Czytaj książkę: «Il "Damo viennese"»

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Lucio D'Ambra

Il "Damo viennese"

Romanzo


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066069216

Indice

Al Commendatore GIUSEPPE ARDIZZONE

I. LA VITA NON È CHE UN VALZER

II. SEI TU, FELICITÀ....

III. QUATTRO STRACCIONI

IV. IL «VALZER DELLA MORTE»

V. IL VALZER DEI «FRATELLI D'ITALIA»

VI. “VA FUORI, O STRANIER!„

VII. LA SINFONIA DEL «GUGLIELMO TELL»

VIII. A MOSCA CIECA SUI QUATTRO CANTONI

IX. «LAGGIÙ NEL SILENTE GIARDINO....»

X. ULTIMI ECHI DI VECCHI VALZER

ROMANZO

ROCCA S. CASCIANO

LICINIO CAPPELLI, Editore

Libraio di S. M. la Regina Madre

Riserva dei diritti d'autore

Al Commendatore GIUSEPPE ARDIZZONE

Indice

Direttore del Giornale di Sicilia.

Mio caro amico,

Questo romanzo è Suo, di diritto. Scritto per Sua richiesta cortese per il Giornale di Sicilia, fu da Lei accolto con straordinaria ospitalità, quell'ospitalità larga e cordiale ch'è solo segreto delle grandi case e dei grandi signori. Oggi che dalle pagine del Giornale di Sicilia è raccolto in volume, Il “Damo Viennese„ viene a Lei, stampato, come già venne manoscritto: cioè con tutta la mia affettuosa solidarietà e con tutta la mia più viva riconoscenza. Ma questo romanzo che muove le sue figurine su lo sfondo della guerra venne a Lei la prima volta in ore liete quando le nostre Armate, eroicamente sacrificandosi, avanzavano in terra nemica. Oggi il libro ritorna a Lei, caro amico, in ore angosciose quando, mutata in una ora di follia la fortuna, distrutto in un'ora ciò che con anni eroici s'era costruito, le nostre Armate fan fronte in Patria, sul nostro suolo, all'assalto dell'invasore. Non ho creduto, correggendo le bozze di queste pagine, mutare nulla alla prima versione, nè togliere quei particolari, così diversi dalla situazione d'oggi, che io non ho potuto riveder su la carta senza sentirmi inumidire il ciglio. Ma se dell'ora vittoriosa ed eroica non ci rimane più la terra conquistata palmo a palmo, ci resta tuttavia, di quelli eroi e di quelle vittorie, incancellabile e confortevole il ricordo. Perchè dunque cambiare? Perchè cancellare quei nomi di città liberate su cui la bandiera italiana ha sventolato? Tanto che quella non sia più la verità, che quelle città siano riperdute, Pierino Balla non sa. Noi lo sappiamo. Ma sappiamo anche che, quando le nostre regioni invase saran liberate, il nostro còmpito non sarà finito. Dovremo riprendere, oltre confine, ciò che il sacrificio degli eroi ha già pagato. Sacra è, per la Patria, così la terra ove operano i vivi come quella sotto cui riposano i morti. E quelle terre rifioriranno di libertà in una primavera ardente di cui il sangue italiano sarà stato ardentissimo seme. Su questo sogno già si chiudeva questo romanzo che muove, cronaca fedele, dalla commedia politica della primavera del 1915 per giungere all'epopea magnifica con cui l'Italia potè stupire il mondo. Su questo sogno, più che mai vivo nel nostro cuore, chiudo anche oggi questa lettera a Lei, caro amico, ripetendole ancora una volta, coi più cordiali spiriti, la mia amicizia devota e riconoscente.

Roma, 25 Maggio 1918.

L. d'A.

I. LA VITA NON È CHE UN VALZER

Indice

Noi prestiamo a tutti gli uomini quella profondità d'ideali e quella gravità di preoccupazioni morali che sono in realtà, e per fortuna, solamente l'appannaggio di alcuni rari e privilegiati esemplari d'umanità sedicente superiore. Noi crediamo che la maggior parte degli uomini d'una certa levatura intellettuale che incontriamo per via, al caffè, al teatro, non vadano a dormire senza essersi proposta, ogni sera, una lunga fila di punti interrogativi d'ordine sociale, religioso, morale, politico o sentimentale. Non possiamo ammettere che un uomo abbia l'orizzonte della sua vita chiuso in una collezione di francobolli o fra le pianticelle d'un erbario e ci sembra inverosimile che i grandi principii dell'ottantanove lascino perfettamente indifferente un uomo che s'appassiona invece a raccogliere monete fuori corso o autografi di uomini celebri ancora in corso. Amar la patria, la società, l'umanità ci sembra dovere e necessità d'ogni cuore portato a una funzione più nobile di quella di segnare il passo alla vita animale che cammina. C'è gente, invece, che ha limitato i suoi amori e li ha limitati intensificandoli. Ed è gente non sempre peggiore di quella che invece li moltiplica diminuendoli.

Aveva amato due cose al mondo, per esempio, Pierino Balla: sua madre e il valzer. Sua madre, la sua vecchia mamma vedova e sola, se ne rimaneva ormai laggiù raccomandata alla premura di qualche amico, nella sua casettina di Sorrento fra cielo e mare. Ma il valzer era sempre con lui, in lui, nel suo orecchio, su le sue labbra, nel suo cuore, nel suo cervello, nel suo passo che anche per via salterellava un poco come quello d'un tenore su un palcoscenico. Li amava tutti, li sapeva tutti: vecchi valzer spagnuoli suonanti di nàcchere e procaci d'anche formose sotto gli scialli ondeggianti, vecchi valzer francesi incipriati di leggiadria, valzer italiani bonarii e cordiali, giovani valzer viennesi tra melanconici e voluttuosi, tra spensierati e sentimentali, fatti di giravolte e di capriole ma pieni di chiaro di luna e tutti azzurri di riflessi danubiani. Li sapeva tutti a memoria; gli bastava sentirli una volta sola per ficcarseli, lì, inamovibili, nel cervello; e, senza saper di musica, suonando a orecchio, dovunque scovava un pianoforte, li ritrovava, li rispolverava uno per uno, tutt'i giorni. Non badava, per questo, dove fosse e in che momento fosse. Alla vista d'un pianoforte smarriva ogni senso di opportunità e di luogo, di convenienza e d'educazione; a tal segno che un giorno, recatosi in casa d'un suo amico morto improvvisamente e tragicamente per prendere d'accordo con la famiglia le disposizioni pei funerali, aveva accolto l'entrata in salotto della vedova desolata col più indiavolato refrain d'un valzer di Walteufel. In casa, per via, al lavoro, a letto, fischiettava valzer su valzer. Agli esami di laurea, svolgendo una tesi di diritto canonico, tra una domanda e l'altra dei professori, intercalava a bassa voce un ritornello della Casta Susanna o della Vedova allegra. E, apolitico per eccellenza, la politica estera italiana gli era diventata improvvisamente simpatica da quando un grande diplomatico tedesco l'aveva definita la «politica dei giri di valzer». Politica per me, aveva detto, e per la prima volta in vita sua, cittadino elettore, fischiettandosi il valzer di Franzi nel Sogno di un valzer, era andato a votare. «Pierino Balla e canta», lo chiamavano gli amici. E cantava, infatti, con grazia, con una vocina da tenorino di operette che gli avrebbe fatto far fortuna se egli avesse osato, figlio d'un magistrato napoletano, nipote di un colonnello borbonico, salire in palcoscenico dalla platea dove ogni sera sentiva e risentiva, ostinato e paziente, la centesima rappresentazione di un'operetta di Parigi o di Vienna.

Aveva ventotto anni e non faceva ancora null'altro che cantare o fischiettare valzer. Aveva trascinato avanti gli studii all'Università di Napoli, lentamente, faticosamente, sino a ventisei anni, poichè ancora nessun ministro della Pubblica Istruzione s'era deciso a stabilire nei regolamenti che i professori di scienze delle finanze o di diritto romano interrogassero i candidati sul repertorio di Offembach e su la dinastia degli Strauss. Poi, presa la laurea, era venuto a Roma a cercare un'occupazione, un lavoro, una posizione. Aveva cercato tutto ciò il giorno nei caffè, la sera nei restaurants eleganti e nei teatri d'operette. E non aveva trovato altra occupazione che quella di sentir valzer e valzer, altro lavoro che quello di mandarli a memoria e di ritrovarli al pianoforte il giorno dopo, altra posizione che quella di starsene sdraiato in una poltrona a sentire cantare Emma Vecla o Gea della Garisenda, a veder piroettare le deliziose soubrettes ungheresi tipo Csillag e tipo Tonci. Passavano i mesi e passavano gli anni. Dei suoi autori prediletti cresceva, ad ogni stagione, il repertorio. Passavano anche dalle sue tasche in quelle altrui — poco alla volta in verità, perchè non era prodigo che di canzoni — le poche migliaia di lire che una paterna assicurazione su la vita gli aveva lasciate per aiutarlo a finire i suoi studii e a trovare anche lui, come tutti gli altri, qualche cosa da fare a questo mondo. Per la carriera d'avvocato non si sentiva inclinazione. Per quella di magistrato paventava la relegazione in una piccola città di provincia dove il teatro non funzionasse tutto l'anno. Rimaneva l'amministrazione, e l'amministrazione centrale naturalmente, con la certezza di rimanere a Roma dove per tutt'i dodici mesi dell'anno tre o quattro compagnie offrivano sempre almeno un paio di Conti di Lussemburgo per sera. Ma aspettava. C'era ancora qualche biglietto da mille — cinque o sei — da ritirare alla banca; e aspettava. C'era oggi un concorso al Ministero della Guerra? Ma ci sarebbe stato un mese dopo un concorso a quello della Marina. Tanto Pierino Balla non aveva preferenze. Aveva solo preferenze musicali. Nel suo amore universale per tutt'i valzer presenti passati e futuri del nostro mondo ballerino, a poco a poco era giunto a scegliere, a prediligere. Amava Offembach, amava Lecocq, ma adorava Leo Fall e Lehar. L'operetta viennese, coi suoi valzer a ripetizione, coi suoi quartetti, terzetti e duetti che finiscon tutti a balletti, era la sua passione. Conosceva tutto il repertorio dell'An der Wien e del Volkstheater, nota per nota, cadenza per cadenza. Il valzerino a bocca chiusa della Principessa dei Dollari, come l'aveva sentito cantare una sera con bell'aria dongiovannesca e sprezzante dal tenore Walter Grant, non l'aveva fatto dormire tre giorni. Appena una bella donna fermava per via il suo sguardo doveva lottare contro la tentazione di andarle davanti e di mettersi a girare intorno a lei, lì, sul marciapiede, con la mano sinistra sul fianco, la mano destra distesa a un gesto balancè che non dice nè si nè no, l'aria arrogante, il labbro sdegnoso, lo sguardo spavaldo, cantandole il delizioso valzeretto a bocca chiusa del giovane aristocratico francese e rovinato insensibile ai fascini della miliardaria americana. Tutta la vita per lui era questo: situazioni di operette viennesi che dal palcoscenico avrebbe voluto riportare nella sua piccola vita d'ogni giorno. E quando usciva da un salotto quasi gli accadeva di meravigliarsi che non dovesse uscirne su un passo di can-can con la padrona di casa, come nell'operetta della sera prima dopo il gran duetto sentimentale del second'atto. Una sera, in un'operetta nuova, scoprì un meraviglioso verso caduto, in un felice stato di grazia e di geniale incoscienza, dal lirismo d'un Victor Hugo librettista d'operette e sentì il brivido di una rivelazione:

La vita non è che un valzer.....

Lo sapeva da un pezzo. Ma non aveva saputo mai trovare una forma così sintetica, così espressiva e così profonda per il suo pensiero. Per queste profonde divinazioni dell'anima umana e del nostro umano destino, già non ci sono che i poeti, i grandi poeti. «Che verso, che bellezza!... La vita non è che un valzer...».

E «Pierino Balla e canta» ne fece il suo motto e lo fece stampare di traverso, con inchiostro viola del pensiero, su la sua carta da lettere. Da quel giorno il valzer diventò per lui uno scopo, un fine, una missione. Andava ad ascoltarli con la gravità mistica con cui si assiste ad un rito. Faceva propaganda fra i suoi amici in favore dell'operetta viennese. Parlava d'arte e di politica a proposito di Eva e di Franz Lehar. Dal coro dei parigini:

Nell'aria di Parigi

c'è molta seduzion...

giungeva al coro della politica europea e della Triplice Alleanza per dimostrare che:

Nell'aria di Vienna

c'è molta protezion....

per gli Italiani finalmente veramente amici d'un popolo con cui è facile, diamine, intendersi, visto che gli uni e gli altri amiamo la musica leggera e che un valzer viennese ed una canzonetta di Piedigrotta non possono ispirare ai ministri degli esteri di due Stati così soavi che i sentimenti della più cordiale tenerezza reciproca.

Quando i manifesti teatrali preannunziavano una nuova operetta viennese — o ungherese — «Pierino Balla e canta» mobilizzava otto giorni prima tutt'i suoi amici. S'incaricava lui di comperare i posti, di distribuire i libretti e, pei più poveri o i più restii, faceva lui addirittura le spese: «Creare fra i due popoli questi cordiali rapporti artistici, è servire il mio paese...» diceva. E gli amici gli rispondevano: «Sì, Pierino, e ti faranno cavaliere.» Uno aggiungeva: «Della Corona d'Italia...» Pierino non sdegnava, da buon italiano, l'offerta. Ma all'offerta aggiungeva con un sorriso e una luce negli occhi: «E dell'Aquila Nera!»

E quando usciva dal teatro e non era ancòra sazio di valzer e di Vienna, correva col tram da Faraglia o al Moderno poichè faceva ancora in tempo a sentir l'ultimo valzer delle orchestrine di quel caffè. Le «dame viennesi» lo mandavano in visibilio anche se erano di Frascati e se le parrucche bionde erano posticcie. Sentiva suonare Sulle rive del Danubio con beatitudine, con voluttà, gli occhi fissi al soffitto, fischiettando attorno al pomo del bastone appoggiato su le labbra. E all'amico che lo accompagnava sospirava di tanto in tanto con l'anima sognante: «Senti... senti... C'è tutta Vienna!» E, finalmente, andava a casa. Saliva le scale a tempo di valzer, si svestiva cantarellando e ballonzolando Laggiù nel silente giardino, spegneva il lume fischiettando — Amorin, tesorin — e allungandosi solo nel suo letto di scapolo si addormentava sognando il Prater.

Ma, poichè non è concesso agli uomini che d'esser felici provvisoriamente, i più bei sogni hanno un risveglio. Addormentatosi una sera sognando il Prater, s'era svegliato una mattina con una lettera della mamma e il giornale che la padrona di casa gli portava col caffè ed egli apriva sùbito, indifferente alle notizie europee ma impaziente di correre in quinta pagina alla colonna dei teatri. Tanto la lettera della mamma quanto la lettura del giornale gli diedero quella mattina il consiglio di ricordarsi che il peculio paterno era agli sgoccioli e che per un paio di settimane era forse il caso di pensare che la vita, sì, non è che un valzer, ma che tuttavia questo valzer bisogna avere il modo di suonarlo. Fulmineo nelle sue decisioni, con quello stesso coraggio della disperazione che spinge un uomo a buttarsi a fiume tutto d'un colpo anzichè scendervi poco alla volta per affogare gradatamente, Pierino Balla, letto sul giornale che un concorso per vice-segretario di terza classe a duemila lire era bandito dal Ministero delle Poste si vestì in fretta, raccolse i suoi documenti e i suoi titoli di studio, redasse una domanda in regola e corse a depositare il plico in via del Seminario. Pochi giorni dopo si presentava agli esami. E poichè aveva imparato lentamente ma aveva imparato, poichè non era uno sciocco per quanto gli piacesse — la vita non è che un valzer! — di sembrarlo, gli esami li diede bene e riuscì tra i primi. S'era a maggio e a luglio doveva prendere servizio, riscuotere le prime centocinquantadue lire del suo stipendio mensile. Pochine, in verità. Ma potevan bastare. L'allegria arrotonda i bilanci più magri. E la vita non è che un valzer.

La vita però è anche una tessitrice che annoda e intesse misteriosamente e capricciosamente i suoi fili. Quando una mattina Pierino Balla uscì di casa e si fermò, come era sempre suo primo pensiero, all'angolo della strada di casa sua per vedere uno ad uno, meticolosamente, i manifesti teatrali, non un'ombra di presentimento sfiorò la sua anima ballerina e leggera dinanzi a quel gran manifesto d'un teatro che chi sa mai perchè in bianco rosso e verde, preannunziava la prima rappresentazione di una nuova operetta viennese di Franz Lehar. Sentì, Pierino, un gran tuffo al cuore e vide tutto rosso, ma non perchè una voce segreta l'avesse avvertito che quel manifesto decideva della sua vita. Il tuffo al cuore gli era stato dato dal solo fatto di aver letto sott'il titolo della nuova operetta che l'autore venuto espressamente a Roma, che Franz Lehar in persona ne avrebbe diretto l'esecuzione. Quando si riebbe, il primo pensiero di Pierino Balla fu di correre al teatro e di prenotare, e di pagare, e di portarsi via lo scontrino — non si sa mai: una sbadataggine del botteghino — che gli dava il diritto d'occupare quattro sere dopo la prima poltrona di prima fila, lì, a destra del direttore d'orchestra, del Kappelmeister, a un metro da Franz Lehar, così vicino a lui che avrebbe potuto buscarsi un raffreddore all'aria sollevata dalle falde della marsina agitata dal celebre maestro nei momenti a scatti del direttore d'orchestra. Non prese un raffreddore quella sera, Pierino Balla, perchè il maestro, da buon tedesco composto ed equilibrato, non si sbracciava a dirigere come Mascagni ed anche perchè invece che in marsina dirigeva in smoking e lo smoking non ha falde che possano far vento. Ma se non prese un'infreddatura prese per Franz Lehar una cotta che gli fece traversare tutte le ansie e ricorrere a tutte le astuzie d'un innamorato che vuol trovare il modo di giungere a toccare il cuore della sua bella che non lo conosce e che ancora non si è accorta di lui.

Le idee più luminose sboccian talvolta nei cervelli più oscurati dalla passione, per legge di contrasto e perchè al buio anche un fiammifero acceso può far l'effetto di un lampo di genio. Così Pierino Balla scambiò senza modestia per un lampo di genio il fiammiferino di un'ideuccia che gli spuntò nel cervello quando, la mattina dopo il trionfo della nuova operetta, si sentì eccitato dall'irresistibile desiderio di conoscere personalmente il grand'uomo della sua piccola musica e fu convinto che sarebbe stato veramente perdere una occasione più unica che rara lasciare che Franz Lehar fosse venuto a Roma, perchè lui, Pierino Balla, studiasse accuratamente alle spalle il panno e il taglio del suo smoking viennese senza per altro riuscire a stringere la mano che aveva scritto i valzer più affascinanti di questo mondo. Non c'era tra i suoi amici un cane — neppure un cantante — che avesse potuto aprirgli la via ad una presentazione regolare. D'altra parte a presentarsi così, senza una qualsiasi introduzione, all'albergo dov'era disceso il famoso musicista c'era il rischio d'essere preso per un postulante importuno e d'esser messo garbatamente alla porta. E fu allora che Pierino Balla ebbe l'idea. Entrò all'albergo, studiò su la lista dei viaggiatori la posizione topografica della stanza occupata dal musicista. Compiuta questa ricognizione strategica chiese una camera per sè; e, quindi, accompagnato dal segretario, trovò tanto a ridire su ogni stanza che gli proponevano che, girato mezzo albergo, finì col capitare proprio nella camera attigua a quella del musicista. Immediatamente si disse musicista anche lui, spiegò di doversi trattenere a Roma per un soggiorno non breve e chiese che un pianoforte fosse messo nella sua camera. E il pianoforte cinque minuti dopo raggiungeva il viaggiatore. Era proprio lì, a portata di mano: era quello che il direttore dell'albergo aveva creduto di dover far mettere nella camera preparata per l'autore della Vedova allegra e che l'autore della Vedova allegra aveva fatto immediatamente riportar via.

Avuto il pianoforte Pierino Balla incominciò a farne quello che faceva di ogni pianoforte che gli capitava a tiro: lo pestò e lo ripestò senza riposo. Un pezzo dopo l'altro, un valzer dietro l'altro, ripassò a memoria tutto il repertorio del musicista viennese, dal Conte alla Vedova, da Eva alla Figlia del Brigante. Scese a far colazione e poi, risalito in fretta, ricominciò, a pestare: Conte e Vedova, Eva e Brigante. Ridiscese per il pranzo, risalì e ricominciò, infaticabile: Vedova e Conte, Brigante ed Eva. Quando le dita non ressero più tanto i polpastrelli erano gonfii a furia di pestare, uscì a prendere una boccata d'aria. Ma a mezzanotte era già di nuovo in camera sua e giù di nuovo a pestare, fresco e tranquillo come se non avesse già pestato tutto il giorno: e via da capo Brigante ed Eva, Vedova e Conte. Il maestro era lì, a due passi. L'aveva sentito entrare nella camera accanto, chiudere le finestre, sbadigliare, sternutire, soffiarsi il naso, uscire un momento di camera e poi rientrare per una necessità che era facile immaginare. Aveva poi sentito due scarpe cadere una dopo l'altra sul pavimento di legno, un letto scricchiolare sotto il peso di un corpo che vi si distendeva, la chiavetta della luce elettrica scattare con un piccolo colpo secco. Ora il maestro era tra le lenzuola. E Pierino Balla ricominciò con più foga di prima il settimino della Vedova, il gran valzer dei Conte, il coro dei parigini in Eva e il delizioso piccolo valzer della Figlia modulato lento lento come una ninna-nanna: «Bimba, sii buonina...» Doveva il maestro sentirsi lusingato di quell'omaggio d'un ignoto ammiratore e non poteva il giorno dopo, così lusingato nel suo amor proprio, non chiedere di conoscere quell'ignoto che conosceva il suo repertorio anche meglio di lui. Da quell'omaggio d'ammirazione non poteva nascere tra il maestro e l'ammiratore che un'affettuosa amicizia. E già Pierino la pregustava, e tanto ne era sicuro che, per quanto le tre fossero già suonate all'orologio d'una chiesa vicina, ricominciava per l'ennesima volta a strimpellare con tanto di pedale:

È scabroso la donna studiar...

Ma una voce suonò nella stanza vicina, d'improvviso:

— Zum Teufel diese schrekliche Musik!

Pierino diede un balzo su la sedia e, con le mani staccate di botto dalla tastiera, spezzò a metà le note di disperazion. Ebbe allora l'incertezza che sola conoscono i grandi capitani. Dar battaglia o rifiutarsi di continuare a suonare e smettere? Pierino e Franz Lehar hanno parlato in tedesco. Che cosa hanno detto? Quelle parole volevano dire: «Mio ignoto ammiratore, voi siete molto gentile» o volevano dire: «Mio signor vicino, mi avete rotto le scatole?» Pierino non sapeva il tedesco ma inclinava piuttosto verso la seconda traduzione, poichè se le parole gli erano sfuggite il tono gli era sembrato quale neppure in tedesco, per quanto la lingua sia dura ed aspra, si adopera per dire a qualcuno: «Grazie, caro, vi sono molto grato!» Nell'incertezza Pierino credette miglior consiglio astenersi dall'insistere; talchè richiuse cautamente il pianoforte, in punta di piedi girò per la camera spogliandosi e si coricò leggermente, come una piuma, perchè il letto non scricchiolasse. Quando fu anche lui fra le lenzuola ricordò che il gran Condè alla vigilia di una battaglia soleva dormire saporitamente. Fece quindi come il gran Condè e, voltosi su un fianco, sospirandosi ancora a mezza voce il Ninfa del bosco della Vedova, sentì che dalla stanza vicina un musicista che russava poco musicalmente gli offriva un impreveduto accompagnamento di contrabbasso.

La mattina dopo, quando il cameriere gli portò il caffè e il segretario dell'albergo chiese di essere ricevuto, il gran Condè non tardò a persuadersi che aveva perduto la battaglia. Il segretario avvertiva il cliente del numero 139 che doveva astenersi dal suonare il pianoforte dopo la mezzanotte poichè il cliente del numero 140 s'era vivamente lamentato di non aver potuto chiudere occhio fino alle quattro del mattino ed aveva persino minacciato di cambiare albergo. Timido e riguardoso, arrossendo e balbettando, Pierino Balla promise di non toccare più un tasto dopo suonata l'ora del coprifuoco, ma, con ardita decisione, colse l'occasione che gli si offriva e chiese al segretario di poter presentare di persona le sue scuse all'illustre autore della Vedova allegra. Ma quando il segretario fu per uscire e per andare a chiedere al numero 140 se era disposto a ricevere la visita e le scuse del numero 139, Pierino Balla fu preso da un'angosciosa preoccupazione e, trattenendo il segretario per la falda del soprabito, sospirò con un filo di voce:

— Ma parla solo tedesco?

— Parla anche un po' francese.

Pierino Balla chiamò a raccolta il suo piccolo vocabolario francese con pronunzia napoletana, contò su le dita i vocaboli che in quel momento gli occorrevano e quando fu al numero 140, in presenza del celebre maestro, ebbe la sgradita sorpresa di osservare che nel breve tratto di corridoio dalla sua stanza alla stanza del maestro, per quanto fossero così pochi, li aveva perduti tutti dal primo all'ultimo. Mormorò quindi le sue scuse in italiano e vide con giubilo che, su venti parole italiane, due o tre non erano per il maestro un impenetrabile mistero. Così, ritrovando un po' di calma, ritrovò anche una dozzina di parole francesi e con queste, improvvisando un'alleanza verbale franco-italiana in cui l'Italia aveva la parte del leone, potè dire al maestro la sua ammirazione, la sua idolatria, la gioia che provava a conoscerlo e a stringergli la mano. Da parte sua il maestro, allargando l'alleanza verbale sino a far entrare a fianco dell'Italia e della Francia anche l'Austria e l'Ungheria, si disse lusingato di vedere che quel giovane signore conosceva così bene tutta la sua produzione e gli strinse ripetutamente la mano, pronunziando in tedesco certe parolacce in ung e in zum che sembravano scapaccioni ma che dovevano essere complimenti a giudicare dal sorriso che le accompagnava.

— Vous êtes musicien?..., domandò poi Franz Lehar.

— Non, je suis..., rispose Pierino Balla toccandosi ripetutamente gli orecchi davanti al maestro che spalancava, sbalordito, tanto d'occhi.

E poichè, non ostante i gesti, il maestro non capiva, Pierino Balla spiegò:

— Je suis orecchiante... Je joue avec les oreilles...

La conversazione diventò cordiale. L'autore della Vedova Allegra disse a Pierino Balla la sua simpatia per l'Italia e, per spiegarla, spiegò che era ungherese e che naturalmente gli ungheresi... che sul vecchio ceppo latino... che la razza magiara... e tante altre cose cui Pierino rispondeva ripetendo a sazietà la sua ammirazione per Vienna e per le operette viennesi. In una pausa il maestro gli domandò:

— D'où venez-vous?

Di dove veniva? Pierino Balla fu sul punto di dire che non veniva da nessun posto, che veniva cioè da Roma. Ma ricordò a tempo che erano in albergo e che gli alberghi non sono abituale domicilio che per i viaggiatori. Ebbe tuttavia vergogna di confessare la sua infantile trovata, il sotterfugio cui era ricorso per avvicinare il maestro del suo cuore. E, dopo averci pensato un poco, rispose:

— Je viens de Naples...

— Ah, bella Napoli..., rispose il musicista con un sospiro cui Pierino credette dover rispondere con una riverenza.

Ma le sue pene non erano ancora finite. E poichè ad un viaggiatore non si chiede solamente donde venga ma anche dove vada, sùbito dopo si sentì chiedere dove era diretto. Còlto così alla sprovveduta, Pierino Balla non ebbe la prontezza di spirito di dire che andava semplicemente a Frascati, ma balbettando ebbe l'imprudenza di rispondere:

— Vado... vado a Vienna!

— A Vienna?

Già il maestro gli stendeva le mani, gli offriva la prova della sua simpatia:

— Sono molto dolente di non trovarmi a Vienna quando ci sarete voi... Sarei stato felice di farvi da cicerone... Ma voi vi tratterrete certamente... Almeno quindici giorni... un mese...

— Ecco... un mesetto...

— Benissimo... Tra quindici giorni vi sarò anch'io... Vi dò appuntamento a Vienna, mio giovane amico... Ma intanto vi darò una raccomandazione per il mio caro amico Kramer, il celebre maestro Kramer... Conoscete Kramer, l'autore di tante celebri operette, l'autore del Soldato in gonnella?

Pierino Balla non conosceva altri e sùbito l'irresistibile istinto lo spinse a cantare il più recente valzer di Kramer, mentre il suo interlocutore redigeva in tedesco il più misterioso biglietto di presentazione che mai potesse a Pierino capitare.

— Andate da Kramer, Ringstrasse 41... Vi aprirà tutte le porte... E' come se trovaste me stesso.

Il maestro era in piedi, gli consegnava la lettera, gli dava congedo.

— Aufwieder sehen!... Oggi è il venti. Sarò a Vienna il 5 giugno. Vi aspetto a colazione il giorno dopo.

E Pierino Balla, per mostrare che anche la sua ignoranza del tedesco aveva qualche lacuna, si ritirava mormorando:

— Danke... Danke... Grazie... Merci... Danke schön...

Quando fu fuori, scendendo le scale, ricapitolò gli avvenimenti. Aveva accettato una colazione a Vienna: doveva dunque andare a Vienna, alla città del suo sogno, alla sua patria d'elezione. Avrebbe consacrato a questo pellegrinaggio sentimentale uno degli ultimi biglietti da mille del suo piccolo peculio... Tanto, dal primo luglio, c'eran le centocinquantadue lire... E poi, prima di chiudersi al Ministero delle Poste, bisognava ancòra una volta ricordare che la vita non è che un valzer...

Per istrada urtò un amico che lo prese per il braccio e lo fermò:

— Dove vai?

— A Vienna.

— Quando?

— Stasera.

— E perchè mai vai a Vienna?

— Non lo so.

L'amico gli lasciò il braccio, lo guardò sbalordito e gli disse:

— Bada, figliuolo, tu diventi matto...

Ma già Pierino Balla riprendeva la sua strada con la testa in aria, ancòra coi piedi a Roma, già col cuore a Vienna, canticchiando a mezza voce:

Nell'aria di Vienna

c'è molta seduzion...

II. SEI TU, FELICITÀ....

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Le cronache profane delle più galanti alcove e dei più ardenti amanti raccontano le disavventure di eserciti che rinunziano alla vittoria proprio davanti alla fortezza che si arrende e rinunziano quanto più fu lungo l'assedio e più desiderata e pregustata la vittoria. La sera in cui dalla sua vettura di seconda classe sbarcò sotto le massicce tettoie e tra gli ascensorini della Sudbanhoff, Pierino Balla, viaggiatore improvvisato, si trovò su per giù nella situazione poco brillante di quelli eserciti esausti proprio al momento di cogliere la palma del tanto sospirato trionfo. Un autotaxi lo trascinava rapidamente per le prime vie della metropoli e già Pierino sentiva andarsene tutta la sua forza d'amore. Quella, Vienna? Una grande città come un'altra. Quei grossi palazzi nuovi gli ricordavano i grossi palazzi nuovi del Tritone di Roma e del Rettifilo di Napoli e quei tigli — eran poi tigli? — che fiancheggiavano la strada non erano in nulla diversi dai piccoli alberelli magrolini e cittadini — eran platani, ontani? non ci aveva mai badato — che fiancheggiavano a Roma via Nazionale e sotto i quali, disegnanti a terra nel riflesso della luce elettrica un merletto d'ombre e di luci, se n'era tornato tante sere a casa, uscendo dal Costanzi e fischiettandosi i suoi cari, i suoi dolci valzer viennesi. Donne bionde, se si guardava attorno, non ne vedeva per quella strasse più di quanto ne incontrasse a Roma, pel Corso, all'ora del ritorno dal Pincio, nel tepore delle belle giornate. Nè c'era musica attorno a lui oltre lo strombettìo delle automobili e lo scampanìo dei tram. Era questa, Vienna? Ed era questa la sua musica? E dov'erano i suoi valzer? Ebbe la tentazione di interrogare lo chauffeur e di domandargli se per caso non avesse sbagliato, se non fosse sceso dal treno, prima di toccare Vienna, a Klangenfurt o a Gratz, per esempio. Ma si contenne. Che diamine! Era Vienna, ma una Vienna che non rassomigliava affatto all'idea canterina e ballerina ch'egli se n'era fatta a Roma, da lontano. Guardava attorno, disperatamente, oltre le vetrine dei caffè, per vedere se scorgesse nell'interno i palchetti bianchi delle orchestre e i dòlmanì rossi e le chiome bionde delle «dame viennesi». Ma che le «dame viennesi» fossero per Vienna solo un genere d'esportazione come le «ciociare», le pittoresche ed irreperibili «ciociare», per Roma? Pure riuscì a trovarle, poco più tardi, finalmente, le «dame viennesi». Disceso all'albergo, mutato d'abito rapidamente, non sapendo ancora orizzontarsi, aveva deciso di prendere in hôtel il suo primo pranzo viennese, di mangiare lì, religiosamente, il suo primo autentico panino di Vienna. Entrato nella sala da pranzo il cuore gli diede un balzo. In fondo alla sala, su un palchetto bianco stile Secessione, le «dame viennesi» — dòlmanì rossi, capelli d'oro — accordavano in una serie confusa di brevi pizzicati e di lunghe arcate, i loro violini e i loro violoncelli. Per quanto il maître d'hôtel già gli avesse scelto il tavolino e indicato con un inchino il posto assegnatogli, Pierino Balla traversò difilato l'ampia sala e andò a sedersi a un tavolino proprio lì, sotto l'orchestra, posto in modo che le spalle di Pierino seduto s'appoggiavano proprio al palchetto Secessione delle «dame.» Il maître d'hôtel era accorso ad inseguirlo e garbato avvertiva:

— Peut-être ici la musique dérangera trop monsieur...

Disturbarlo, la musica? E la musica viennese? Ma se non era venuto che per questa... Quando ebbe ordinato il pranzo a prezzo fisso per non andare incontro a troppe sorprese, Pierino Balla si preparò ad ascoltare con mistico raccoglimento i valzer viennesi, i valzer viennesi suonati sul luogo dalle più autentiche dame viennesi che un innamorato del color locale potesse mai desiderare. Ma alle prime note dell'orchestrina ebbe una prima delusione e rimase con in aria il cucchiaio pieno di quel potage printanier dove c'era di tutto a tal segno che non sapeva assolutamente più di niente. L'orchestrina non aveva attaccato un valzer di Fall o di Lehar, ma una canzonetta napoletana: O sole mio. Tuttavia Pierino se ne sentì in fondo lusingato nel suo amor proprio nazionale e sperò, per il valzer, nel secondo pezzo. Senonchè, a canzone finita, lo aspettava la seconda delusione e più forte assai della prima. Questa lo colse mentre gustava con prudenza di cittadino di città di mare diffidente pel pesce delle città di terra, un loup de mer sauce tartare e fu sul punto di mandargli una lisca per traverso. Una «dama viennese» aveva infatti detto alla sua vicina nel più puro italiano di questo mondo:

— Dàmmi un ventaglio... Che caldo stasera!

E l'altra le aveva risposto col più gentile accento di Santa Lucia facendosi vento con un foglio di musica:

— Mamma mia... E ccà se more!...

Le guardò esterrefatto. Italiane? Napoletane? Non credeva ai suoi occhi ed ai suoi orecchi. Si sturò questi, si stropicciò quelli. Era viaggiatore fresco ed inesperto, Pierino, e non sapeva ancora che, se come afferma il proverbio l'abito non basta a fare il monaco, il dòlmano rosso per lo più basta a fare la «dama viennese».

Fu così mortificato Pierino che quella sera, non uscì nemmeno dall'albergo e si chiuse in camera. Si coricò nel letto alla tedesca dopo aver manifestato alla femme de chambre una meraviglia, che la faceva ridere, di non trovare lenzuola come nei letti all'italiana. Guardò la bonne, diffidente: era bionda, parlava tedesco. Ma c'era da fidarsi? Non era anche lei almeno di Trieste? Interrogò: era ungherese.

Era napoletano anche in questo, Pierino Balla: che quando finalmente, per disgraziato accidente, aveva qualche cosa da fare, vi si gettava dentro a capofitto per uscirne fuori al più presto possibile. Lo stesso giorno in cui Franz Lehar l'aveva senza volerlo spedito d'ufficio a Vienna, Pierino aveva comperato due manualetti di conversazione in francese ed in tedesco. Durante due giorni e più di viaggio non aveva avuto altra lettura e, rincantucciato nel suo scompartimento, aveva masticato senza interruzione parolacce tedesche e paroline francesi con pazienza da benedettino. E fra le vocali mute delle paroline francesi e i battaglioni di consonanti senza vocali delle parolacce tedesche dimenticava l'italiano senza riuscire ad imparare nè il francese nè il tedesco. Continuò a letto, quella sera, la lettura dei suoi manualetti e la mattina dopo, al bureau dell'albergo, col manualetto aperto in mano su cui gettava di tanto in tanto occhiatine senza parere, volle esperimentare i progressi che aveva fatti. Chiese l'indirizzo del maestro Kramer e si fece spiegare l'ubicazione della strasse in cui il maestro Kramer abitava. La fraülein che gli rispondeva si sentì autorizzata da quelle sue quattro o cinque parole di tedesco a scaricargliene addosso quattro o cinquecento, a massima velocità; e Pierino, con un sorriso ebete e rassegnato, aspettava che il diluvio gutturale passasse senza ch'ei fosse riuscito a sapere in che via abitava il grande maestro nè dove fosse la via in cui il grande maestro abitava. La signorina del bureau era bionda e parlava tedesco come solo uno studio condotto fin dall'infanzia per la precisa esecuzione dei suoni più sgradevoli può permettere a gola di parlarlo. Finito il diluvio e data un'occhiatina al manualetto, Pierino s'arrischiò a chiedere alla signorina se almeno lei era di Vienna: e si sentì rispondere con aria fiera e con cipiglio irritato che no, che era di Praga, che era boema.

La ricerca del maestro Kramer gli costò trenta corone d'automobile e un fiero mal di capo tanto s'era scervellato a compulsare avanti e indietro le pagine del manualetto di conversazione per riuscire a spiegarsi con chauffeurs e passanti, portinai e cameriere. Quando e come Dio volle riuscì a scovare il domicilio del maestro Kramer e in questo una piccola governante, bionda anche lei, carina, dagli zigomi assai pronunziati, dai grandi occhi azzurri; e la piccola governante, quando sentì che Pierino Balla parlava tedesco assai male, si mise a parlare assai bene francese per spiegargli che quel giorno il maestro Kramer era assolutamente irreperibile poichè proprio quella sera, al teatro An der Wien, doveva aver luogo la prima rappresentazione della sua nuovissimo operetta: Il valzer dei valzer. La piccola governante, vedendo Pierino desolato, gli consigliò di cercare il maestro a teatro all'ora della rappresentazione e, con bei modi e un francese parlato così chiaramente che anche lui lo capiva, gli fornì tutte le indicazioni necessarie con una cortesia di cui Pierino non potè non ringraziarla manifestandole anche la sua meraviglia di trovare una viennese che parlava il francese comme une vraie parisienne. Ma la piccola governante ebbe un ultimo sorriso e, richiudendo la porta dell'appartamento del maestro Kramer con un bell'inchino della sua testolina bionda, spiegò:

— Non sono viennese, signore. Je suis polonaise.

I tedeschi non ammettono che il piacere del teatro li debba mandare a letto ad ore troppo avanzate nè che li possa costringere a pranzare alla svelta come dobbiamo invece far noi quando una prémière ci raduna in un teatro. I tedeschi dànno la precedenza ai piaceri del teatro su quelli della digestione. Noi distruggiamo invece questi per quelli. Ed è così che si spiega come tante produzioni teatrali ci riescano assolutamente indigeste e come il pubblico italiano dia prova sovente a teatro d'una deplorevole intolleranza. Il teatro viennese è aperitivo e quello italiano dovrebbe essere digestivo. Tra la fortuna costante degli autori tedeschi e l'ostinata avversità che accompagna di solito gli autori italiani non c'è che l'ostacolo di un pranzo non digerito. Così, alle sei di sera, Pierino Balla prendeva posto all'Ander Wien in un'ultima poltroncina aggiunta che miracolosamente aveva potuto procurarsi ed ascoltò in estasi i valzer nuovissimi del maestro Kramer e associò i suoi applausi italiani disordinati ed impetuosi a quelli militarizzati, disciplinati, che dalle mani degli spettatori viennesi suonavano ad ogni fin d'atto, come il passo cadenzato d'un reggimento in marcia.

Trovò il maestro Kramer in palcoscenico tra il primo ed il secondo atto del Valzer dei valzer, circondato da una folla di ammiratori e di ammiratrici tra i quali Pierino riuscì a fatica, a furia di bitte e di pardon, ad aprirsi un varco per consegnare al maestro Kramer la letterina di presentazione che Franz Lehar gli aveva consegnata a Roma. Non appena ebbe letto, il maestro gli stese le mani e, colossale, attirò a sè il piccolo giovane italiano con tanta violenza di subitanei affetti che Pierino ebbe paura di andare a sbattere il naso contro quella montagna d'adipe e di vestiti.

— Oh, meine liebe — esclamava il maestro Kramer scuotendogli e riscuotendogli le mani fino a spezzargli le braccia — oh, meine liebe freund Lehar, il mio caro Franz... E la bella Italia... il benvenuto, mein herr...

E, senza transizione, come se Pierino non fosse venuto a Vienna che per questo, aggiunse:

— Vi voglio presentare a mia figlia... a mia figlia Eva...

Poi, dopo una pausa, stringendogli un braccio da stritolarglielo e avviandosi verso la porticina del palcoscenico:

— A mia figlia Eva che ama molto gli Italiani...

Era carina, Eva; e s'ella amava gli Italiani, tutti gli Italiani non avrebbero fatto per amar lei la minima difficoltà. Non tardò a persuadersene, Pierino, quando in un palchetto di proscenio si trovò seduto accanto a lei e alla graziosa governante galiziana che l'aveva ricevuto al mattino. Kramer, appena presentato il giovane italiano alla figlia italianofila, era ritornato a raccogliere in palcoscenico gli allori del suo trionfo. Cortese, deferente e niente affatto invadente, Pierino lasciò del tutto alla signorina Eva la cura di sostenere la conversazione e si limitò ad inserire tra i suoi denti bianchissimi e i suoi baffetti d'ebano un sorrisetto cerimonioso che a qualunque parola di Eva diceva sempre, docilmente, di sì. Alcune amiche di Eva vennero, nell'entr'acte, a interrompere il discorso di lei e il sorriso di lui. Eran tutte carine, tutte bionde e parlavan tutte tedesco, talchè Pierino non capiva nulla e non sorrideva più temendo di dire con quel sorriso di sì quand'era forse invece il caso di dir di no. Quando la prima se ne riandò Pierino chiese ad Eva: «E' viennese, è vero?» Ed Eva: «No. E' morava. Provincie tedesche». Quando se ne riandò la seconda Pierino richiese ad Eva: «Ma questa è proprio viennese, non è vero?» Ed Eva: «No. E' rumena. Di Czernowitz». E quando fu la volta della terza, più bionda che mai, vestita di rosso, più che mai «dama viennese», Pierino trionfò: «Ma questa sì, è di Vienna. L'ha scritto in viso». Ed Eva «C'è scritto una bugia. E' czeca. Di Troppau». Con un fil di voce Pierino osò domandare: «Ma lei sì, lei almeno è viennese, signorina...» Ed Eva con una bella risata squillante: «L'ho scritto in faccia anch'io? Come legge male lei... Io son rutena, come mio padre...»

Perchè Pierino non fosse minacciato da una improvvisa meningite sotto tanto sforzo etnografico e geografico cominciò opportunamente il secondo atto ed Eva invitò il giovane italiano a restare a sentirlo, lì, in palco, accanto a lei. Vide Pierino la giovane signorina rutena e la giovane accompagnatrice polacca comporsi a severa e contrita attenzione come si trattasse d'ascoltar Wagner a Bayreuth. Egli stesso, che pure adorava i valzer, li ascoltava di solito con più italiana leggerezza. Per la prima volta in vita sua un valzer, il valzer dei valzer, tant'era suonato e danzato con gravità sacerdotale, chiamò uno sbadiglio su le sue labbra. Lo nascose garbatamente in quell'ombra da cui guardava estatico la bella signorina Eva, la signorina Eva, cioè, che a prima vista sembrava bella ma che a guardarla meglio era solo piacente perchè nel suo viso c'erano tutti gli stili come nella carta geografica del suo paese ci son tutte le razze: fronte greca, naso napoleonico, labbra ebraiche, occhi chiari cristianissimi, zigomi slavi, capelli biondi slavati più svizzeri che viennesi. Era elegante, aggraziata, con una piccola grinta un po' ringhiosa che contrastava con l'urbanità più che affabile delle sue parole. Nè grande nè piccina, era una piacente mediocrità femminile che poteva passare anche inosservata se si fosse chiamata semplicemente Mayer o Muller ma che, chiamandosi Kramer, essendo la figlia del celebre maestro Kramer, avendo certo per dote un bel milioncino di corone e una villa in Carinzia di cui ella aveva già parlato al giovane visitatore, non poteva certamente lasciare nessun cuore maschile indifferente. Durante l'intero atto ella e la giovane polacca non interruppero che tre volte il silenzio per guardare verso un gruppo d'ufficiali ch'era in un palco e per brontolare in tedesco parole nervose e precipitose nelle quali Pierino non raccolse che queste, chiare ed oscure insieme: herr major Hampfel. E lo vide, Pierino, il major Hampfel quando, alla fine dell'atto, tornata la luce, scoppiati gli applausi, il bell'ufficiale si levò in piedi e dalla sua barcaccia s'inchinò alla signorina Eva la quale credette opportuno di spiegare a Pierino:

— Il maggiore Hampfel, degli usseri... marito della mia più cara amica... prossimo ad essere destinato come attachè militare alla nostra ambasciata di Roma.

E, con un sospiro, Eva aggiunse:

— Beato lui che vivrà a Roma... Adoro Roma. Il Foro... L'Excelsior... Bellezze uniche al mondo!

E, squadrando Pierino come per misurarne l'altezza morale e materiale:

— Siatene fiero, signore.

Era fiero, sì, Pierino, di sentirsi dire da Eva tante cose carine su l'Italia così piacevole pei turisti, su gli italiani così garbati e così gentili con tutti, che cantano tutti così bene, che amano tanto la musica viennese.

— So che la musica di mio padre, disse Eva, è popolarissima in Italia... E vedete come amo l'Italia io... Mastico anche un po' d'italiano quasi passabilmente... Ho avuto una istitutrice triestina.

— Ah sì? Di Trieste?, esclamò Pierino con nobile slancio patriottico.

— Di Triest! corresse con prudenza politica Eva.

Durante il terzo atto Pierino sentì ancora le due signorine brontolare in tedesco e ancora non riuscì che ad afferrare due o tre volte le parole chiare ed oscure insieme: herr major Hampfel. Poi, quando la rappresentazione fu finita, Kramer tornò nel palco con un gruppo di attrici e di amici e mentre Eva indossava il mantello disse:

— Andiamo tutti a cena al Prater.

Poi, voltosi a Pierino, gli disse in un italiano a modo suo:

— Voi ci farà il piacere di soupare con noialtri.

Senza farselo dire due volte Pierino corse al guardaroba a ritirare il suo soprabito. Anche là una bella ragazza bionda, in una specie di divisa fra il portinaio e l'ammiraglio, serviva il pubblico con grazia tutta viennese. Distratto, ed anche perchè in tedesco non trovava la parola, quando fu per pagare Pierino le domandò:

— Quanto?

Sentì la bella ragazza viennese rispondergli in italiano:

— Una corona, signore, e la sua buona grazia.

E mentre cercava nel suo portamonete la corona e la buona grazia, Pierino non potè non esclamare:

— Come? Lei non è viennese?

E la guardarobiera con un bel sorriso chiaro di casa nostra:

— Mi no, sior... Mi son de Trento!

Li sentì e li risentì finalmente, Pierino, i suoi cari valzer di Vienna, durante quella cena al Prater, suonati e risuonati da decine di orchestrine di «dame» autentiche o no e di zigani artificiali o naturali poste al centro di tutti i restaurants che punteggiavano di architetture elettriche le dolci ombre del bel parco viennese. Uscendo alle dieci precise, a diese uhr, dai cinquanta teatri della metropoli, Vienna elegante e mondana affluiva al Prater, a piedi, in vettura, in cento automobili rombanti e scintillanti, discendendo lungo i quattro chilometri dell'Hauptallee tra i tigli odoranti, le aiuole fiorite e i pali della luce elettrica tutti adorni di fiori come nel fasto capriccioso d'una primavera artificiale. Luci rosse, azzurre, gialle, bianche, balenavan qua e là disegnando nel verde notturno le sagome dei restaurants e delle birrerie, dei caroselli e dei circhi equestri del Wurstelprater. Seduto con belle signore fiorenti e giovani signori eleganti ad un tavolino en plein air del restaurant più accorsato, tra il maestro Kramer che gli parlava di musica e la signorina Eva che con gli occhi languidi e lo sguardo lontano aveva l'aria di sospirare d'amore, Pierino viveva la sua dolce sera viennese come nel dormiveglia d'un mezzo Sonno. Sentì ancora due o tre volte tornare nella conversazione metà tedesca e metà francese il nome dell'herr major Hampfel. Chi poco parla — e Pierino era muto assolutamente — ha luogo più degli altri di osservare; e due o tre volte infatti notò che, quando la gente nominava l'herr major Hampfel il maestro Kramer si oscurava in volto, come se quella sera non gli avessero metodicamente applaudito alla tedesca il suo Valzer dei valzer, ma come se gliel'avessero invece genialmente ed estemporaneamente fischiato all'italiana. E poichè la natura gli aveva dato due occhi e, benigna, glieli aveva accordati eccellenti tutt'e due, mentre col sinistro osservava il malumore del maestro, col destro Pierino seguiva il linguaggio muto di Eva la quale, non appena l'herr major era nominato, cercava gli occhi della signorina galiziana ed intavolava così un linguaggio cifrato impossibile a comprendersi. Intanto i valzer seguivano ai valzer, nuovi e nuovissimi, vecchi e vecchissimi e, in estasi, Pierino si lasciava cullare da loro, guardando le stelle e i lampioncini, i dòlmanì delle dame viennesi e gli alamari d'oro degli zigani e lasciando squagliare nel suo piattino la fetta di spumone all'italiana che un cameriere gentleman più dei gentlemen che serviva vi aveva delicatamente deposto. Sentì in quell'estasi un'altra musica italo-austriaca, poichè la vocina della signorina Eva gli susurrava all'orecchio con pronunzia prettamente austriaca parole approssimativamente italiane:

— Vedete, qui, davanti a noi, questi viali oscuri che si perdono nell'ombra? E' il centro, il cuore del Prater, non ridotto a giardino ma tenuto a bosco. E', di notte, l'angolo caro agli innamorati.

Ci andò pochi minuti dopo a passeggiare anche lui nel cuore del Prater, con la signorina Eva mollemente appoggiata al suo braccio. S'era levata da tavola, gli aveva chiesto una sigaretta, una sigaretta italiana — che gli Italiani chiamano chi sa perchè Macedonia mentre su la Macedonia, avvertì la signorina Eva, l'Austria ha gli occhi ben spalancati — e, accesa la sigaretta, gli aveva detto con un sorriso che, volapück universale, gli aveva fatto capire più di un intero vocabolario:

— Voglio far vedere anche a voi il cantuccio degli innamorati.

Pei viali sempre più oscuri, sempre più remoti, Pierino sentiva il dolce peso del braccio della signorina Eva farsi sempre più grave sul suo braccio destro. Ella taceva e fumava. Ai riflessi multicolori che penetravan fra gli alberi i capelli d'oro di lei s'accendevano di scintille. E ad un tratto ella disse fermandosi di colpo e guardandolo bene in viso:

— Voi dovete amare l'amore. Siete Italiano.

E senza aspettare la risposta, che del resto Pierino cercava disperatamente senza trovarla, aggiunse riprendendo la via:

— Voi Italiani siete i primi innamorati del mondo.

Pierino credette doveroso d'inchinarsi leggermente ringraziando a nome di tutt'i suoi connazionali e sentì che Eva proseguiva:

— Avete tutti il Vesuvio nel cuore e negli occhi e una canzone su le labbra.

Trovò Pierino la risposta che gli parve straordinaria:

— Come voi viennesi avete tutte nel cuore e su le labbra il più dolce dei valzer!

La signorina Eva rideva:

— Che cosa credete che Dio abbia inventato prima: il valzer o l'amore?

Pierino ebbe un lampo di genio:

— Dal valzer, rispose, nacque l'amore e dall'amore nacque il valzer, signorina.

Eva rise ancora. Poi, quando un'orchestra vicina ma nascosta tra gli alberi sospirò dai violini il più appassionato valzer del repertorio, il Sei tu, felicità... di Lehar, ella disse con un sospiro:

— Ah, il mio valzer...

— Ed anche il mio, sospirò a sua volta Pierino.

Lo ascoltarono rallentando il passo, lo canterellarono a fior di labbra stralunando gli occhi in su, verso le stelle. E il dolce peso del braccio di Eva si faceva sempre più dolce ma sempre più grave. Sospiravano i violini la dolce melodia:

Sei tu, felicità,

passata a me vicino...

— Quante cose..., mormorò ancora Eva. Quante cose dice questo valzer... Non sentiamo tutti, in certi momenti, che forse la felicità ci passa vicino e che non sappiamo arrestarla e dirle come il nostro Goethe all'attimo fuggente: «Fermati, sei bella...»

— E' vero... E' vero..., mormorò Pierino che di Goethe conosceva appena il Mefistofele di Boito.

— La vita è così, continuava Eva. Si va, si viene, si arriva, si parte, ci si incontra... E poi... E poi un giorno, forse, ci si sospira:

Sei tu, felicità,

passata a me vicino...

E canticchiava, coi violini delle «dame viennesi».

— E' il mio valzer, il mio valzer! ridisse poi quando la sua vocina non potè raggiungere l'acuto. Ricordo la prima sera che Lehar lo suonò a casa nostra... Se ci ripenso, mi sento ancora gli occhi umidi di lacrime... Ah, la vita...

Poi, senza transizione:

— Siete ricco, voi?

— No, signorina, rispose Pierino; e, temendo di far fare brutta figura agli Italiani: — Era ricco mio padre. Ma poi, la vita...

— Lavorate? Siete avvocato?

— Sì, signorina.

— Avete molte cause?

— Comincio adesso.

La signorina Eva lo incoraggiò:

— Si capisce. Ma farete fortuna. Tutti si deve cominciare... Anche mio padre era suonatore di contrabasso in un teatro di provincia... Quando si è giovani... E poi voi Italiani siete tutti oratori!

Ma la signorina Eva non aveva esaurito ancora le sue domande:

— Siete fidanzato?

— No, signorina.

— Avete allora un'amante?

— No, signorina.

E Pierino, cortese, si credette in dovere di diventar rosso per lei. E più diventò rosso, anche per sè, quando sentì il peso del braccio di lei sul suo braccio farsi più grave e sempre più lungo, sempre più lungo. E, poichè temeva di far sfigurare gli Italiani, Pierino si credette in obbligo di rispondere a quel peso con una piccola stretta, leggera, che poteva anche sembrare involontaria, ma che volontariamente invece gli fu sùbito restituita.

— Rimarrete a Vienna qualche tempo? chiese a voce bassa la signorina Eva...

— Oh sì, signorina... E come potrei ripartire?

Non chiese la signorina Eva ulteriori spiegazioni. Mormorò solamente:

— Potremo rivederci spesso, così...

E poichè il valzer di Lehar riprendeva, tornando indietro verso le illuminazioni dei restaurants e appoggiandosi al braccio di Pierino come se fosse tanto stanca, tanto stanca, ella ricominciò a cantarellare con gli occhi fissi lassù alle stelle del carro di Boote:

Sei tu, felicità,

passata a me vicino...

Poi, scoppiando a ridere, esclamò:

— Il mio valzer... Il «nostro» valzer...

E, lasciato il braccio di Pierino, giunta al confine tra il bosco d'amore e il Prater mondano, corse via verso la tavola di suo padre e dei suoi amici...

L'oscurità concilia, dicono, i più profondi pensieri e Pierino non pensava infatti profondamente che al buio. Così quella sera, quando fu a letto ed ebbe spenta la luce elettrica, questo pensiero gli apparve come una rivelazione: «Ma se in tre ore ho fatto già tanta strada, io in trenta giorni me la sposo...» Non poteva veramente aspettare un mese perchè il suo tavolino di vice-segretario di terza classe alle Poste lo attendeva. Ma se ne rideva di quelle centocinquantadue lire se il valzer di Lehar, se quel delizioso Sei tu, felicità... doveva regalargli il milioncino della signorina Kramer e la villa in Carinzia.

Ma Pierino era prudente e, nella prudenza, diffidente. Gli sembrò che gli Dei gli fossero troppo clementi nel fargli trovare tre ore prima il maestro Kramer e tre ore dopo una mogliettina d'oro bell'e pronta. Lì, a occhi chiusi, si rivedeva davanti l'herr major Hampfel ne sentiva ripetere il nome, riudiva le parole di Eva: «Il marito della mia migliore amica... Beato lui!... Verrà a Roma, attachè militare della nostra Ambasciata...» Rivide anche il malumore del maestro Kramer all'udire quel nome ed il sorriso di complicità con cui la signorina galiziana rispondeva agli sguardi interrogativi di Eva. Tutti questi ricordi oculari ed auriculari turbavano un poco la gioia che gli inondava il cuore... Se quel major Hampfel... Se la signorina Eva... Il marito della sua migliore amica... Ed il major Hampfel veniva a Roma... E Pierino era italiano e risiedeva proprio a Roma... Era, intuito, intravveduto, accennato appena, il romanzo, l'intrigo, il dramma, l'occasione propizia offerta dal caso per riparare a Roma ciò che a Vienna s'era imprudentemente guastato... Ma Pierino, che era ottimista, scosse quei pensieri neri e si disse: «Come siamo curiosi, noi Italiani... Romantici tutti!.... Vediamo sùbito il dramma e il romanzo anche dove c'è semplicemente l'idillio... Che vuol dire se quest'idillio è stato troppo rapido?... L'ho forse inventato io stasera il coup de foudre?»

E, per tornare a pensieri leggeri, aveva riacceso la luce elettrica e, a piedi nudi, in camicia, era andato a porsi davanti all'armadio a specchio. Che c'era poi di tanto strano in quel coup de foudre? Non poteva egli sprigionar d'improvviso l'elettricità di un cuore femminile? Era lì, nello specchio... Si guardava spassionatamente, come si trattasse di un altro... Era, dopo tutto, un bel ragazzo... E non c'era nulla, proprio nulla di strano...

— Avanti!

Sopra pensiero aveva risposto avanti... non riflettendo che così, in camicia, non era in condizioni da ricever visite a quell'ora. Ma già una graziosa cameriera bionda, che non era più l'ungherese della sera prima, era entrata portando una bottiglia d'acqua che Pierino non ricordava affatto d'aver richiesta. Anzi, poteva giurarlo...

— Voilà l'eau, monsieur...

E, premurosa, la camerierina si avvicinava a Pierino che aveva in fretta reintegrato il suo letto, e versava l'acqua nel bicchiere, e offriva il bicchiere e un sorriso quanto mai incoraggiante. E Pierino ch'era italiano, Pierino che, come diceva Eva, aveva il Vesuvio nel cuore accettò l'acqua, il sorriso e l'incoraggiamento. E la luce si spense senza che Pierino si fosse accorto di spegnerla...

Quando la riaccese per permettere alla camerierina di rispondere a un ostinato squillo di campanello nel corridoio, Pierino si sentì completamente rassicurato nei suoi timori di poco prima per Eva Kramer e per la sua troppo subitanea fortuna.

— Lo dicevo io? si disse sorridendo. Prima di tutto, è merito mio... E poi... l'ho visto anche adesso... Son tutte così, queste viennesi: ardenti, appassionate, di primo impeto...

E poichè la camerierina bionda tornava a riprendere la cuffietta dimenticata scappando via:

— Tu sei viennese, è vero, carina?

E lei, augurandogli con un sorriso la buona notte, rispose:

— Io no. Son croata!

Croata?

«E dire» — pensò Pierino — «che i professori di Storia ci insegnavano a scuola che i croati son gente tanto cattiva... Per le croate, perdio, posso garantir io del contrario!...»

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Data wydania na Litres:
15 stycznia 2025
Objętość:
180 str. 1 ilustracja
ISBN:
4064066069216
Wydawca:
Właściciel praw:
Bookwire
Format pobierania:

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