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Storia degli Esseni

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LEZIONE SESTA

Qual’è l’origine, la origine storica degli Esseni? Ecco l’oggetto delle nostre passate, delle nostre presenti ricerche. Noi movevamo, nella lezione passata, in traccia di questa origine; noi vedevamo il Salvador riporla nella invasione dei Siriaci, nelle emigrazioni specialmente che questa invasione cagionava tra gli Ebrei di Palestina. Noi domandavamo a noi stessi quanto si apponesse il Salvador così sentenziando, e la risposta fu tale, se ben ricordo, che male potrebbe il sistema del Salvador riaversi. – Mestieri è oggi proseguire nel divisato cammino; mestieri è pure, quelle qualunque opinioni che a spiegare l’origine degli Esseni furon proposte, chiamare egualmente a sindacato. Qual’è il sistema che noi dobbiamo oggi esaminare? Egli è un sistema che se l’ingegno, la fama, il sapere, fossero sempre infallibile criterio di verità, solo vero e legittimo sistema dovrebbe cotesto da ora bandirsi. Noi abbiamo dinanzi uomini cari a noi e onorandi per la fede comune, per servigj segnalatissimi ai buoni studj prestati; abbiamo tra i nostri l’illustre autore della Kabbale, il Frank; l’autore chiarissimo della Palestina, il Munk; e infine abbiamo tale che torreggia gigante fra tutti quanti gli si appropinquino, abbiamo un uomo che vale per mille, un uomo, (tollerate la riabilitazione di una frase) un uomo che si chiama Legione, abbiamo Vincenzo Gioberti.

Il Munk, il Frank, il Gioberti, ecco i grandi, i terribili avversarj che dobbiamo questa sera combattere. E che cosa, di grazia, dicono i tre chiarissimi uomini dalla origine degli Esseni? Tutti egualmente in una sentenza convengono, tutti in una origine consentono l’origine Greca, l’origine Alessandrina, l’origine Egiziana. Che cosa s’intende dire per questa origine da me con triplice nome designata? S’intende dire che gli Esseni o, per dir meglio, l’Essenato, ch’è quanto dire l’Istituzione, le Dottrine, il Genio degli Esseni, siano tutti provenuti da quella filosofia, da quella scuola, che parte greca, parte orientale, avea posto da lungo tempo suo seggio nella Metropoli dell’Egitto, nella erede di Atene, in Alessandria. Ecco che cosa vuol dire origine Alessandrina. E dove professano i tre insigni uomini rammemorati la opinione ch’io dico? La professa il Munk nella bell’opera che sulla Palestina dettava (a p. 519), laddove, dopo aver con succinte indicazioni degli Esseni trattato, conclude dicendo, molto andare la loro Istituzione debitrice agli istituti; alle scuole dei filosofi egiziani. Lo confermava poi in una nota alla pagina istessa ove a buon diritto redarguendo la teoria del Frank, ci dipinge gli Esseni quasi mediatori e sensali tra le dottrine in Egitto imperanti, e la ebraica ortodossia di Palestina. Noi avremo in avvenire occasione di noverare il Munk tra i più valenti propugnatori di non poche capitalissime verità riguardanti gli Esseni. Noi avremo luogo di tributargli largo, sincerissimo ossequio per essere stato animoso banditore di tre principj che crediamo nella Storia degli Esseni rilevantissimi, per aver apertamente insegnata la filiazione e quasi la identità degli Esseni col Farisato, per aver sanzionata l’antichità, la contemporaneità della teologia Cabbalistica, e sopratutto per avere tra questa teologia e la scuola degli Esseni dimostrate quelle intime, profondissime attinenze che sono, secondo me, uno dei pregj più esimj della scrittura del Munk. L’occhio della mente sua, sempre veggente,20 travide queste attinenze, le notò, le insegnò; e i germi da esso deposti nella opera sua, debbono quando che sia larga messe fruttare di preziosissime conclusioni. Noi non saremo tra gli ultimi a secondarne il dettato, a riconoscerlo, a salutarlo qual possente alleato. Per ora, come dicemmo, nella questione presente della origine, èmmi forza trattarlo quale avversario. Io dissi che non è il solo, ma poderosi atleti accompagnarlo. Uno di essi è il Frank. E dove soscrisse il Frank alla origine in discorso? Nell’opera già ricordata della Kabbale. Egli, nella terza parte del suo libro, in quella cioè da esso alla comparazione dedicata tra la dottrina dei Cabbalisti ed i sistemi affini contemporanei, sembra inchinare assolutamente alla origine Alessandrina. Parlando degli Esseni e dei Terapeuti, egli dice apertissimo: l’une et l’autre (che è quanto dire Esseni e Terapeuti) l’une et l’autre étaient nées en Egypte. L’una e l’altra, sortito avere i natali in Egitto. Io vi dico forse cosa che vi stupirà. Voi udite quanto esplicito si pronunzj il Frank in favore della tesi avversaria, quanto deliberato consenta all’origine Egiziana. Eppure (stranissima anomalia!) egli sarà il Frank istesso, egli sarà lo stesso libro della Kabbale, e la stessa parte sarà del suo libro, e senza forse la pagine istessa, che i più forti, i più saldi argomenti ci forniranno ad infermare, a distruggere la teoria prediletta, la origine fantasticata. Io credo che gli argomenti perchè tratti dall’avversario nulla scapiteranno, se non invece immensamente più ratti e più infallibili ci meneranno allo scopo. Ma chi è il terzo, che sovra gli altri come aquila vola? Io dissi che è V. Gioberti. – E dove toccava il Gioberti della istituzione degli Esseni? Egli ne parlò nella Filosofia della Rivelazione; in una di quelle opere che la morte non concessegli di pubblicare, e che i postumi anatemi non valsero che a render più cara, più ricercata. In quest’opera della Filosofia della Rivelazione (a p. 181 dell’opera stessa), laddove prende colla sua usata grandiosità a trattare della pretesa missione unificatrice del Cristianesimo, e quindi (quali rappresentanze di due opposte idee) della presenza in Palestina della dualità Ebraica e Gentilesca, che dovevasi pel futuro Cristianesimo unificarsi, così il grande intelletto si esprimeva: «Presso i Giudei a’ tempi di G. C. vi eran due scuole. L’Alessandrina, filosofica, acroamatica, sottile; la Palestina, tradizionale, positiva. La prima esprimeva il genio Indopelasgico e Greco; l’altra, il genio Semitico.»

Voi l’udite, Gioberti sta risolutamente per la origine Alessandrina; imperocchè di null’altro egli può aver inteso colla sua scuola acroamatica e sottile, rappresentante il genio Greco o Indopelasgico, tranne della scuola della Consorteria degli Esseni.

Noi avremo, dunque, a lottare non solo coi due preclari scrittori il Frank ed il Munk, ma ancora contro la mente più vigorosa che generato abbia l’Italia moderna. Fortunatamente però non è così. Noi possiamo a buon diritto declinare Gioberti quale avversario, noi possiamo rimuoverlo rispettosamente dallo steccato, noi possiamo risparmiarci il pericolo, e non è lieve, di tenzonare con atleta siffatto. E perchè? Per una ragione semplicemente, e che voi di leggieri comprenderete. Perchè Gioberti non è responsabile della verità dell’asserto; perchè egli, a guisa di tutti quelli che versando sopra una particolar disciplina, si giovano delle ricerche e dei trovati altrui, qualora di altre discipline si tratti, tolse agli uomini, agli scrittori speciali; tolse, per esempio, al Munk, tolse al Frank; come ad altri di simil fatta tolse per avventura il supposto sul quale la teorica sua fondava della unificazione Cristiana; ch’è quanto dire, toglieva da essi la origine Greca Alessandrina dell’Essenato, senza porsi per questo mallevadore della verità del supposto, come fatto non si sarebbe mallevadore se tolto avesse, verbigrazia, al Champollion la notizia dei Monumenti Egiziani, o dai Fisici imparato avesse cosa che fosse dipoi chiarita fisicamente inesatta. Sapete sopra chi gravita intera la responsabilità dell’asserto? Sovra coloro che tolsero a subbietto delle loro ricerche, disquisizione siffatta; sovra di quelli che ne trattarono exprofesso. Sopra gli scrittori Israeliti in ispecie, siccome quelli che più eruditi si suppongono nelle proprie antichità; ed ai quali più facilmente che ad altri si presta credenza, i quali dovrebbero, se non isbaglio, penetrarsi più che non fanno di questa verità; cioè, che gli occhi, che le menti dei dotti sono più che ad altri, ad essi rivolti, siccome ad organi ed interpreti fedelissimi e naturali di tutto lo scibile israelitico, e che grave però loro incombe il dovere di procedere circospetti non poco nelle loro sentenze. Non sono eglino i rappresentanti legittimi, e quasi non dissi gli oratori d’Israele nel consesso dei dotti? Tali almeno sono dall’universale estimati. – Che cosa dicono il Frank ed il Munk? Dicono che il nostro Essenato deve all’Egitto, alle idee dell’Egitto, il suo nascimento. Porganci dunque le fedi di nascita, che le vediamo; porganci, cioè, quelle prove che a così credere li inducevano, e se ne vegga il valore.

E prima, difendere non mi so da un pensiero che vulnera, a parer mio nella parte più sensibile la opinione in discorso. E qual’è? È il superfluo, è il vano, è l’inutile di tale opinione. Voglio dire che questa ipotesi che combattiamo, ove pure si prescinda dal suo intrinseco valore, manca senza meno del primo e indispensabile requisito di ogni asserto, la sua necessità. È egli necessario per ispiegare l’origine degli Esseni, fare siccome fanno costoro un’escursione in Egitto? Fermamente io credo che non lo è. – E chi è quello che me lo insegna? – Strana cosa, ma pure verissima. È il signor Frank istesso, è quello istesso volume ov’egli di volo depose la sua professione di fede riguardo agli Esseni. Ed in qual guisa ce lo insegna il signor Frank? Disputando intorno all’antichità delle dottrine, della scuola dei Cabbalisti. Egli fu quello, e già ve lo dissi, che più risoluto tra i moderni scese nello steccato a propugnarne l’antichità. Egli non si diè posa fintantochè non rimise l’antichità della scienza in quella evidenza intuitiva che era stata pria delle moderne discettazioni. Ciò fece il signor Frank, e saviamente faceva, a parer mio. Perchè non fu conseguente? Perchè avendo in casa più che non era mestieri a rendersi conto della derivazione degli Esseni, andò attorno a cercarne la culla sulle rive del Nilo? Perchè non quetare nella origine propria e casalinga, quando tutti gli elementi ei ne chiudeva in pugno coll’antichità cabbalistica? Perchè torcere gli occhi da quelle strette attinenze alle quali ossequiava sinceramente la buona fede del Munk, nè il signor Frank istesso osava negare? Ecco la prima lagnanza che contro l’origine Alessandrina mi è dato rivolgere. Si comprende in una parola, in una frase; cioè, non è necessaria.

 

Non basta questo. Un argomento vi ha che, a senso del signor Frank, dimostra l’autonomia delle dottrine cabbaliste, cioè la loro origine indigena, nazionale, Palestinese; e questo argomento è la lingua.

La lingua, egli dice, di quella dottrina, è l’ebraica, e l’ebraica aramea, ch’è quanto dire, la lingua allora usitata in Palestina. Qual’era, per contro, la lingua dei filosofi Alessandrini? Era il greco idioma, il greco esclusivamente. Non è questa, dice il Frank, prova dell’autonomia Cabbalistica? Io non voglio discutere l’argomento del signor Frank, ma lo prendo per quel che vale, e così argomento. O la lingua prova, o nulla dice. Se prova, perchè non vale egualmente rispetto agli Esseni, dei quali non si è mai detto nè si poteva dir veramente che altra lingua usassero in Palestina, che non fosse l’ebraica, o quella qualunque allor usitata? – O non prova; ed allora, perchè concedergli di prova le sembianze e gli effetti? – Pare impossibile! Vi sono nel libro prelodato del signor Frank, nella scrittura della Kabbale, e in quella parte istessa, e quasi a contatto della malaugurata origine Alessandrina, tali inattese, tali decisive confessioni, e tale offrono manifesta repugnanza colla origine istessa, che davvero non si comprende come uno scrittore illustre, qual’è il filosofo francese, non l’abbia avvertita.

Vedete, in fatti, il signor Frank precludersi colle sue mani la via a spiegare non solo, ma nemmeno a comprendere la sognata origine Alessandrina. Vedete egli stesso elevare una barriera materiale, insormontabile, che il passaggio persino contende, onde prendere nello Egitto lo Essenato. Vedete egli stesso porci le armi alla mano, con queste parole: «Dallo istante (egli dice, e traduco a verbo), dall’istante in cui la scuola Neoplatonica prese a fiorire nella nuova capitale dell’Egitto, sino alla metà del secolo IV dell’E. V.; epoca nella quale la Giudea vide morire le sue ultime scuole, i suoi ultimi Patriarchi, le ultime faville della sua vita intellettuale e religiosa; quali rapporti troviamo tra i due paesi, tra le due civilizzazioni da essi paesi rappresentate? Ove, durante questo tratto di tempo, la filosofia pagana fosse penetrata nella Terra Santa, e’ bisognerebbe naturalmente supporre la intromissione degli Ebrei di Alessandria. Ma gli Ebrei di Alessandria sì scarsi rapporti aveano coi loro fratelli di Palestina, che assolutamente ignoravano le istituzioni Rabbiniche, le quali tra gli ultimi occuparono luogo così cospicuo, e che trovavansi già radicate tra essi oltre due secoli innanzi l’E. V.» – E quali prove reca in mezzo il sig. Frank ad avvalorare l’asserto?

Prove reca, bisogna pur dire, che desiderar non potrebbonsi più luminose. Egli reca la intera Enciclopedia ebraica alessandrina, ove assoluta campeggia la ignoranza delle cose e degli uomini Palestinesi. Reca, tra gli apocrifi, il libro della Sapienza, di origine, di autore Alessandrino. Reca l’ultimo libro dei Maccabei, foggiato come pare indubitato sulle rive del Nilo, ed il silenzio ci addita e la ignoranza assoluta di tutto quello che Palestina riguarda. Ignoranza dei più grandi uomini, che alta e sonora levarono fama di sè; ignoranza di Simone il Giusto, dei più celebri tra i Tannaiti; delle grandi scuole di Hillel e Sciammai; e sovra tutto, ei dice, ignoranza di costumi, d’idee, di tradizioni. Ma il Frank non è uomo da darci dimostrazioni incompiute. Egli prova, e si può dire con egual nerbo, con egual verità, la ignoranza reciproca nella quale gli Ebrei di Palestina vivevano di tuttociò che in Egitto avveniva, di tuttociò che concerneva i loro fratelli di Alessandria. Lo prova la oscura, l’alterata cognizione che i dottori possedevano della traduzione dei Settanta; lo prova il silenzio strano, incomprensibile, nella Misnà e nel Talmud dei nomi più insigni, delle grandi, delle somme illustrazioni israelitiche dell’Egitto; silenzio di Filone, silenzio di Aristobulo, e silenzio infine di tutte le opere anzidette, concette e partorite all’ombra delle scuole Egiziane. Lo credereste? Egli è in mezzo a quest’osanna perpetuo, alla impossibile comunicazione tra Palestina ed Egitto, egli è in mezzo a questo concorso imponente, maestoso di prove, contro l’origine Alessandrina, egli è qui, qui per l’appunto che l’origine Alessandrina degli Esseni si pone dal signor Frank siccome quel vero, che mestieri non ha di esser provato.

Voi lo udiste; voi vedeste con quanta urgenza di prove l’illustre autore innalzi tra Palestina ed Egitto tale una muraglia, rispetto alla quale, quella famosissima della Cina ti pare un trastullo. Che credereste ora che faccia il sig. Frank? Egli crede citare la massima delle prove, e cade invece, se così è lecito pensare di un tant’uomo, nel massimo degli equivoci. Egli cita in prova della non avvenuta comunicazione tra Palestina ed Egitto, il silenzio dei Rabbini intorno gli Esseni, intorno i Terapeuti. Perchè, egli chiede, perchè questo silenzio? Perchè gli Esseni, ei dice, origine avevano egiziana, e nulla che fosse egiziano dai Rabbini si conosceva. – Sogniamo o siamo desti? – È egli il sig. Frank che tale profferiva sentenza? E pure, dovuto avrebbe ad una piccola circostanza avvertire, che tutta avrebbe mandata a soqquadro la sua argomentazione; ch’è quanto dire, avria dovuto avvertire, che se la ragione può valere pei Terapeuti dimoranti in Egitto, non lo può in nessun modo pegli Esseni in Palestina stanziati; pegli Esseni che viveano tra le stesse mura e sotto gli occhi stessi dei dottori, i quali se non ne fecer menzione, a tutt’altra cagione bisogna imputarlo, che non a quella della pretesa origine egiziana. La quale origine egiziana tuttochè fosse vera addimostrata, nulla avrebbe impedito che dai dottori gli Esseni si conoscessero, e di essi a dilungo favellassero, siccome quelli che comune con essi avevano e patria e soggiorno e convivenza. Che se non lo fecero, non ci dite, di grazia, perchè traevano dall’Egitto la origine; chè così dicendo, offendete, non ch’altro, il più comunale buon senso. – Ma che dico il buon senso? Dovrei dire la vostra istessa teoria, il vostro sistema istesso d’isolamento, di separazione dell’Egitto. E come no? Voi dite gli Esseni Egiziani. E bene sta. Ma dove abitavano cotesti Esseni? Abitavano pure in Palestina; dunque di Egitto trasmigrati si erano in Palestina, o almeno le idee loro dall’Egitto passate erano in Palestina, perchè uomini od idee, nel caso nostro, è tutt’uno. Ma se passarono, se dall’Egitto trasferironsi in Palestina: che segno è? È segno che questi rapporti da voi negati, esistevano veramente. È segno che le dottrine cabbalistiche possono avere quelle stesse vie percorso, che lo Essenato percorse. È segno che tutto l’apparecchio dialettico da voi posto a sostegno della autonomia, della originalità cabbalistica, ruina ad un tratto. È segno che coteste due cose da voi sostenute, non possono insieme capire. È segno che bisogna scegliere, che bisogna ottare. – Volete gli Esseni derivati d’Egitto? Ed allora non negate tralle due regioni i rapporti. O meglio vi talenta ricusare tra Palestina ed Egitto ogni legame, ed allora rinunziate alla origine alessandrina dello Essenato. Volere e l’uno e l’altro, è al di sopra di ogni creata possanza: stare, per così dire, sulle due sponde a cavallo, è opera più che umana; conciossiachè del solo colosso di Rodi, si narri poggiare ad un tempo i suoi piedi sulle due opposte rive. Ma il colosso di Rodi è favola meglio che storia. E bene, o miei giovani, se ne accorse quel perspicace intelletto del Munk, il quale nella sua Palestina (a p. 519) tali parole dettava sul conto del Frank, le quali comecchè di gentilezza condite, non lasciano per questo di contenere l’avvertenza che noi al signor Frank dirigiamo. «Sembra, dice, in verità avere il signor Frank indebitamente negletto l’officio che gli Esseni ponno aver sostenuto, quali mediatori e sensali, tra l’Egitto e Palestina.»

Questa si chiama conseguenza, e noi volentieri la ossequiamo, quale diretta e legittima illazione del principio da ambidue consentito, cioè della origine alessandrina dell’Essenato. Noi possiamo però separarci dalla costoro sentenza, senza per questo incorrere nella taccia di contraddizione. Noi neghiamo col signor Frank la comunicazione tra Palestina ed Egitto; ma neghiamo altresì ciò ch’egli non fa veramente, cioè la origine alessandrina dello Essenico istituto.21

 

Io vi dissi che gli argomenti dal signor Frank invocati a sostegno della autonomia cabbalistica, militavano con non minor urgenza in favore dell’autonomia degli Esseni. Giudicatene voi stessi. – Ignoravano, egli dice, i dottori di Palestina, i loro confratelli di Egitto. In qual guisa le scuole pagane avriano conosciuto? Non è egli, io aggiungo, cotesto validissimo argomento in favor eziandio della originalità degli Esseni? Ma più. La lingua greca, dice il signor Frank, era in onore: sì, ma appo gli Israeliti di Palestina non era però familiare. Vedete, egli aggiunge, vedete Flavio che pure nella scienza pagana ci sembra tra i coetanei il più erudito. E pure, chi il crederebbe? è Flavio stesso che ne depone, è la sua confessione, sono le sue parole: Mestieri egli ebbe di chi nella greca favella lo erudisse, quando prese a dettare le sue istorie. – Mestieri ebbe di porsi al fianco tale, che nella lingua dei Greci quelle nozioni possedesse, di cui egli era digiuno. Mestieri fu che le istorie sue al costui sindacato sottoponesse.– Non basta. Flavio non recita sol di sè stesso la confessione, ma la ignoranza egli autentica altresì di tutti i suoi contemporanei, i quali al dire di lui poco in generale delle lingue curandosi, poco eziandio coltivavano lo idioma dei Greci; e se l’idioma, dice il Frank, era così trascurato, come potevano meglio conoscere le dottrine in esso idioma vergate? Bene, a parer mio, argomenta il signor Frank, e non meno bene noi stessi argomentiamo.

Io torno e domando. Avvi nulla in questo raziocinio che a capello non si acconci alla istituzione degli Esseni? Avvi nulla che più manifesto resulti della loro autonomia? – Ma più oltre spinge il signor Frank la intrapresa argomentazione, e più oltre con esso noi pure procederemo. Che cosa dice il signor Frank? Poniamo, egli dice, che la lingua si conoscesse. Poniamo che queste materiali difficoltà che noi vedemmo frapporsi alla comunicazione dei due paesi, non esistessero; mettiamo anzi, che liberamente le idee alessandrine in Palestina circolassero, e quelle di Palestina nello Egitto avessero accesso. Sarebbe per questo più probabile l’adozione delle dottrine dei Greci tra gli Ebrei, tra i dottori di Palestina? Lo nega il signor Frank per ciò che le dottrine cabbalistiche concerne, ed ha ragione. Chiama il Frank a rassegna, e concludenti ed infiniti sorgono alla sua voce, fatti, assiomi, decreti, anatemi, che tutti attestano concordi l’errore, la repugnanza in cui si avevano tra i dottori antichissimi le dottrine dei Greci. Egli chiarisce assurda, impossibile la pretesa consecrazione di teorie forestiere; egli restituisce alla teologia cabbalistica i suoi titoli, la sua ingenuità, la sua cittadinanza.

Io credo che niente più grecizzante sia il nostro Essenato, il quale, come vi accennai sino dall’esordire, tra le più distinte file si reclutava del nostro dottorato; che n’era, a così dire, il substratum, la quintessenza, il patriziato, e quindi doveva tutte parteciparne le viste, tutte le repugnanze. Finalmente, vi ha un argomento al quale come ad ultima ratio ricorre il signor Frank; nè male veramente si appone, sendo questo, e per esso e per noi, decisivo. Egli è l’argomento cronologico. Prova il Frank che R. Iohanan Ben Zaccai, grande Patriarca della misteriosa Mercabà, molto tempo innanzi fioriva che una scuola si schiudesse in Alessandria, che un solo filosofo vi facesse udire delle sue dottrine la voce. E non solo R. Iohanan Ben Zaccai, ma un dottore ad esso posteriore, R. Gamliel, quella scuola alessandrina precedette di tempo, conciossiachè da lunga pezza egli fosse già morto quando i primi albori spuntavano di filosofia nella città di Alessandria. Or bene (cosa meravigliosa e pur vera!), non si avvide il signor Frank, che questa stessa cronologica repugnanza si oppone a dirittura a qualunque preteso rapporto tra l’Essenato e gli Alessandrini; che questa anteriorità ch’egli a buon diritto conferisce ai dottori sulle scuole di Alessandria, di gran lunga maggiore, vantano meritamente gli Esseni, siccome quelli che, a confessione del medesimo signor Frank, erano, come attesta Giuseppe, generalmente conosciuti non solo ai tempi superiormente indicati di R. Gamliel e di R. Iohanan, ma in tempi assai più per antichità ragguardevoli, ch’è quanto dire ai tempi di Gionata Maccabeo, quando 150 anni dovevano ancora passare pria che di Cristiani si parlasse, pria che le scuole alessandrine risuonassero di quelle dottrine, che si vogliono generatori, balj del grande Essenato. E questo è argomento che davvero vi sembrerà categorico. Nè ciò basta.

Quando più saremo innoltrati nelle presenti esposizioni, molte cose vedremo che a confermare varranno la impossibile derivazione straniera del grande istituto degli Esseni. Vedremo la loro forte e rigida organizzazione, i gelosi insegnamenti, le lunghe prove, le incomunicabili dottrine, la perpetuità, la immutabilità dei dettati e tutto; insomma, vedremo quello che costituisce una forte, un’autonoma personalità, ove il genio spicca della originalità anzichè della imitazione, del profondo e concentrato sentire anzichè della espansione, della interiorità anzichè della esteriorità. In una parola, noi vedremo come non solo tutti gli argomenti dal signor Frank accampati, ma ben altri ancora rendano sommamente improbabile quella greca paternità, che pel Munk, pel Frank e per V. Gioberti si volle agli Esseni assegnare. Adesso venga pure avanti nella prossima conferenza l’origine cristiana, che non la temiamo. Faccia pure l’estremo di sua possa, chè rimarrà ancor essa sconfitta. Tutti i campioni che ella potrà mettere in campo, non salverannola dall’ultimo eccidio. Dirò come David nell’atto di affrontare Golia: «Ed io pure il Leone, ed io l’Orso percossi a morte.» – Quando si è avuto l’onore di convincere d’inesattezza gli autori questa sera rammemorati, si può a buon diritto sperare di venire a capo di altri eziandio. E sin da ora ai difensori della origine Cristiana potrò dire con Dante:

Ch’a più alto lion trassi lo vello.

20Il dotto signor Munk è sventuratamente afflitto da quasi completa cecità.
21I fatti dall’illustre sig. Frank allegati, se provano improbabilissima un’influenza decisiva tra le due capitali e le due civiltà, non bastano però ad escludere ogni qualsiasi ascendente. Questo anzi è provato da quelle non scarse nozioni che di Alessandria e del suo ebraismo tralucono negli scritti dei dottori, e da quelle comunicazioni che la mercè dei viaggi intrapresi da varj cospicui dottori, non cessarono di rinnovarsi di tratto in tratto tra i due paesi. Il Talmud è ricco di notizie intorno all’organamento dell’ebraismo nella capitale dei Tolomei. Si rende ragione dei tribunali ebraici di Alessandria (Talmud Ketubot 25, 1), si magnifica la ricchezza delle sue Basiliche e delle Cattedre su cui siedevano pro-tribunali settanta dei più cospicui fra i cittadini; si descrive la magnificenza e le forme del culto, sino ai più minuti particolari della costruzione di quel tempio (Talmud Succa Babilonico e Gerosolomitano). Si mostra contezza delle loro arti (Moed Katan 26), degli abusi, delle prepotenze che si usavano sulle fidanzate altrui (Mezihà 104, 1), dei loro costumi dissoluti (Medras Ester in principio), della loro propensione alla magia (Ibidem e Kidduscin 49, 2). Ma ciò che più monta, sono i viaggi che si narrano dal Talmud colà intrapresi in varie epoche dai dottori Palestinesi. Non parleremo di Onia, che sugli esordj del secondo tempio, si recò dalla Palestina in Egitto, e vi fondò quel tempio che ne porta il nome. Si disputa nel Talmud se il tempio elevato da Onia in Egitto fu tempio dedicato al culto del vero Dio, o a un culto idolatrico. La prima opinione sembra prevalere. Ciò che importa non meno sapere, è una curiosa aggiunta che il Maimonide si permette fare nella storia del soggiorno di quest’Onia in Egitto, della quale, a quanto io mi sappia, non vi ha memoria negli antichi monumenti rabbinici. Il Maimonide, nel suo comento alla Miscnà (Trattato Menahot), ragionando di Onia, ne fa sapere che trovato avendo costui in Egitto una setta per nome Kabtazar, con essa si accontò o per dir meglio si fece suo capo. Kabtazar è invero il nome che si legge almeno nel comento stesso voltato dall’arabo all’ebraico. Però era naturale in me il dubbio che qualche altro nome ben altramente storico, sotto queste mentite sembianze si nascondesse. Infatti, la idea mi occorse che per questo nome guasto e corrotto di Kabtazar, si volesse significare per avventura i Copti; e per quanto la congettura mi sembrasse non infelice, pure non mi attentai a soscrivervi seriamente se prima non ebbi e l’attestato di antico documento e l’adesione di uomo competentissimo. Questo è l’illustre amico mio sig. Salomone Munk, socio dell’accademia delle Iscrizioni e belle lettere di Parigi, al quale m’indirizzai in cerca di notizie; e che con isquisita benevolenza risposemi nei termini seguenti: «Quant au mot Kabtazar, sur le quel vous me faites l’honneur de m’interroger, c’est tout simplement une faute d’impression, ou une faute de copiste dans la version hébraïque de commentaire de Maïmonide. La véritable leçon est Kobt Masr, et comme vous l’avez bien deviné dans un premier moment il s’agit ici des Coptes anciens ou des Egyptiens indigènes, par opposition aux Grecs qui depuis Alexandre s’étaient établis en grand nombre en Egypte. Maïmonide veut dire qu’Onia gagna un grand nombre d’Egyptiens indigènes, qu’il convertit au Judaisme. (È questo fatto principalmente che Maimonide introduce nella istoria, senza che si possa scuoprire d’onde derivato). Les mots Kobt Masr, sont généralement employés par les auteurs arabes pour désigner les anciens Egyptiens sous les Pharaons ou leurs déscendants à l’époque des Grecs et celle des Arabes. Encore aujourd’hui on appelle ainsi les chrétiens d’Egypte que nous designons ordinairement par le nom de coptes, et que descendent d’une race mêlée d’anciens Egyptiens et de Grecs. (Qui il dotto sig. Munk trascrive il testo arabo, e aggiunge.) J’ai fait copier ces mots arabes d’un manuscrit de la Bibliotheque imperiale que j’ai apporté moi même d’Egypte en 1810.» Senza più oltre aggiungere di Onia, è celebre il viaggio di Jeosciuah Ben Perahia, quegli stesso che a detto del Talmud fu precettore di Gesù, il quale insieme al maestro si sarebbe recato pur esso in Alessandria. Il Talmud ci conservò la Epistola che da Gerusalemme fu spedita alla Sinagoga d’Egitto per affrettare il ritorno del prenominato dottore. Ella è così concepita: Da me, Gerusalemme città santa, a te Alessandria. Lo Sposo mio dimora presso di te, ed io me ne sto in solitudine. Il dotto sig. rabbino Rapoport, nel suo Erech Millin altra volta citato (pag. 101), pare volere confermare questo viaggio di Gesù in Egitto con quanto narrano i Vangeli della fuga in quel paese. È noto però come questa avvenisse nella più tenera infanzia del fondatore del Cristianesimo; mentre il viaggio onde si narra nel Talmud sarebbe stato eseguito nella sua gioventù, anzi poco prima della sua rottura colla Sinagoga. Tuttavia non è a tacersi che di questo viaggio eseguito da Gesù nella età virile, narravano i Carpocraziani, antichissimi eretici, quando dicevano: «Que J. C. avait choisi dans ses 12 disciples, quelque fidèles amis, auxquels il avait confié toutes les connaissances qu’il avait acquises dans le Temple d’Isis, ou il etait resté près de treize ans a s’exercer à une étude pratique, dont on lui avait donnée la théorie pendant son enfance instruite et formée par les Prètres egyptiens.» (La Maçonnerie considerée comme le resultat de la Relig. egypt. juive et chrét., par R. D. S.; vol. I, pag. 289). Ciò pone almeno in salvo la buona fede dei Talmudisti, e l’antichità della tradizione di cui si fecero interpreti. Ella è attestata da un documento non meno antico, l’Evangelo di Nicodemo. In questo, tra le altre cose, gli Ebrei accusano Gesù che «arrivé à certain âge fut contraint de chercher fortune en Egypte, ou il apprit quelque secret; qu’il retourna dans son pays en Judée, et que par ce moyen il fit de la magie» (Ibid. vol. I, pag. 445). Il Talmud Gerosolimitano racconta di un altro viaggio posteriore, che Jehouda Ben Tabai ed un suo discepolo intrapresero nell’Egitto. Simone Ben Sciattah, capo dei Farisei, fuggì in Egitto per torsi alla persecuzione del cognato suo, il Re Janneo, amico dei Sadducei. Quindi R. Jeosciuah Ben Hanania, soprannominato lo Scolastico, visitò pur esso l’Egitto; e il Talmud racconta dei colloqui avvenuti colà tra il dottore Palestinese e gli Ebrei ivi stabiliti. Un altro dei più illustri Tanaiti, R. Johanan Asandellar, era di Alessandria (Talmud Gerosolomitano, Haghiga cap. III). Più tardi, troviamo domande in fatto di riti, dirette da Alessandria ai dottori di Palestina (Talmud Gerosolomitano, Kidduscin cap. III), e circolari da questi alle Sinagoghe di Alessandria (Talmud, Irrubin cap. III). R. Abhu, familiare nella Corte di Cesare, vi si recò esso pure e v’introdusse l’uso delle Palme nel primo giorno dei Tabernacoli caduto in Sabato (Ibidem). Tutti questi viaggi, dei quali il più antico è appena contemporaneo a Filone, non possono avere esercitato un’influenza decisiva nè sopra la di lui filosofia, nè sulla istituzione dei Terapeuti, che Filone descrive come da lungo tempo ivi stanziati e stretti in consorteria; e la ignoranza almeno parziale di quanto accadeva in Palestina, è prova in Filone di non aver subìto se non indirettamente l’ascendente palestinese. Forse anche meno probabile è l’altra ipotesi di un’azione qualunque esercitata dalle dottrine alessandrine sulle idee in Palestina, e quindi nella formazione della dottrina cabbalistica e dell’Essenato. Chi rifletta alle rare occasioni di contatto tra i pensatori delle due sinagoghe; all’autorità e preminenza che dovevano avere necessariamente i dottori di Palestina sulle sinagoghe straniere; alle antichissime menzioni che vengono fatte di una scienza acroamatica nei libri talmudici, rappresentandola come già esistente fin dai tempi d’Illel; soprattutto alle antichissime tracce dell’Essenato non solo in Giuseppe Flavio e in Plinio, ma, ciò che più monta, in Filone e forse anco nei Maccabei; agevolmente andrà convinto, che se molte strettissime attinenze, se molte somiglianze parlantissime si rinvengono tra Filone e i Cabbalisti da una parte, e tra Terapeuti ed Esseni dall’altra, si debbono fare risalire a quell’epoca più antica in cui gli Ebrei si staccarono dal centro palestinese per andare ad abitare le sponde del Nilo, ove recarono seco, insieme al Testo della Legge, i germi di quelle tradizioni, che subirono poi sì ricca e rigogliosa vegetazione sul patrio suolo di Palestina.