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Giuseppe Pitrè
Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII

Pubblicato da Good Press, 2021
EAN 4064066070700
Indice
AVVERTENZA
1. Verbo, Settimana Santa, Passione e Crocifisso.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9. Verbo Messa.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16. Miscellanea.
17.
18. Atto di Fede Teologica d'un Fratello congregato nella Novara li 17 Aprile 1739.
19. Benedizione data col braccio svelto dal corpo d'una femina uccisa.
21. Città di Randazzo in iscena.
22. Scena Seconda.
23. Atto di dolore fatto da un moribondo.
24. Confessore in Marsala.
25. Morto che ride in Nicosia.
26. Cappuccini di Nicosia in processione.
27. Il Padre Fortunato di S. Marco uccellato da D. n Giuseppe Gallotto.
28. Copia d'una lettera
29. Copia d'una lettera
30. Copia d'una lettera
31. Copia d'un biglietto
[31. bis ] Altra Lettera [72] .
32. In Frazzano, terra della Contea di S. Marco.
33.
34. La manna del Monte di Trapani.
35.
36. Salve Reggina.
37. Credo
38. Veni Creator Spiritus.
39. Confiteor.
40. Varie preci divote
41. Magnificat.
42. Fragmenti di varie coselle dell'istessa.
43. Litania
44. De Profundis
45. Recitandosi
46. Miserere delli Romiti di Iudica.
47. Sacerdote in Piazza che ricorda un moribondo.
48. Le gare di Nicosia.
49. Ubbriaco in Regalbuto che dorme nel cataletto.
50. Il Mirchio di Patti.
51. Il Morto della Giojosa.
52. Il Porco di S. Antonio nella Giojosa.
53. Donna inflatata.
54. Motivo di pazienza insegnato da un padre Cappuccino.
55. Il seguente Vangelo
56. Ragazzo che fa testimonianza alla madre d'esser stato alla messa.
57. Misterij del Rosario nella chiesa di S. Nicolò di Nicosia.
58. Esempio.
59. Barbaggianne in Trapani.
60. Campana stimata sonare da se sola.
61. Naso in giudizio condannato da un Ficarrese.
62. Panegirico
VARIANTI E RISCONTRI.

AVVERTENZA
Indice
Il manoscritto di questi Avvenimenti faceti è nella Biblioteca Nazionale di Palermo (segnato XI. A. 20), e mi fu dato a vedere da quel gentile Bibliotecario Capo che è il comm. Filippo Evola, tanto benemerito degli studi bibliografici in Sicilia.
È in-16o piccolo, rilegato in pelle di montone, di cinquantasette carte (escluse tre bianche), pagine centotredici; e porta per titolo: Avvenimenti | Faceti | Per mantenere in ame-|nità innocente le one- | ste recreazioni, | Raccolte | In diverse città e | Terre di questo | Regno. La scrittura ne è nitida e chiara senza un pentimento: il che induce a ritenerla copia di un originale smarrito o distrutto.
Chi ne sia l'autore, non so; ma dalla natura dei fatti che egli ama di raccontare, tutti o quasi tutti di argomento ecclesiastico, con personaggi di chiesa e con particolari della vita di sacerdoti secolari e regolari, può ritenersi un prete o un frate predicatore della provincia di Messina, e probabilmente della Terra di S. Marco. Non altri che un ecclesiastico poteva occuparsi esclusivamente di persone di chiesa, discorrerne con piena conoscenza di abitudini, di occupazioni ordinarie, di offici divini e di altre cose siffatte; non altri che un predicatore, forse uno de' così detti quaresimalisti, poteva, nel passato secolo, recarsi da un vallo all'altro[1], girar mezza Sicilia, e trovarsi in grado di udire, dalla bocca di amici e di conoscenti, piacevolezze e storielle di Longi (prov. di Messina) e di Bagheria (prov. di Palermo), di Regalbuto (prov. di Catania) e di Marsala (prov. di Trapani), per non dire di Naso, Patti, Montalbano, Novara, Mongiuffi, Nicosia, Aggira, Bronte, Randazzo, Termini. Come appare da vari luoghi egli viaggiava e scriveva nella prima metà, e propriamente nel quarto decennio del sec. XVIII[2]; anzi nel n. 40 è ricordato, senz'altro, «quest'anno 1738[3]»; e chi non ignora le condizioni civili e morali della Sicilia in quel tempo, e le difficoltà di recarsi da un punto all'altro di essa, giudicherà se, guardato al genere dei racconti, altri, che non un frate o un prete, potesse fare quel che fece il nostro.
Che poi egli fosse, come oggi si direbbe, della provincia di Messina, non c'è ombra di dubbio, non tanto per il numero di fatti che egli racconta di quella provincia, e particolarmente di S. Marco, dove egli potè fermarsi di più[4], quanto per il dialetto in che egli scrisse, e che è del gruppo messinese. Laonde, senza dire del vermu di la sita (per vermi di la sita, baco da seta) che il Caglià ebbe cura di notare[5], del mi nella frase undi mi m'arricogghiu e di altre voci simili, giova rilevare la forma caratteristica di quel gruppo, cioè la d indocile di assimilazione quando preceda la n, forma unica e sola in tutti i dialetti dell'isola, ne' quali non esistono nè si sono mai sentite voci messinesi come le seguenti, che io raccolgo da tutto il libro: essendu, dicendu, mittendu, vardandu, undi, manda, andari, vindiri, mi ndi vaju, banda, vattindi, quandu ed altre.
La materia del libro è per più d'un terzo tradizionale, non pure in Sicilia, ma anche nel continente italiano, in Francia, Spagna, Germania, Inghilterra ed in altre contrade: aneddoti, cioè, novellette, facezie, burle, motti di spirito più o meno festevoli, più o meno vivaci, che ognuno di noi, tra una brigata di amici, ha molte volte udito a raccontare ed ha raccontato egli stesso come seguiti nel tale o tal altro luogo, in persona del tal de' tali.
In vero, questi fatti poterono bene avvenire qua e là, e ripetersi con circostanze simili o analoghe, o non avvennero mai, e furono spiritose invenzioni di begliumori quando per mettere in burla gli abitanti d'un paese in voce di sciocchi e grossi di cervello, quando per deridere una classe di gente, quando per depreziare il prodotto d'un suolo. Veri o inventati, unici o no, propri o d'altrui, questi fatti piacquero, si raccontarono, e passando di bocca in bocca, di paese in paese, per la innata tendenza del popolo a personificare, a localizzar tutto, si individualizzarono sempre più, acquistando colori e circostanze locali. Così leggendo per avventura le storielle che hanno richiami nella rubrica delle Varianti e Riscontri[6], si vede chiaro che molti di questi Avvenimenti, tradizionali assai prima che il raccoglitore li scrivesse, erano stati raccolti e scritti da altri in Italia; e che qualcuno ci venne, nientemeno, dall'Oriente, culla d'una gran parte de' racconti che corrono presso i volghi di Europa.
Senza esagerare il valore, per altro abbastanza limitato, del presente libretto, vo' rilevare i nn. 1-3, 5 e 22, riferentisi a sacre rappresentazioni in Naso, Bronte, Aggira, Randazzo e, più che altrove, in Nicosia, celebre per la sua Casazza, rimasta insuperata finora tra noi[7]; ed il numero 15, che è un nuovo documento da aggiungere alla storia delle prefiche in Sicilia[8]. Parecchi racconti ricordano deplorevoli gare municipali[9], tutt'altro che cessate a' dì nostri[10]; e più d'uno, pei colori locali e per i caratteri personali che offre, conferma l'ignoranza e gli abusi di certi ecclesiastici dell'isola, contro i quali per parecchi secoli gridarono i sinodi e le costituzioni diocesane di Messina, di Patti, di Siracusa, di Catania[11], oltrechè di Cefalù, Girgenti, Mazzara, Monreale e Palermo.
L'edizione è fedelmente condotta sull'originale, e ne conserva la grafia tutta fino alle strane abbreviature ed agli accenti. Forse trattandosi di un ms. d'un secolo non lontano avrei potuto essere meno scrupoloso; ma confesso che non ho saputo farlo[12], considerando che gli scritti altrui vanno pubblicati come sono, e che la forma materiale d'una scrittura rivela, non meno che la sostanza di essa, la mente dell'autore. Nel caso nostro l'autore è uno de' tanti mediocrissimi scrittori siciliani del secolo scorso, il quale nel suo dettato conserva più o meno fedelmente le forme del dialetto, senza preoccuparsi di stile e di lingua; ma, in compenso, ha un po' di quella schiettezza ed ingenuità che spesso manca agli scrittori d'arte.
Avrei anche potuto lasciar da parte le pagine contenenti il Magnificat, la Sequenza dei morti, le Litanie e gli altri inni e preci latine solite recitarsi in chiesa; ma il latino in bocca al popolo è documento di demopsicologia, ed è un notevole contributo allo studio delle etimologie popolari, che oramai si avvantaggiano degli importanti lavori di Gustavo Andresen per la Germania, di Nyrop per la Danimarca, di Karlowicz per la Russia, di Palmer per l'Inghilterra.
Di note illustrative ho voluto esser parco; e la rubrica delle Varianti e Riscontri ho limitata, com'è mio costume, a sole cose italiane edite. Ma siccome ora l'una ed ora l'altra di queste capestrerie si raccontano alla giornata, così qualcuna di esse, come variante inedita, mi è piaciuto di riportare a documento della loro popolarità, ed a svago onesto di chi legge. Nell'indice ho creduto di apporre di mio i titoli ai racconti che nell'originale non ne hanno.
Palermo, 1 Gennaio 1885.
G. Pitrè.

Avvenimenti
Faceti
Per mantenere in ame-
nità innocente le one-
ste recreazioni
Raccolte
In diverse Città, e
Terre di questo
Regno.

1. Verbo, Settimana Santa, Passione e Crocifisso.
Indice
In Nicosia[13], rappresentavano con personaggi vivi la Passione di Nostro Signore; per la Crocifissione pigliarono un uomo dozzinale, il quale quando fu l'ora di salire sù la Croce si tolse i calzoni, e li ripose al pie della Croce. Chi rappresentava S. Giovanni, s'era accorto, che nelli calzoni v'erano tarì dodeci[14], e destramente col piede procurava di allontanare dalla Croce i calzoni, per poi far quella preda. Il Crocifisso, che non guardava altro dal suo patibolo che quei calzoni; in accorgersi dell'astuzia di Giovanni, in cambio di proferire qualcheduna di quelle sette celebri parole, gridò ad alta voce, e disse: Giov.e, non ti riminè cù li causun, cha si nò si guasta la Passiun[15].
2.
Indice
In Naso[16] similmente facevano una rappresentazione della Passione di nostro Sig.e; quello che rappresentava il Crocifisso era un uomo dozzinale; a piedi della Croce v'era Giov.e e la Maddalena, ch'era figlia di quello che rappresentava il Crocifisso. Or la Maddalena, come ch'era giovina di mediocre aspetto, tirò e i sguardi, e gli amori di quello, che rappresentava il Giov.e, il quale con gesti e con altri segni sollecitava la Maddalena a corrispondergli; quando se ne accorse il Crocifisso, parlò a Giovanne, e gli disse: Giovanni, lassala stari a Maddalena. Vedutosi scoverto, Giovanne si rasciugava, fingendosi addolorato per il grande spettacolo; mà appena s'accorgeva che il Crocifisso rivoltava altronde lo sguardo, tornava Giov.e ad intendersi d'amare colla Maddalena; mà che? Ecco il Crocifisso ripigliò: Santu Dià![17] Giuvanni, lassala stari a Maddalena. Finalmente al 3.o assalto dato dal Giov.e alla Maddalena, scese da Croce il Signore, ed impugnando uno di quei gran chiodi d'essa, pretendea scaricarlo contro Giovanne, il quale per mettersi in salvo lasciò il Calvario e corse nel piano; ed il Crocifisso d'appresso perseguitando a Giovanne; e quella tragedia di dolore mutossi in comedia di riso.
3.
Indice
In Bronti[18] quell'Arciprete fece al solito la Cena nel Giovedì Santo. Un uomo semplice e mandraio di professione, intenerito per quella funzione, se ne andò al gregge del suo padrone, e scelse dodeci crasti[19]; indi per fare a quelli la lavanda de' piedi, ad uno ad uno li prese, e li mise nella caldaja dell'acqua bollente; d'un subito saltarono a quelli l'unghie; si resero incapaci di stare più in gamba. Intenerito poi quel semplice di quella funzione che avea fatto, tutto compunto con le lagrime agli occhi, comparve innanzi al padrone, e dimandato della cagione del suo lagrimare, rispose: Sig.ri, aju fattu la Zena[20] comu lu Patri Arcipreti: non intendendo quegli il mistero che Zena, ripigliò: Sig.ri, diceva il mandraio, lu Patri Arcipreti lavau li pedi a l'Apostuli, ed iu ficcai li pedi di dudici crasti ntra la lacciata[21] essendu iddi li mei Apostuli. S'infuriò il padrone, e se non era veloce a fuggire, quel pover uomo che avea fatto il Cristo, già averebbe ricevuto la condanna di quel Pilato, di morire anch'egli crocifisso.
4.
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In S. Marco[22] v'era un gentil'uomo per nome il sig.r Ignazio Lo Presti; quest'era mezzo bleso, mutando nel parlare la r in un misto d'r e d e la l in d. Or trovandosi un giorno della Settimana Santa nella Chiesa del monistero del Salvadore, si faceva ivi una funzione, che si conduceva in un lenzuolo un simulacro di Cristo morto; mentre si cantavano le solite preci, era genuflesso il sig.r Ignazio, e si percuoteva il petto, dicendo: Perdunu, miu Diu, misericordia. Intanto passarono avanti a lui i preti; egli in vedere l'imagine di Cristo morto, investitosi d'una gran pietà, alzò la destra, e benedicendo quella sagra figura disse: Redequiem etednam dona ei Domine; et lux pedpetua luceat ei, commovendo con ciò tutti a risa; e mutando quella scena di pianto in trastullo di gioco.
5.
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Nella città di S. Filippo[23] nel 1727 in circa fecero la rappresentazione della Passione. Prima che salisse in Croce quell'uomo che doveva rappresentare il Cristo, per non patir di sete volle da bere, e appunto gli diedero un barrile; non s'accorsero quelli che doveano scoprire la scena che quell'uomo non era ancor satullato in Croce; sicchè calarono la tela, e li spettatori che aspettavano quella funesta veduta, s'accorsero ch'il Cristo con un barrile in bocca dissetavasi. Vergognandosi intanto d'una tale apparenza, gittò il barrile sù la Maria, la quale compassionante delle pene altrui, ebbe ad essere compassionata per il gran dolore del colpo ricevuto in testa.
6.
Indice
In Veria[24] v'è una gran gara tra due chiese e confraternità sotto il titolo dell'Annunziata, e perchè una stà fabbricata nell'alto della terra, e l'altra nel basso, per distinguerle le chiamano la Susa, e la Jusa. Più volte i sudetti fratelli vennero alle mani. Or in un giorno ripigliandosi tra di loro, uno di quelli villani che portava il Crocifisso non potea rimenar le mani a suo modo contro i competitori, ed eruttò: Santu Dià! si non avia ddu diavulazzu di ddu Crucifissu, cci vulia fari a vidiri ecc.
7.
Indice
In Veria medesima restò mortalmente ferito un fratello da un colpo ricevuto in testa da quello che portava il Crocifisso dell'emola confraternità. Già arrivò all'ultima agonia. Il prete procurava ch'il moribondo facesse quegl'atti dovuti da un cristiano vicino a morte, e portato un piccolo Crocifisso; il moribondo in vederlo si voltò dall'altro lato; si maravigliavano i circostanti per un tale atto, e maggiormente il persuadeano di stringersi col Crocifisso; allora il moribondo disse: Livatimillu d'avanti, chi chistu picciriddu, quandu crisci divintirà chiù diavulu di sò patri. Alludendo al Crocifisso della confraternità, che sbattutogli in testa era la caggione della sua morte.
8.
Indice
In Longi[25] il sac.te D. Rosario Panghi avea in cura la cappella del Crocifisso. Or il Marchese padrone di quella terra, non saprei che cosa c'avea da dire attinente al Crocifisso. Apprese il sac.te ch'il Marchese avesse voluto disporre di quel simulacro: Sig.re, ripigliò il sacerdote: Lu Crucifissu vecchiu arditivillu, abruciativillu: non minni[26] curu; lu novu, Sig.ri, non voghiu chi mi lu tuccati.
Ciò lo sapevo per bocca dello stesso Marchese.
9. Verbo Messa.
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Il sopradetto D. Rosario Panghi in Longi andò ad una caccia selvaggia in una selva vicina, e per l'ardor della caccia dimorò ben tardi fino doppo mezzo giorno; ed uccisa una piccola troja selvaggia, lieto se ne ritornava, e passando per le ville del sig.r Marchese, padrone di Longi, l'interrogò dove andasse; li rispose: Signuri, lassatimi stari, chi pri sta beneditta purcedda, aju lassatu la mmaliditta Missa. Tanto m'à raccontato lo stesso sig.r Marchese.
10.
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In Capri[27] v'era un sacerdote assai attaccato all'interessi, ed ogn'anno al fin del nutricato del verme della seta, grano ecc., tante erano le sue sofesticherie con li maestri, ch'uscivano dalle bacce la seta; molti non potendo soffrire le sofistiche pretenzioni del prete, o se n'avevano da fuggire, o restavano in prigione ad istanze del prete, sicchè niun de' maestri voleva servirlo. Or in un giorno di festa radunati alla Chiesa tutte le genti della vicina campagnia, v'era un giovane forastiero, ed interrogato dal prete chi fosse; gli rispose esser un maestro di seta. Il prete l'indusse ad affittarsi con lui e doppo la Messa se ne sarebbono andati al manganello[28]. Ciò concertato andò a celebrare il sac.te, e mentre si vestiva a Messa alcune persone descrissero al giovane le pessime qualità e sofisticherie del sac.te; ciò udito il giovane aspettò finchè arrivasse il sac.te sino all'Offertorio, e quieto quieto partissene. Quando arrivò il sacerdote all'Orate fratres s'accorge ch'il giovane era alquanto distante dalla Chiesa, che se ne andava altrove. Scende dall'altare così vestito alla sacerdotale, escie dalla Chiesa, cominciò a chiamare il giovane; quello si mise in fuga, ed ecco il sacerdote alzandosi le vesti, cominciò a gran passi ad inseguirlo, e durò questo corso per un miglio continuo per quelle campagne, fintantoche arrivati nella Piana di Pietra di Roma tutta fangosa per risate; allora il sac.te disse: La senti b. f. mi l'ai fattu, mi la paghirai; e tornossene in Chiesa a proseguir la Messa. Il caso non si seppe se non doppo morte, tenendolo occulto quei sac.ti di Capri per proprio decoro, e facendo ivi che quei laici, che furono spettatori di quella comedia, o più tosto tragedia, tacessero anch'essi.
Darmowy fragment się skończył.