Czytaj książkę: «Una giovinezza del secolo XIX»
Neera
Una giovinezza del secolo XIX

Pubblicato da Good Press, 2020
EAN 4064066068592
Indice
Prefazione
Prologo
Parte Prima
Parte Seconda
Parte Terza
Parte Quarta
Epilogo
APPENDICE
Prefazione
Indice
Il pregio, in cui ho sempre tenuto gli scritti di Neera, non ha trovato, a dir vero, generale consenso nel nostro mondo letterario, dove a questa scrittrice gentile, austera e nobilissima si assegna di solito un posto assai inferiore al merito. Di ciò intendo bene la ragione.
C'è nello scrivere, e in generale nell'esprimere il proprio sentire, un momento in cui lo spirito si pone come sopra del sentire stesso, e lo ferma e chiude in linee sicure e sobrie, quelle che debbono essere e non altre, godendo di questa sua potenza e facendo di essa godere il lettore e contemplatore. È il momento proprio dell'arte e della divina poesia, in cui si unifica l'individuo col tutto, il dramma particolare e transeunte col dramma eterno del mondo.
A questo momento non tutti gli scrittori, e quasi non mai le scrittrici, giungono appieno, o, giunti, vi si tengono con saldezza; e talvolta quasi si direbbe che ciò avvenga per effetto della stessa gagliardia di altre loro forze interiori, onde, tutto intenti ad enunciare il concetto e il sentimento che urge nel loro animo, e guardando al centro e al motivo fondamentale di esso, trascorrono sui particolari, si accontentano del press'a poco, accettano espressioni generiche e disegnano figure convenzionali. "Mi si rimprovera (mi diceva un giorno Neera) che non scrivo bene, che pel pensiero trascuro la forma. Da che dipende? Da mancanza di studî giovanili? Come dovrei fare per correggermi?". Ed io le rispondeva: "Non si tratta di tecnica dello scrivere, di grammatica e di lessico; si tratta di atteggiamenti dell'animo". Ed ora ella stessa, in queste memorie autobiografiche (pp. 205-6), con la consueta intelligenza e schiettezza, definisce quale fosse veramente la manchevolezza che era in lei, e richiama un detto di suo padre, il quale, un giorno che ella cantava da sola, la ammonì: "Tu non ti ascolti quando canti: prova ad ascoltarti". "Mi veniva infatti (ella soggiunge) di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali i duetti più amorosi erano tutto ciò che comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: Ah! forse è lui che l'anima solinga nei tumulti, mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C'era poi quel Lui anonimo che andava subito a posarsi sull'uno o sull'altro dei miei zufoli di stagno, ed allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lacrime". Non si potrebbe più esattamente qualificare l'arte che direi femminile, nella sua mollezza e nel suo incanto.
Ma, in compenso, quanta abbondanza di pensieri e di affetti nei libri di Neera! A lei bastava aprire le chiuse dell'anima perchè ne prorompesse un'onda copiosa e calda, che non s'inaridiva mai, non mai aveva bisogno di essere artificialmente eccitata, e, meno che mai, simulata con espedienti e industrie letterarie. Sentiva e meditava come respirava, e scriveva allo stesso modo, senza sforzo. Quando considero le lambiccature che nel mondo letterario passano per cose squisite; le lussurie di sensazioni e d'immagini che si credono prove di ricchezza e sono invece d'interiore povertà, di povertà sostanziale; le lodate raffinatezze e smancerie di ultrasensibilità, che sono rozzezze da gente molto pettinata e profumata, ma priva di gentile costume e ignara di meno superficiali eleganze; l'ironia di cattiva lega e la falsa superiorità con le quali si tenta di fingere l'umanità che manca, l'umanità che è l'unica superiorità dell'uomo; non so frenare un moto di sdegno nel veder tenuto in poco conto, e spregiate come "borghesi", la solidità della mente, la dirittura del giudizio, l'accorata e grave osservazione sociale, il rispetto alle eterne leggi del reale, la semplicità del vivere e del godere e del soffrire, la casta nudità della parola. E mi piace di chiedere e di ottenere la parte mia in quel dispregio che onora, e di sentirmi "borghese" nella buona compagnia di molti e grandi scrittori borghesi, e in quella della mia vecchia e venerata amica Neera.
Nella quale due tratti erano, che voglio notare fra gli altri, perchè sono di quelli che più mi hanno legato a lei. Primo l'amore per la vita, e non già pei diletti e le voluttà che essa talora largisce, ma per la vita nella sua interezza, come vivere e morire, gioire e soffrire, amare ed aborrire, sognare e risvegliarsi, per la vita sublime ed umile, ampia e ristretta, per la piccola ed immensa vita di ciascuno di noi che, così com'è, è fonte inesausta di palpiti, di meditazioni, di ricordi, di tenerezze, di amarezze pur dolci, e che l'uomo forte ed armonico accoglie e fa oggetto di culto come la divinità, la vera e sola divinità, sempre presente. È questo il buono e sano, sebbene inconscio e non teorizzato, "misticismo" di Neera, che ella celebrava col bramoso profondarsi in se stessa, col trovarsi sempre benissimo da sola, non essendosi (come dice) mai annoiata in vita sua "se non in compagnia d'altre persone". L'altro tratto era la costante tendenza ad abolire ogni dualismo di materia e spirito, corpo ed anima, senso e ragione; e anche qui non già con l'abbassare lo spirito, l'anima e la ragione a materia, corpo e senso, ma piuttosto con l'elevare questi a quelli, e idealizzarli in quelli, e, in realtà, con la coscienza, che era in lei vigorosa, dell'unità reale. Così piena di sentimenti e di sogni, Neera non fu "sentimentale"; così alta nel discernimento morale, non fu moralista rigida e disumana; così pura nei suoi affetti, non fu asceta. Le sue difese di quel che altri vorrebbe allontanare come sensualità, di ciò che si vorrebbe reprimere come irruenza di passione e di volontà, di ciò che si considera come egoismo dello scienziato e dell'artista, e simili, sono quanto coraggiose altrettanto vere; e in esse, e in quella sua accettazione della vita intera, la scrittrice femminile si dimostra pensatore virile.
Del resto, anche quel che abbiamo di sopra concesso ai censori letterati circa la forma del suo scrivere, s'intende concesso solo come osservazione generica, e non come giudizio che valga per tutte le parti dell'opera sua. Ella ci racconta in questa autobiografia, che tardi, messa sull'avviso da critici ai quali protesta la sua gratitudine, comprese "quanta forza l'aggiustatezza del periodo e la scelta della parola aggiungano all'idea", e venne al punto di prendere un vero diletto nel vagliare i vocaboli e di sentirsi "quasi felice nello scoprirne uno nuovo", e nel cercare "la frase giusta, la frase unica". Ma in tutti i suoi volumi, anche nei suoi più vecchi, e in quest'ultimo scritto sul letto dei suoi tormenti, con la mano sinistra, avvinto il braccio destro da atroce male, vi sono pagine sgorganti di vena, fresche, limpide, musicali, nelle quali assai poco è dato desiderare. Io non ne dirò altro e non ne recherò esempi, perchè i lettori ne incontreranno subito, nel volgere le carte di questa prefazione e imprendere la lettura del volume.
Napoli, 2 luglio 1919.
BENEDETTO CROCE.
Una giovinezza del secolo XIX
Prologo
Indice
13 Luglio 1917.
È l'alba. La suora di guardia entrando col suo passo leggero dischiude le finestre della mia camera. Sul rettangolo della finestra, che costeggia il letto, si disegna un cantuccio del mio terrazzo e nel biancore perlaceo delle prime luci il roseo dischiudersi di un oleandro accende piccoli punti di luce più viva. Tutte le mattine io ho questo angoscioso risveglio dell'anima sana e vibrante, che si riaffaccia al giornaliero supplizio di trovarsi legata a un corpo infermo. Dai sogni della notte sempre pieni di immagini leggiadre, di movimento, di vita, passo senza transazione, con un semplice dischiudersi delle palpebre, a questo atroce stato di immobilità, che dura già da quindici mesi e che sarebbe paragonabile a un torpido vegetare di pianta, se non fosse aggravato da spasmodiche sofferenze.
Il terrazzo, che dal mio letto vedo appena di scorcio, rappresenta il desiderio di molti anni trasformato in una crudele ironia. Molti anni desiderai questo asilo di pace al disopra del brulichio della città, aperto sotto il cielo, diviso dagli uomini per tutti gli arbusti e i fiori che avrei saputo radunarvi, prodigando le mie ultime attività al misterioso germogliare della terra che suole attirare chi è prossimo a entrarvi per sempre. Ma non appena in possesso di questo modesto desiderio un male, che nessuna scienza di medico sa guarire mi inchiodò, fra due materassi dai quali guardo il mio terrazzo, come Mosè guardava la terra promessa, senza potervi entrare.
Pure nell'alba di questo mattino, simile a tutti gli altri da quindici mesi, un improvviso senso di dolcezza, quasi tenero alitare di gioie perdute, ecco si impossessa improvvisamente di me in una rapida ebbrezza del senso che subito dilaga al cuore. Che è questo profumo che mi viene incontro dagli obliati sentieri della mia infanzia, della mia giovinezza? Profumo di orti lontani, di piccoli verzieri sepolti nell'ombra di una fitta vegetazione, un po' umidi, dolcemente romantici? È la maggiorana colla sua canzone «Stella Diana quante foglie ha la vostra maggiorana?» È il timo? «Timo t'amo; di giorno ti vedo, di notte ti bramo?» È la santoreggia dall'odore acuto, ornamento dei davanzali contadineschi? È la selvatica menta cara agli amori dei gatti in fondo ai giardini abbandonati?
Oh! profumi lontani, profumi dei miei giovani anni, io vi affidai alla terra colla nostalgica fedeltà della mia anima provinciale, e voi mi ritornate in quest'alba serena col richiamo misterioso del villaggio nativo che fa voltare indietro il pellegrino giunto alla fine del sentiero. Mi tendo per quanto lo consentono le membra indolorite, verso il terrazzo aspirando la brezza che me ne trasporta gli aromi, inghiottendola con un gusto di ambrosia. E sono felice! Si, per un istante, guardo in volto questa indescrivibile cosa: la felicità.
················
Il cielo si colora a poco a poco, gli uccelli incominciano a pispigliare, tubano i colombi nell'abbaino sopra il tetto; tra non molto la campanella medioevale del palazzo Bagatti-Valsecchi farà sentire i flebili rintocchi che un tempo chiamavano i fraticelli a mattutino. La suora credendomi addormentata rinchiude delicatamente vetri e imposte. Io continuo al buio il viaggio retrospettivo delle mie memorie.
Non ho mai avuto l'abitudine di tenere un giornale. Dando vita ai tanti personaggi della mia fantasia non pensavo a scrivere di me per me; molto meno per il pubblico. Tuttavia, qualche volta, rievocando la mia giovinezza, la trovavo così diversa da quella delle fanciulle d'oggi, che mi avveniva di riguardarla non più come cosa mia, ma come buon soggetto di romanzo psicologico cambiando nomi, luoghi, fatti. E però neanche questo miscuglio di vero e di falso mi accontentava, perchè il solo pregio di un libro vissuto, soggiungo, la sua sola ragione di essere, è l'assoluta sincerità. In caso contrario, avviene come per i romanzi storici, che non sono nè romanzo nè storia. È ben vero che noi italiani abbiamo in tal genere un capolavoro, ma io non mi chiamo Manzoni e i capolavori non sono affar mio.
Parlavo una volta di questa tentazione delle memorie con Gustavo Botta, e chi lo conosce può dire se per ingegno, per coltura, per specialissimo senso critico fosse facile trovare un interlocutore più idoneo al consiglio. Manifestandogli le mie titubanze conclusi con una ragione che mi parve la più convincente di tutte: essere cioè la mia vita così spoglia di avvenimenti di rilievo che non avrei saputo da qual parte rifarmi per darle un qualsiasi interesse.
Gustavo Botta rispose: La storia di un'anima è sempre interessante e per quanto ella sia modesta vorrà credersi meno interessante della sua Teresa?
Lì per lì la ragione mi parve buona. Se Teresa, che è la più umile fra le eroine dei miei romanzi, ottenne forse il maggiore successo, potevo scendere in lizza anch'io con qualche speranza. Ci pensai un giorno o due, poi il tempo passò e non ne feci nulla.
È il concorso di diverse circostanze che fa ora risorgere la tentazione. In primo luogo l'infermità, la quale, privandomi d'ogni forma di vita e spezzando i miei legami col mondo, mi rigetta più che mai nella attività interiore, che fu veramente il perno di tutta la mia esistenza, parte per temperamento, parte in forza delle cose. Che può mai fare una disgraziata prigioniera di se stessa, se non rigirarsi nel breve spazio della catena che la configge al letto? Ma questo lavoro da Sisifo, questo inutile rotolare di pensieri nella gora morta del rimpianto, non ha nulla di comune col soffio creatore che mi investì nell'alba di stamane. Io non sono più oggi quella di ieri, la grazia è discesa sul mio capo. Non penso più se devo scrivere per me o per il pubblico, non domando consiglio agli amici. Ascolto la voce della mia zia Margherita nella canzone delle erbe odorose, rivedo il suo sorriso sarcastico e la sua nera pupilla simile a un granello di pepe sciolto in una lagrima di pietà. Intorno a questa singolare figura di donna sorgono tutti i fantasmi del passato; io li sento agitarsi e correre a nuova vita nel mio cervello. Il dio ignoto mi investe, mi domina, mi prende in servitù d'amore. Obbedisco.
Che cosa riescirà questo libro nato da un profumo non so, non voglio saperlo.
"Quanti da lieve oggetto escon talora
dolci pensieri all'anima!"
E che sia un profumo, un suono, una combinazione di colori che importa? Non sempre si può sapere donde un pensiero prende vita, ma quando il nucleo misterioso del movimento è formato resta in pari tempo acquisito il suo diritto a vivere.
Qui il lettore pensa: Poichè Neera ha già dichiarato che i suoi ricordi sono privi di rivelazioni importanti, fatti o avventure che possano interessare il pubblico non parlerà che di se stessa; dunque un libro egoista e noioso.
Piego il capo al noioso e confermo l'egoista. Ma che vuol dire egoista? Se si considera che ognuno di noi fa, potendo, esattamente quello che vuole, cioè quanto gli consentono i suoi mezzi il suo temperamento e il suo desiderio, dobbiamo riconoscere che l'uomo dal portafogli sempre aperto alle miserie del prossimo, la signora che occupa il suo tempo a scendere e salire le scale del povero, a soccorrere l'ammalato, sono altruisti nel senso che la natura del loro soddisfacimento assume direttamente la forma del bene che procura agli altri; ma non lo sono più dell'artista, del poeta, del pensatore, i quali vuotano la propria anima, dando ad altre, che ne mancano, il beneficio del calore, della luce e dove quelli profondono denaro, pazienza, operosità, questi nella solitudine della meditazione, nella intensità del sentire, nella divina sofferenza del pensiero struggono i propri nervi e il proprio sangue. Pensiamo che milioni di uomini conducono una esistenza al di sopra del bruto solo perchè poche centinaia di grandi anime agitano continuamente dinanzi a loro la fiaccola dell'ideale. Oh! i santi egoisti!
Il volo mi ha portata lontana; io volevo dire appena che non mi sembra conforme al vero la taccia di egoismo fatta ad uno scrittore che parla in persona prima. A ben riguardare è questa la forma d'arte più sincera di tutte quando lo scrittore è sincero; il resto è maschera, finzione, artificio. Chiunque sieno i personaggi inventati o resuscitati, essi non sono che teste di paglia incaricate di presentare al pubblico le opinioni e i sentimenti dell'autore. Ma quando egli ha pianto lagrime proprie, quando ha amato e odiato, e toccate le altezze serene della fede e sceso gli scabri burroni del dubbio, pungendosi ai rovi ed alle pietre, oh! non dubitate, il suo cuore è simile al cuore di tutti gli uomini, e parlando di sè sveglierà un'eco nel cuore di tutti.
Dice Anatole France che non si può essere interamente sinceri senza essere un poco noiosi, ma non gli manca la speranza che parlando del suo Io quelli che lo ascoltano non penseranno che a se stessi. Tutti i ricordi, le confessioni, le meditazioni onestamente soggettive, mentre sono nate dal bisogno di esprimere un certo Io, riescono appunto per l'intensità della propria commozione a comunicare cogli altri uomini o, quanto mai, con gruppi e categorie sociali più interessanti di una vaga e generica umanità. Così, conclude un altro pensatore, i libri autobiografici, colla forza espressiva delle cose individualmente vissute, illuminano circoli di vite più ampie, danno la voce a più vaste ansie che non sanno parlare. Documentano insomma.
È vero che Taine chiama l'Io detestabile, ma per Gian Paolo Richter l'Io è ciò che la lingua può esprimere di più alto e di più comprensivo, essendo ogni Io una personalità che significa una individualità spirituale. Fra l'affermazione di Taine e quella di Richter sta di mezzo un equivoco subito spiegato dalla parola spirituale. E del resto il grande istoriografo della Francia non è andato a cercare le origini alle memorie e ai documenti più oscuri?
E sarò io tanto ingrata da dimenticare l'argomento più persuasivo, l'amore de' miei lettori? Tra le soddisfazioni più vive della mia carriera letteraria devo pure annoverare la larga onda di simpatia che mi venne, non dalla critica ufficiale, ma dal mondo ignorato invisibile e lontano delle anime che mi amarono attraverso l'anima mia.
Sapere che qualcuno dei miei libri ha asciugato delle vere lagrime e qualche altro diede ala di fede a coscienze turbate, è tale profonda contentezza da giustificare l'opera e compensarla al di là di ogni speranza. Ricordo con particolare commozione la preghiera di una madre, la cui unica figlia consunta da mal sottile non trovava altro oblio de' suoi dolori che nella corrispondenza del mio spirito, e la madre, troppo povera per acquistare i miei volumi, me li chiedeva come si chiede il pane. E un giovane, perfettamente sconosciuto, dopo aver letto Senio in una crisi particolare del suo cuore, mi scrisse ringraziandomi del bene che gli aveva fatto quella lettura salvandolo da un cattivo passo che stava per compiere.
Ora Senio è un romanzo mediocrissimo, del primo periodo della mia produzione, quando l'idea e la forma non si erano ancora concretate in sostanza d'arte, e la fanciulla che alleviava il suo male nella comunione col mio pensiero non era probabilmente un genio, ma ho scelto a bella posta questi due esempi fra i più umili, perchè da essi si avvalora la mia tesi, che molta luce può venire alle anime quando un'anima si apre alle sue sorelle.
Ai nostri giorni è poco probabile avvenga ciò che si narra di una città della Tracia, la quale da corrottissima e abbietta come era tutta quanta si convertì per un verso di Euripide che cantava le glorie d'amore; tuttavia ognuno di noi ricorderà i momenti e le ore di vera gioia passate sulle pagine dell'autore prediletto, vale a dire colui che ha maggiori affinità colla nostra psiche, che meglio intende le nostre passioni e i nostri dolori. Vi è qualcuno, che leggendo quel mirabile canto d'amore che è la Nuit d'octobre del De Musset, rivive talmente se stesso, da sentire cadere sul proprio cuore i conforti della Musa al Poeta; ripetere quei versi in certi momenti è aver vicino un fratello, è posare la fronte su un cuore che ci comprende. E vi è chi in alcune pagine delle Confessioni di S. Agostino si trova portato in alto dal profondo senso di umanità che vi domina, quasi preso per mano dal grande santo, che conosceva così bene le passioni degli uomini, e guidato da lui verso sentieri di perfezione.
In seguito a simili esempi è arduo ritornare al mio modesto Io e tuttavia non mi sento sbigottita. Penso quante volte i miei buoni lettori desiderarono conoscermi, e quante volte mi chiesero dove sono nata e chi mi istruì e come mi venne l'idea di scrivere e tante altre cose. Ebbene, eccomi sono qui! Molti, purtroppo, troveranno una Neera diversa da quella, che il bel nome classico e la loro stessa fantasia, potrebbe aver suscitato; nè di tale disappunto mi vorrò soverchiamente dolere, perchè nella mia ansiosa ricerca del vero preferisco essere conosciuta come sono, anzichè avvantaggiarmi di meriti che non ho.
Chiarite così le intenzioni di questo libro che sarà l'ultimo mio e quasi una specie di commiato, rammento a' miei lettori con malinconica rassegnazione che lo scrivo penosamente dal letto, servendomi di una matita guidata dalla mano sinistra, avendo la destra inferma, condizione forse unica fra tante Memorie che furono scritte.
Dedico queste pagine d'amore e di dolore a tutti coloro che mi hanno amata nella vita o nell'arte, un'ora, un giorno o sempre; ai miei morti diletti; ai vivi che mi amano ancora e che mi circondano dalle loro cure, ai lontani che non mi sarà più dato di rivedere; a coloro che non vidi mai e che mi amarono nei miei scritti, infine a coloro che mi ameranno quando non sarò più. Lasciatemi quest'ultima illusione, cara fra tutte, di credere che nei tempi che verranno, qualche solitario, qualche ingenuo sentimentale, qualche innamorato (se ve ne saranno ancora) trovando sulle bancarelle delle fiere uno sciupato volume di Anima sola o di Teresa, dell'Indomani o di Vecchia casa, di Duello d'anime o di Rogo d'amore sarà tentato di leggere questo autore sconosciuto e, forse, lo amerà per la misteriosa corrispondenza delle anime che sopravvivono alla distruzione della materia e si incontrano nel tempo e nello spazio. Lasciate che io ripeta il motto ultimo di Giovanni dalle Bande Nere: «Amatemi quando sarò morta».