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La plebe, parte II

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CAPITOLO XIX

Il Governatore mosse incontro al marchese con una premura non solamente rispettosa, ma eziandio amorevole. Erano amici di lunga data, e al tempo in cui era successo il dramma le cui memorie tormentavano ancora il cuore e la coscienza di Baldissero, l'attuale Governatore, che era soltanto capitano nelle Guardie, aveva partecipato a que' luttuosi avvenimenti facendo da testimonio al marchese nel duello che abbiamo già appreso aver avuto così tristo esito per l'avversario del marchese medesimo.

Questi fatti nella vita stabiliscono fra coloro che vi ebbero parte una meglio stretta attinenza che più non si scioglie. Il Governatore ed il marchese non si vedevano di frequente, separati dalle loro occupazioni e dal loro genere di vita, rarissimo era che si trovassero da soli e non iscambiavano che gl'indifferenti discorsi usi a tenersi in presenza del mondo; anche quando potevansi parlare liberamente non era mai che dalle loro labbra uscisse la menoma parola che avesse rapporto a quel lontano passato, e se ne guardava scrupolosamente sopratutto il Governatore, che sapeva come con ciò avrebbe toccato poco pietosamente all'amico una di quelle ferite interne che non si saldan mai; ma ad ogni volta che si trovassero, i due antichi amici si davano una stretta di mano più vigorosa che non solessero con altri, in cui c'era come una muta, convenzionale intelligenza d'un segreto comune.

– Eh buon giorno! Esclamò adunque il Governatore andando a ricevere il marchese alla soglia e porgendogli tuttedue le mani. Tu arrivi proprio a proposito. Si discorreva appunto di cosa che alquanto ti riguarda.

Baldissero fece scorrere nel gabinetto il suo sguardo improntato di supremazia, e vide il barone La Cappa che gli si profondava dinanzi in un umilissimo inchino.

– Ah sì? Diss'egli rispondendo cortesemente al saluto del barone. Tanto meglio! Io vengo appunto per ciò di cui forse stavate discorrendo.

Il barone La Cappa credette avere un lampo di ispirazione del genio diplomatico.

– Egli è certo, pensò, che il Governatore dirà al marchese ch'io sono venuto per parlare in favore dell'avversario di suo figlio, e ciò può mettermi in mala vista presso di lui. È meglio che glie ne dica subito io stesso e ripari tosto tosto alla cattiva impressione ch'egli potrebbe averne.

Il Governatore aveva fatto sedere il marchese vicino al fuoco e abbandonando egli stesso il suo solito posto presso la scrivania era venuto porglisi daccanto. La Cappa rispettosamente si accostò in faccia a Baldissero e disse coll'accento espressivo di un uomo che vuol far credere di manifestare proprio il fondo del suo pensiero:

– Sì, Eccellenza, parlavamo di cosa che la riguarda, ed io apprendeva dal signor Governatore com'Ella fosse interessata in certo avvenimento successo ieri sera al ballo dell'Accademia. Prendo parte grandissima, caro signor marchese, alla contrarietà, allo sdegno, dirò quasi, che Ella dovette provarne, e deploro quant'altri mai la tracotanza di quell'avvocatuzzo. Io era allo scuro affatto della verità della cosa, ed ho hasardè une démarche presso il nostro caro Governatore, di cui non avrei nemmeno concepito il pensiero se fossi stato ben renseigné. Ero venuto niente meno che a raccomandare quel cotal avvocato e quel suo amico perchè fossero posti in libertà.

Il bravo barone diceva codesto con un certo sorriso di compassione verso sè stesso che voleva significare: «Ve' s'io ne faceva innocentemente una grossa!»

Il marchese lo ascoltava con una faccia seria e grave come quella d'un magistrato che non lascia scorgere sulla sua fisionomia impressione alcuna che gli faccia la difesa d'un imputato. A quelle ultime parole di La Cappa alzò gli occhi e mosse le rughe del volto come se stesse per parlare. Bastò codesto perchè il barone s'interrompesse e si atteggiasse alla mossa d'un riverente ascoltatore.

– Ho molto piacere, disse il marchese, ch'Ella abbia fatta questa démarche, perchè siccome identico affatto è il motivo della mia venuta, spero che in due riusciremo di meglio a convincere il nostro amico il Governatore, di arrendersi al nostro desiderio.

La Cappa rimase attonito che nulla più. Temette un istante che quella fosse una canzonatura; ma il carattere del marchese non permetteva di fare una simile supposizione, e l'aspetto della sua fisionomia la escludeva senz'altro. Il barone volle esclamare, volle mostrare il suo stupore, ma ebbe timore di far peggio e non seppe che tacere.

Il Governatore fu egli a parlare:

– Che? Diss'egli. Vieni anche tu per farmi lasciar andare quei due miseruzzi di liberali? Ma tu non sai che essi hanno sul loro conto ben peggio dello scandalo di ieri sera…

– So tutto: riprese Baldissero. Vengo adess'adesso da Barranchi, il quale mi ha detto ogni cosa…

– E non ostante ciò tu vorresti?

– Io vorrei esaminar teco se ci sieno proprio gli elementi di una colpabilità che meriti trarre alla rovina due giovani ed alla disperazione le loro famiglie. Che se non ci fossero, vorrei persuaderti, e son certo verresti da te medesimo in questa persuasione, essere il meglio, ammonitili, rimandarli senz'altro alle case loro.

Il barone, al trovare un così potente ausiliario alla missione che gli aveva data sua figlia cui gli stava pur tanto a cuore di contentare, si rallegrò tutto.

– S. E. parla proprio da quell'uomo che è: diss'egli con un'ammirazione non scevra di piacenteria. Io sono perfettamente del suo avviso. Una buona lavata di testa, come si suol dire, a quei capi scarichi, la minaccia che se ci ricascano, vedranno il sole di Fenestrelle e les renvoyer… Ecco tutto!.. E mi pare superfluo procedere a nuovi arresti, gettare altre inquietudini nella città…

Baldissero si volse al Governatore domandando:

– Si tratterebbe forse di arrestare ancora degli altri?

– V'è un certo medico, rispose il Governatore, che mi pare molto impeciato in tutto codesto, quel cotal dottor Quercia che dicono la coqueluche delle signore… Qui il barone La Cappa s'interessa molto per lui…

– Mi consta, disse vivamente il padre di Candida, che gli è un buonissimo suddito di S. M. ed affezionato al Governo… Mio genero il conte di Staffarda ne può far fede.

Il Governatore tornò a sogghignare a fior di labbra; ma il marchese con quella serietà che gli era abituale disse al barone:

– Stia tranquillo La Cappa. Io spero, anzi credo che non sarà il caso d'altri arresti nè di simili altri provvedimenti qualunque. Non è vero?

Il Governatore, a cui era diretta quest'ultima domanda, chinò il capo e fece spalluccie.

– Non desidero di meglio, rispose, ma l'affare mi par più serio di quello che tu creda. E se ti piace gettar gli occhi su queste prove…

Accennava egli colla mano i libri sequestrati a Francesco, le carte trovate nello stipo di Maurilio, e i rapporti dei delegati della polizia.

– Volentieri: disse il marchese alzandosi da sedere per avvicinarsi allo scrittoio sul cui piano erano le carte additale.

La Cappa avvisò che non gli restava altro da fare che andarsene. Aveva ricevuto la quasi sicurezza che il dottor Quercia non sarebbe stato inquietato, e gli tardava recare alla figliuola la notizia del suo successo diplomatico. Prese commiato; nessuno disse pure una parola per trattenerlo, ed egli si partì.

– Eccoti prima di tutto il rapporto di un agente che è fra i più zelanti ed accorti, un certo Barnaba: così disse il Governatore, porgendo una carta al marchese, il quale si diede a leggerla con ogni attenzione.

In quel rapporto erano esposti i fatti che abbiamo visto svolgersi, ed esposti colle tinte più scure che potessero aggravarne il significato. Il principale argomento per la colpabilità dei giovani incriminati, la prova più significante era l'allegata identità del cantante Medoro Bigonci col rivoluzionario ed esule romano Mario Tiburzio.

Quando ebbe letto, il marchese rimase un poco riflettendo, mentre il Governatore lo stava guardando con una cert'aria interrogativa che pareva dire:

– Eh? che ne dici? Ho io ragione sì o no?

Il marchese ripiegò lentamente il rapporto di Barnaba, e porgendolo all'amico, disse con posata gravità:

– Sì certo, questo può esser molto… e può esser nulla. Provato che quel Bigonci sia un segreto agente del partito rivoluzionario, le attinenze di quei giovani ed i loro convegni con esso acquistano una grave presunzione di colpa; ma ciò rimane egli provato? Vi ha qualche cosa che lo dimostri oltre l'allegazione di questo agente?

– A dire il vero, rispose il Governatore, finora una prova positiva non si ha tuttavia… ma si avrà. Quel cotale non si è ancora potuto arrestare… ma lo arresteremo; ed allora…

– Intanto si è fatta la perquisizione nell'alloggio di questo Bigonci e dei suoi compagni, non è vero?

– Sì: ed ecco il rapporto dell'altro agente detto il Rosso.

– Presso il signor Benda non fu trovato nulla di veramente grave…

– Che? Mi burli? E questi libri incendiari? E quella carta che il Selva con tanta arte ed audacia giunse a distruggere? Non sono tutte queste cose l'indizio dei mali propositi di codesta gente?

– Sì, ma non una prova d'una congiura, d'un vero cominciamento di atti criminosi. Di quella carta, poichè fu distrutta, non possiamo al giusto misurare il valore, e sopra semplici congetture io sento che si deve andare adagio a procurar la rovina di tanti poveri giovani e delle loro famiglie. Nella supposizione di quel Barnaba, d'una vera cospirazione, qualche cosa che la riguardasse, corrispondenze od altro, avrebbe dovuto trovarsi presso i supposti congiurati; ebbene quali documenti furono sequestrati che valgano a fondare l'accusa?

– Documenti positivi… veramente no; ma quanto basta per rivelare le tendenze, i concetti e la temerità di quella si può dire congrega. Da questo scartafaccio (e pose la mano sopra il manoscritto di Maurilio) apparisce come l'ispiratore di questa gente abbia da dirsi un certo giovinastro senza nome e senza famiglia, un antico vaccaro inurbatosi non so come, che ha studiato a casaccio non so dove nè per che mezzi, ed ha manifestato in questo zibaldone un amalgama di teorie audacissime e di dottrine sovversive, di tentativi letterari e di aspirazioni politiche, di versi e di prose, un piccolo Rousseau in erba o qualche cosa di simile con declamazioni alla Mazzini. Tofi ha avuto la buona ispirazione di far arrestare anche questo Maurilio…

 

Siffatto nome fece dare in un sussulto il marchese di Baldissero.

– Maurilio! Esclamò egli con voce non priva di emozione. E' si chiama con questo nome?

Tutta notte era stato presente alla sua memoria quel funesto caso della sua vita, in cui un Maurilio era stato vittima della sua spada; l'immagine di quest'uomo ucciso dalla sua mano, gli era comparsa più viva e spiccata del solito nelle tristi fantasticaggini della sua veglia; quel nome gli aveva suonato come una rampogna sotto la volta del cranio pronunziato dalla sua coscienza; ed ora egli, questo nome non comune, mai più trovato riunito alla personalità d'un uomo vivente, lo udiva frammisto a quel viluppo d'incidenti a cui la tracotanza di suo figlio obbligava lui stesso a prender parte. Una specie di superstiziosa emozione lo prese, quasi un presentimento: che non a caso, che non invano quel nome suonasse al suo orecchio in tal circostanza, e l'individuo che lo portava gli si parasse innanzi nel suo cammino.

– Parlami di costui: soggiunse egli vivamente. Chi è questo Maurilio? Donde viene? Che fa? Quale il nome del suo casato?

Il Governatore aveva notato la viva impressione provata dal suo amico, ed a questo affollarsi di vivaci domande piene di curioso interesse, rispose non senza stupore:

– Che ardore metti tu per questo cotale? Che cosa ti può interessare in quel miserabile plebeo?..

Il marchese con un turbamento nei tratti del volto, tanto più notabile, quanto più era ordinariamente composta ad impassibile dignità la sua fisionomia; il marchese pose una mano sul braccio dell'amico e disse a voce bassa ma improntata di profonda emozione:

– Ah! quel nome!.. Maurilio!.. Tu non lo ricordi quel nome?.. A me si è impresso con incancellabili caratteri nel mio cervello, e non vi sarà obliterato che dalla morte… E ancora!..

Il Governatore guardava il suo compagno coll'aria stupita di chi a mezzo un grave discorso ode proporsi ad un tratto il rompitesta d'un enimma; stava per interrogare sè stesso, se il marchese non avesse dato di volta.

Baldissero gli strinse più forte il braccio e continuò col medesimo, anzi con più turbato accento:

– Era una mattina d'inverno anche quella… Non la ricordi?.. Eravamo giunti a Milano la sera prima, tu, Castelletto ed io; tu e Castelletto foste a cercarlo…

Il Governatore si percotè colla mano la fronte.

– Ah! mi ricordo: esclamò egli, come si fa quando le parole vi sfuggono di forza dalle labbra: quel povero Valpetrosa…

Baldissero proseguiva:

– Ci scontrammo fuori Porta Romana; la neve copriva tutta la campagna… come oggi… Egli si avanzò verso di noi, e non disse che queste parole: «Se mi uccidete, vi raccomando mia moglie, – poichè ella è mia moglie! – ed il mio figliuolo che sta per nascere…»

Il Governatore lo interruppe:

– Via, via, non è il caso di andare a rivangare tutte queste dolorose memorie. Tu non hai da farti il menomo rimprovero. Ti sei regolato come ogni uomo d'onore avrebbe fatto in tua vece, e tuo padre te ne ha benedetto. Sua moglie l'hai tutt'altro che dimenticata ed essa ti ha perdonato…

– Ciò forse le ha accorciata la vita…

– Eh no, per Dio!.. Basta non pensiamo a codesto…

– E il figlio?

– Il figlio di quell'infelice mi hai detto tu stesso che è morto appena nato, quando tu eri già tornato in Ispagna…

– Così mi disse mio padre.

– E quello che tuo padre ti disse ti conviene crederlo… E poi non ci fu frammischiato in quell'affare quel vostro intendente o segretario, Nariccia?

– Sì.

– E non ti affermò ancor egli la morte del neonato?

– Pienamente.

– Dunque tu non avevi altri obblighi verso la memoria di quell'uomo… Capisco che l'udir questo nome il quale nei nostri paesi è affatto raro, possa evocarti quei certi ricordi, ma non è neppure da pensarsi che il presente Maurilio abbia alcuna attinenza con quello là. Maurilio Valpetrosa apparteneva ad una famiglia di Milano, e questo è un misero trovatello dei nostri campi.

– Un trovatello? Esclamò con qualche interesse il marchese.

– Sì: da se stesso egli si denominò per Maurilio Nulla. To', dà un'occhiata a questa specie di professione con cui egli cominciò questo quaderno di suoi scarabocchi, e vedrai.

Il marchese tolse in mano lo scartafaccio e lesse, scritte sulla prima pagina, le parole seguenti:

«Chi sono io? Non so. Che cosa io pensi, che cosa io voglia, a che cosa tenda l'agitazione di anima e di spirito che sì spesso mi domina e mi sprona e mi tormenta, non so nemmanco.

Se la sapienza dell'uomo, come dissero i Greci, pone la sua prima base nel conoscer se medesimo, oh quanto sono io lontano pur dal cominciamento di essa!

Tuttavia havvi in me, sento in me, alcuna cosa che, quantunque non sappia definirla, mi pare la parte migliore di me. È desso il mio pensiero? È la intelligenza? È qualche cosa di comune a tutti gli altri? oppure è speciale all'esser mio?

Sento così di frequente un bisogno immenso, irrefrenabile di effonder l'anima mia!.. A chi? A nessuno che mi si presenti colle sembianze d'uomo. In faccia ad un mio simile il mio labbro si rinserra sdegnosamente muto, e mi pare che una mano di gelo si imponga come coperchio a rinchiudere il cuore tumultuante.

Nella campagna solitaria ove conducevo al pascolo la giovenca, parlavo alla natura, e la natura parlava a me; sentivo la sua gran voce, ora soave come la carezza del zeffiro, che mi aleggiava sulla fronte, ora terribile come il muggito della bufera che scuoteva le quercie… Qui in città la gran voce tace per lasciar cinguettare il brulichio degli uomini.

Conviene ch'io parli a me stesso. Uscendo dall'interna chiostra formolate in parole, le audacie del mio pensiero, i sogni della mia fantasia, per fermarsi su questo pezzo di carta, sarà come se i lineamenti dell'anima ad uno ad uno venissero a riflettersi in uno specchio che ne conservasse l'impronta. A poco a poco i tratti si aggiungeranno ai tratti, l'immagine – forse – ne riuscirà discernibile, e l'anima riconoscerà se stessa.

«Chi sono io? Mi ridomando. È il gran problema che incombe sulla vita di tutti gli uomini. Per me si è fatto più crudo, più spiccato, più imminente, direi, avendo voluto… (chi? Debbo dire il caso? o la Provvidenza? o la malvagità degli uomini?)… avendo voluto la mia sorte ch'io qui sulla terra fossi, in mezzo ad una razza umana organata a famiglie, senza famiglia, senza legami di sangue, senza protezione di parentela e di nome.

«La prima volta che mi ferì il nome di bastardo sputatomi sulla faccia dalla Giovanna incollerita, non capii che cosa volesse dire quella parola, ma sentii che era un termine d'ignominia ond'era espressa cosa cui la gente faceva mia vergogna. Non mi sdegnai, non risposi, fuggii a nascondermi.

«Ora ch'io incomincio a gettar giù queste parole sulla carta, colla mano tremante, colla testa in tumulto, colla dolce e profonda emozione con cui si deve parlar d'amore la prima volta, con cui si inizia una segreta corrispondenza con cara persona a cui tutto si crede dovere e poter dire di noi; ora io conto intorno a diciott'anni di vita… Ah non so nemmanco di sicuro da quanto tempo il destino mi ha balestrato a soffrir sulla terra! Sono diciott'anni che un uomo mi raccolse abbandonato; ma quanti giorni avessi allora di esistenza – forse mesi, forse già un anno – non mi si disse mai, non lo seppe neanco chi non mi lasciò morir sulla via.

«In questi diciott'anni, dolorosissimi avvenimenti avvicendarono la mia combattuta esistenza: ma più gravi e più numerosi travagli e mutazioni si fecero nell'anima mia, in quell'essere interno che non so definire, dove tante idee s'intralciano e tanti diversi affetti si scambiano. Gli è i risultamenti di questo interno travaglio che io qui voglio registrare, per me – per me solo – a dar conto a me stesso dell'uso del mio ingegno, della mia volontà, dell'effetto di quegli studi saltuarii, abborracciati, ma cui è pur gran ventura che la sorte mi abbia concesso e mi conceda tuttavia di fare.

«Le leggi del mondo fisico e quelle del mondo morale; le leggi dell'organismo sociale come quelle dell'organismo del corpo umano; la vita della terra che ci sostiene, ugualmente che la vita della schiatta umana, delle masse dei popoli e degl'individui mi sembrano concentrarsi e concertarsi in una grande unità, di cui la mia mente troppo debole, e i miei studi troppo incompiuti, non possono darmi tuttavia la forza di abbracciare il complesso, ma che travedo, trasento e perseguo, quasi per istinto, traverso tutti i fatti dell'esistenza, dai moti della mia anima rinchiusa nella carcere del corpo a quelli dei mondi nello spazio infinito.

«Di questo travaglio analitico dell'intelligenza che si affanna alla ricerca della gran sintesi, scriverò le espressioni e le fasi in queste carte per conchiuderle il giorno in cui la morte mi faccia immota la mano, o per troncarle il dì, in cui un diverso apprezzamento me le faccia conoscere inutili e forse anco puerili.»

Il marchese lesse queste pagine con attenzione e non senza meraviglia.

– Un giovane in quelle condizioni, a quell'età, che scrive e pensa di tali cose, diss'egli, non è fatto ordinario. È in lui la stoffa d'un uomo di vaglia.

– Per ora, disse il Governatore, c'è un demagogo. Leggi qui a questo punto ed a quest'altro… se pure hai pazienza, e vedrai quali idee sovversive della società e fin anco della religione bollano in quel cervello esaltato.

Baldissero scorse cogli occhi le pagine che gli additava il suo interlocutore e che erano state segnate colla matita rossa dal Commissario di polizia.

– Leggerò molto volentieri, rispose di poi, queste cose che assai m'interessano; vuoi tu lasciarmi recar meco per ciò questo scartafaccio?

– A piacer tuo: disse il Governatore chinando la testa con moto di gentile condiscendenza.

In quella fu recato al Governatore un biglietto del conte Barranchi.

– Aspetta, disse il Governatore, dissuggellando la carta, a Baldissero che pareva apprestarsi a partire: questa lettera ha forse riguardo al caso di cui tu t'interessi.

– Ed è così infatti; soggiunse dopo letto quanto scriveva il comandante della polizia; odi ciò che dice Barranchi:

«Caro Governatore,

«Quel tal Medoro Bigonci venne arrestato ancor egli; ma l'impresario del Teatro Regio protesta che, essendosi ammalato il primo baritono, se lo si priva ancora di codestui, egli non potrà più tenere aperto il teatro, e quindi nemmanco darci la solenne rappresentazione di domenica sera, a cui deve intervenire S. M. colla Corte in gala.

«Mio nipote San-Luca che conosce tutta la gente teatrale, è venuto qui ad assicurarmi che questo Bigonci è nient'altro che un artista di canto che sarà vittima d'una somiglianza, ma che egli metterebbe pegno qualunque cosa che pensa tanto alla politica quanto al Gran Turco.

«Il Commissario mi riferisce che nelle sue risposte quel Bigonci si contenne in modo – naturalmente negativo – da non poter nulla dedurne a suo carico, e che mostrò certe lettere e certi ricapiti onde sarebbe provata la sua vera identità come cantante.

«Le scrivo subito queste cose, caro Governatore, perchè sapendo come i Baldissero padre e figlio desiderino la sollecita liberazione di uno dei compromessi, Ella veda se vi ha modo di contentarli. Io non oserei prendere su di me tanta risponsabilità; ma se V. E. mi vi incoraggia con una sola parola, io darò senza ritardo gli ordini di rilascio per quel Benda, a favore del quale anche a Lei sarà andato a parlare il marchese di Baldissero.

«Mi creda, ecc.»

– Ebbene? interrogò il marchese quando ebbe udito la lettura di questo biglietto. Che cosa conti di fare?

Il Governatore esitò un momentino.

– Primo impulso, e quello che seguirei più volentieri, sarebbe di contentarti senza ritardo; ma tu capirai le considerazioni che me ne trattengono… Il ministero dell'interno è in una specie di gara con noi militari. Se diamo passata a certe cose, farà comparire agli occhi di S. M. che noi non siamo abbastanza vigilanti od abbastanza oculati. Abbiamo ancora la disgrazia che il marchese di Villamarina passa colla nomèa di velleità liberali, ed essendo egli ministro della guerra, si crede che i militari per andargli a genio sieno più disposti a tolleranza di quel che converrebbe… Certo io non posso essere sospetto, ma pure…

 

Baldissero lo interruppe con un grave sorriso:

– No, il menomo dubbio non può nascere sul tuo conto di tepidezza nell'affetto alla monarchia e nello zelo del tuo ufficio, e spero che un sospetto di simil natura non debba nemmeno poter colpire me stesso. Comprendo la forza delle considerazioni che ti trattengono, e non cerco altrimenti di smuoverti dalla tua determinazione. Esaminerò io stesso di meglio la cosa, poichè tu me lo concedi, e quando io mi confermi nella mia persuasione che non vi sia in tutto codesto che imprudenza giovenile, sfogo di liberalismo rettorico e nissun vero attentato contro il legittimo Governo, allora ne parlerò io stesso di proposito al Re.

– E sarà il meglio che potrai fare: disse il Governatore.

Tese a Baldissero la destra e soggiunse:

– Spero che tu non l'avrai meco per ciò?

Il marchese gli strinse la mano con amichevole effusione.

– Che dici? Potresti pur pensare una cosa simile? A luogo tuo, io non avrei fatto diversamente da quello che tu.

Baldissero si partì dal Governatore, accompagnato da quest'esso sino all'anticamera.

A muovere San-Luca a recarsi da suo zio il generale dei Carabinieri per testimoniare in favore di Bigonci era stato quell'amico e compagno di Maurilio e di Selva, che chiamavasi Romualdo.

Assente per sua fortuna nel momento in cui facevasi la perquisizione ed arrestavasi Maurilio nella casa del pittore Vanardi, Romualdo, rientrando, vedeva scolpito sulla faccia spaventata di Antonio l'annunzio che gravi novità erano intravvenute, ed udiva dalle vivaci, colorite ed interminabili chiacchere della signora Rosa tutti i particolari dell'avvenimento.

Romualdo avvertiva tosto tutta la rilevanza di questo fatto; il ritardo di Selva nel tornare a casa gli faceva inoltre temere che ancor egli fosse caduto negli artigli della Polizia, e capiva abbastanza che alcun sospetto era nato intorno alla congiura – e fosse pure soltanto un sospetto! – e che l'arresto di Mario, quando foss'egli conosciuto per chi era realmente, importava la rovina di tutti i loro audaci disegni patriotici, la perdita della libertà, e fors'anco della vita, per i coraggiosi giovani cospiratori. Le fucilazioni d'Alessandria non erano ancora tanto lontane che la loro memoria non legittimasse il timore di nuove condanne a morte.

Metteva quindi il cervello alla tortura per cercar modo di trovare, se non un mezzo di salute, uno spediente che riparasse almeno in parte la minacciata rovina. Vanardi, sgomentito sino nell'imo fondo dell'anima, proponeva scappar subito così lontano che non si potesse veder più spuntare da nessuna parte sull'orizzonte il pennacchio prepotente e il candido budriere d'un carabiniere del re di Sardegna; col qual mezzo egli faceva anche quest'altro guadagno di mettere la salvaguardia d'una distanza non facilmente superabile fra sè e i suoi creditori, che incominciavano a tormentarlo.

Ma Romualdo non era a salvar sè che pensava soltanto, gli era a salvar gli amici e l'impresa. Non potendo fermare la sua risoluzione su partito alcuno, al buio com'egli si trovava delle circostanze che avevano cagionato l'arresto, Romualdo determinò di andare attorno per la città in busca di informazioni dalla voce pubblica, e di cercare intanto sollecitamente di Mario, del quale importava saper le novelle e col quale urgeva massimamente concertare il modo di governarsi.

Questi arresti e la perquisizione erano evidentemente dei fatti che si attaccavano alla comparsa nella sera precedente di quel personaggio sospetto cui Mario venendo aveva trovato nel camerino della portinaia e dal quale il congiurato s'era accorto essere stato seguito cautamente su delle scale. Sarebbe stato assai bene avere dalla portinaia alcuna informazione in proposito, e Romualdo pensò che niuno era al mondo più atto a codesto che la moglie di Antonio, la buona, vivace e ciarliera signora Rosa; ma, come un'idea ne mena un'altra, questo gli fece avvisare come fosse assai probabile che alle ciarle appunto della signora Rosa con madama la portinaia si andasse debitore dei sospetti e della visita della Polizia.

Romualdo parlò di proposito, a questo riguardo, alla brava donna, mettendole innanzi tutto il danno che ciarle imprudenti potrebbero cagionare; Antonio, il marito di lei, rincarò la dose, strepitò che la era stata di certo quella benedetta linguaccia a comprometterli nei suoi eterni pissi pissi, or con questa, or con quella delle donnacole della casa, che intanto la Rosa poteva andar lieta e superba che aveva messo in sull'orlo dell'abisso suo marito e la famiglia e gli amici del marito, e chi sa ancora se poteva evitarsi il capitombolo nel precipizio! e certo se una sola ciarlatina veniva tuttavia ad accrescere l'imprudente, involontaria delazione, la era una spinta da non potersi più parare in nessun modo dalla catastrofe.

La Rosa rimase a tutta prima sbalordita; ma la non era donna da abbandonarsi così agevolmente per vinta. Protestò fermo e forte che Ella non aveva detto nulla, non aveva scoperto nulla di nulla, perchè di fatto non la sapeva neppure una briciola di quanto e' venivano maneggiando nei loro segreti convegni; che ad ogni modo le sue ciarle erano sempre le più innocenti del mondo, perchè la era donna abbastanza di senno per sapere quello che si ha da dire e quello che si ha da fare e che non sarebbe stato per suo fatto mai che nè la concordia d'una casa, nè la pace d'una famiglia, nè la sicurezza di nessuno avrebbe da rimanere compromessa; e qui, scambiando parte ed eloquenza, passava da difenditrice di sè medesima ad accusatrice d'altrui: e che gli era un grave torto far di questi nasconderelli ad una moglie che, come lei, si meritava stima e fiducia dal marito; e che la testa sulle spalle la aveva ancor essa e dentrovi due dita di cervello, forse più che non altri; e che a dare un consiglio ci valeva tanto bene che, forse e senza forse, s'ella avesse saputo di che si trattava e le avessero dato retta, non si troverebbero ora in quel bello spineto; e qui voltando, come dice Dante, il discorso per punta a suo marito, soggiunse: che gli era in lui un gravissimo torto, come padre di famiglia, quello di cacciarsi in queste mattane, e per delle bubbole d'idee sconclusionate rovinare in un amenne moglie e figli e tutta la baracca.

Antonio era così avvilito dell'animo che non aveva più bastante vigore da contrapporsi alle invettive ed alle conclusioni della moglie, alla quale in cuore la paura gli faceva dar la ragione; Romualdo giudicò rettamente che per finirla bisognava dar passata a quello sfogo e non contrastar menomamente alle concitate di lei deduzioni.

– Mia cara signora Rosa, diss'egli: tutto questo sta bene, ma ora, a pigliarla comunque, gli è di quel senno di poi di cui sa che son piene le fosse e che serve ad un bel niente. Lasciamo stare quello che è stato e pensiamo a quello che è. S'Ella ci sa spillar fuori dalla portinaia alcuni particolari sull'uomo di ieri sera, la ci può giovar molto.

La Rosa si acquetò di subito. La cosa era troppo grave e la toccava troppo da vicino, perchè non le dèsse tutta l'importanza; ella era poi di cuore inclinata a fare il maggior bene che potesse anche a chi gli era indifferente, figuriamoci poi ora che erano in ballo così ponderosi suoi interessi! Inoltre la buona donna aveva sì fatto la brava in presenza del marito e di Romualdo che la rimproveravano, ma in fondo della sua coscienza c'era pure una vocina che le veniva dicendo come tanto tanto innocenti non fossero di questi effetti le chiacchere tenute colla portinaia, e il rimorso ch'ella ne sentiva si aggiungeva a stimolarne lo zelo.

– Lasciate fare a me: diss'ella racconciandosi un poco e in fretta in fretta i panni dattorno. In due salti sono giù dalla portinaia, e non sono chi sono se in cinque minuti non le ho tratto il filo della camicia.