del fatto ignoranti, e il loro imbroglio al terminar de' mesi. ed altri casi all'uso de' francesi.
16
Nelle commedie il costume novello correva ancora, e cavalieri e dame si vedean entro con poco cervello, per l'onor, per l'amore o per la fame. E turchi in scena con un gran drappello di mogli pronte sempre alle lor brame; e dileggian gli eunuchi le schiavacce con mille detti lordi e parolacce.
17
Donde gli amor, gli equivoci ed i gesti, uniti alla natura e al mal talento, faceano i paladini al vizio presti, o lo teneano in freno a tedio e a stento. Altri scrittor piú dotti e disonesti per i lor fini, a tal cominciamento, stampavan libri sottili e infernali, dipingendo i mal beni ed i ben mali.
18
I paladin leggeano i frontispizi e qua e lá di volo sei parole; poi commettevan mille malefizi, intuonando:—Il tal libro cosí vuole.— Se v'era alcuno ch'abborrisse i vizi, e dicesse:—Non déssi e non si puole,— gridavan:—Chi se' tu c'hai tanto ardire i paladin di Francia di smentire?—
19
E minacciavan di bando e galera; ond'era forza rispettarli alfine. Dunque la pace, l'ozio e la carriera de' libri nuovi, fuor d'ogni confine non sol de' paladini avean la schiera corrotta, ma le genti parigine: dal re Carlo sin quasi al mulattiere, lascivo era e goloso e poltroniere.
20
Lecita in chi poteva usar la forza era la truffa, era la ruberia. Ogni peccato avea buona la scorza, e con nuove ragion si ricopria. Fanciulli ed ebbri, andando a poggia e ad orza, udiensi disputare per la via ch'era il ner bianco e che il quadro era tondo e che goder si debba a questo mondo.
21
Gli abati in cotta e i santi monachetti, che contra al mal dal pulpito gridavano, sudando, trangosciando, e che a' scorretti mille maledizion dal ciel mandavano, erano uditi come gli organetti; e quando le persone fuori andavano, un dicea:—Disse male,—un:—Disse bene, ma predica all'antica e non conviene.—
22
E chi diceva:—E' canta l'astinenza, ma so che i buon boccon non gli disprezza— Poscia ridean con poca riverenza, e ognun restava nella sua mattezza. Alle orazioni ed alla penitenza diceano pregiudizi e leggerezza, o ipocrisie per guadagnare i schiocchi, o cose da mal sani e da pitocchi.
23
Rinaldo (perché aveva poca entrata, piacendogli le donne e la bassetta e il vin, che ne beeva una fregata, sicch'ogni dí sembrava una civetta) a Montalban fatto avea ritirata, facendo vender senza la bolletta acquavite, tabacco ed olio e sale e vin contro la legge imperiale.
24
S'erano i gabellier molto provati a condur pe' trasporti la sbirraglia; Rinaldo avea sbanditi e disperati che facevan co' sassi la battaglia: onde se n'eran sempre ritornati senza poter oprar cosa che vaglia. Carlo chiudeva un occhio e gli era amico pe' buon servigi suoi del tempo antico.
25
Cosí Rinaldo un util grande avea e s'aiutava i vizi a mantenere; ma il troppo vino, ch'ogni dí bevea, l'inebbriava, ed era un dispiacere; perché Clarice sua talor volea fargli l'ammonizion ch'era dovere, ed egli bestemmiava come un cane e le dicea parole assai villane.
26
E minacciava un divorzio di fare, poi la mandava alla rocca ed all'ago. La poveretta lo lasciava stare, e in un canton facea di pianto un lago. Ed egli si metteva a berteggiare. —Cosí, ben mio—dicea,—quel pianto pago;— e colle fanti in sul viso di lei faceva cose ch'io non le direi.
27
Il duca Namo nella sua vecchiaia avaro ed usuraio s'era fatto. Ogni dí fitta teneva l'occhiaia in su' processi per fare un bel tratto; perché investia di scudi le migliaia, e alfin temeva qualche scaccomatto o dalle doti o da' fideicommissi; onde avea gli occhi in sulle carte fissi.
28
Poi tanti dubbi e cavilli trovava co' poveretti che bisogno aviéno, che sin per venti il cento comperava. E usava un altro piacevol veleno, che per il censo mai non molestava, tanto che il foglio d'annate era pieno, e poi tra il capitale e l'usufrutto, «salvum me facche», e' si toglieva tutto.
29
Prestava a' giuocator spesso danari a un per dieci il giorno di vantaggio; e i figli di famiglia aveva cari, che avesser vizi assai ma non coraggio, perché voleva il pegno e scritti chiari; poi gl'inseguiva col viso selvaggio, e alfin sí vago il conto avea tenuto, ch'avean pagato e il pegno anche perduto.
30
Astolfo, dopo il costume novello, era a Parigi inventor delle mode. Or le calze riforma, ora il cappello, ora le brache, e guadagna gran lode; e tagli or lunghi or corti al giubberello, i capelli or in borsa or con le code, le fibbie or di metallo ed or di brilli, ovate, tonde e quadre, e mille grilli.
31
E perché gli piacevano le dame, ei fu inventor de' cavalier serventi. A vincer cori aveva mille trame, perch'era un damerin de' diligenti. Né si curava di freddo o di fame, per le servite, o di piogge o di venti, ed ogni stravaganza sofferiva, anzi lodava, anzi pur benediva.
32
Spesso con esse alla lor tavoletta si ritrovava e mai non stava fermo. Or tien lo specchio, or fiorellin rassetta, e le guatava che pareva infermo. E poi diceva piano:—Oh benedetta! oh occhi! oh bocca! omè, non ho piú schermo, so dir ch'io ardo sin nella midolla.— Poi sospirava e fiutava un'ampolla.
33
Ed aveva anche pronte, non so come, le lagrimette quando credea bene. Certo in far all'amor valea due Rome e por sapeva a tutte le catene. Addosso si può dir ch'avea le some di zaccarelle, o almen le tasche piene di spille e nèi e pomate e confetti, essenze e diavolon ne' bossoletti.
34
E sapea dibucciare e mele e pere e melarancie dolci, e in spicchi farle, poi rivestirle che pareano intere, e gentile alle dame presentarle. In mille forme lor dava piacere, ché l'arte ha sin ne' cori a tasteggiarle, e conforme a' cervei sa porre il zolfo, tal che tutte voleano il duca Astolfo.
35
Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri seguiano le sue fogge e i suoi vestigi, e politi serventi cavalieri passavan fra le dame di Parigi. Ma Namo, il padre, mettea lor pensieri di ragion mille, oscuri e neri e bigi, perch'era avaro e dava poco il mese, e le mode valevan di gran spese.
36
Anzi patian da quello gran rabbuffi: spesso d'emanciparli gli minaccia. —Che cosa son que' cappellin? que' ciuffi? que' pennacchin?—gridava rosso in faccia. —A che vi servon le frangie, i camuffi? Di farmi impoverir qui si procaccia; cervelli bugi, frasche, fumo e vento, vi diserederò nel testamento.—
37
Essi, che questa cosa pur temeano, ma il bel costume non volean lasciarlo, merci a credenza e danari toglieano, dicendo:—Pagheremo al sotterrarlo.— E da' mercanti un avvantaggio aveano ne' libri, e si credea di poter farlo: che ciò che valea trenta mettean cento; e nondimeno ognuno era contento.
38
Re Salomon, quantunque d'anni grave, voleva anch'esso corteggiar le donne. Nel luogo delle gote avea due cave ed era di struttura un ipsilonne. Pur s'ingegnava a ragionar soave ed alle dame diceva:—Colonne, e un giorno feci e dissi, e son terribile;— e si facea da qualcosa al possibile.
39
E perch'egli era sordacchione affatto, le dame, stanche di sue scempierie, gli diceano:—Siam secche, vecchio matto, vecchio bavoso—ed altre leggiadrie; e poi ridean tutte quante del tratto. Ei credea delle sue galanterie ridesser, donde anch'egli ismascellava, sicché ognuno le risa raddoppiava.
40
Il marchese Olivier faceva il saggio, ed i serventi correggeva spesso. —Io non intendo—dicea—qual vantaggio, qual piacer sia stare alle donne appresso. M'infastidisce oltremodo il linguaggio, la stravaganza e il pensar di quel sesso; io l'ho ben mille volte maledette, perocch'elle son macchine imperfette.
41
Anzi non so com'uom, ch'abbia la testa, con quelle gazze un'ora possa stare. Vi giuro, piú la donna m'è molesta quando la dotta e la saggia vuol fare. S'ella avrá ben danzato ad una festa, e l'andrienne si sentí lodare, questo le basta a uscir fuor di se stessa e a giudicarsi qualche monarchessa.
42
Come mai non v'ammazzan le pretese c'han sopra voi per quanto lungo è l'anno? a quelle ciarle, a quelle lor contese come non affogate dall'affanno?— Cosí gridava Olivieri marchese; ma vendea nondimen rascia per panno, e si sapea che in certe catapecchie era lo spasimato di parecchie.