Czytaj książkę: «Farfui»
Luciano von Ingenheim
Farfui

Pubblicato da Good Press, 2022
EAN 4064066357047
Indice
PARTE PRIMA.
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.
XVIII.
XIX.
XX.
XXI.
XXII.
PARTE SECONDA.
I.
II.
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
IX.
X.
XI.
XII.
XIII.
XIV.
XV.
XVI.
XVII.
XVIII.
XIX.
XX.
XXI.
XXII.
XXIII.
XXIV.
XXV.
XXVI.
FINE.
PARTE PRIMA.
I.
Indice
Perchè avesse comperato quella casetta, egli stesso non avrebbe saputo dire.
Gliel'avevano offerta in un periodo di fortuna, quando il rialzo di certi valori gli aveva dato larghi profitti.
Era una casa a due piani, dipinta in giallo chiaro con le persiane verdi, richiusa da un giardino di mediocre grandezza, il quale al momento dell'acquisto era in buono stato, con belle piante, con piccola serra, vialetti lindi.
Il mobiglio valeva da solo il prezzo della casa; nel salotto a terreno erano un eccellente piano a coda, ampli divani coperti di broccato color d'oro a fiorami rosei; una tavola centrale intarsiata di madreperla a lavoro finissimo; e in tutte le camere si notava il medesimo decoro d'addobbo e di legni.
Questa era stata altra delle cause per le quali Lorenzo Moro aveva esitato a comperare. Andato a vedere e visto rapidamente, aveva detto:
—Non mi conviene; troppo bello; è roba da donne.
Poi la casa sorgeva fuori di Milano, oltre il dazio di Porta Ticinese, in una zona occupata quasi interamente da vasti magazzini di formaggio e di burro, e da depositi di legname; quartiere di popolo e di lavoratori, di operai e di gente arricchita, quartiere classicamente milanese per l'attività, il frastuono, l'uso d'un dialetto più aperto e più tipico.
Lorenzo Moro aveva appunto in quel quartiere i suoi magazzini e lo studio, e non desiderava avervi anche la casa; ciò avrebbe mutato le abitudini della sua vita operosa, togliendogli la ragione delle lunghe passeggiate tra casa e studio, ch'egli faceva la mattina ed il pomeriggio fin che abitava in via Bigli.
Anzi, in via Bigli aveva già adocchiata la casa che gli sarebbe convenuta, ne aveva parlato al proprietario e sperava d'averla a un prezzo giusto.
Non voleva comperare la casa fuori di porta. Ma le premure di Mariano Frigerio, la noia di discutere, la favorevole offerta, lo avevano vinto.
Lorenzo Moro odiava gli uomini imbelli o corrotti. Mariano Frigerio, suo compagno di scuola, avviato ormai dal giuoco e dalla crapula alla rovina sicura, non gli concedeva tregua dacchè aveva fissato in mente di vendergli la casa; andava a trovarlo in istudio, glie ne parlava a teatro e al caffè, gliene scriveva.
Aveva cominciato col chiederne quarantamila lire; per tagliar corto e non essere più importunato, Lorenzo glie ne aveva offerta la metà, e a venticinquemila Mariano l'aveva ceduta con tutto il mobiglio, purchè il denaro fosse pronto.
—Devi essere al secco,—gli aveva detto Lorenzo, gettandogli un'occhiata obliqua.
—Brucio l'ultima cartuccia!—aveva risposto Mariano.
—E allora non la voglio, non so che farmene!
Ma, impaurito da quegli scrupoli, Mariano Frigerio si mise a scherzare: no, non era ridotto così male; vendeva perchè non avendo più affari in quei paraggi, gli riusciva comodo sbarazzarsi della casetta e prendere alloggio in un quartiere più centrale.
—Non so che farmene!—ripetè Lorenzo.
—Pare impossibile che tu dica questi spropositi!—osservò Mariano.—Non si rifiuta mai un'occasione stupenda; se avessi pazienza, troverei certo le quarantamila lire che la casa può valere; ma preferisco sbrigarmene subito e darla a un amico....
Lorenzo fece un grugnito.
—Venticinque,—egli disse.—Non un centesimo di più, perchè non so che farmene.
—Non chiedo altro,—concluse Mariano.
Pattuita la compera, Lorenzo andò a vedere meglio la casa, i mobili, il giardino. Mariano Frigerio non aveva torto; l'affare era ottimo e più apprezzabile perchè non chiesto e non voluto.
Durante la seconda visita, balenò a Lorenzo un'idea che gli fece amare la casa nuova. Il salotto a pian terreno era inutile, poi che ve n'era un altro al primo piano; quella camera spaziosa bene illuminata, con l'impiantito solido, si poteva adattare a sala da scherma, separandone un lato con tramezzo e mutandolo in ispogliatoio.
Lorenzo Moro non aveva da anni, all'infuori del suo commercio, se non un'inclinazione veramente notevole, voluta dal suo temperamento pletorico e dal suo bisogno di movimento: la scherma; dava alla scherma gran parte del tempo di cui poteva disporre: chiuso lo studio, saliva in una vettura, correva da Pino Monti, il suo maestro, e vi passava qualche ora; ma sempre si rammaricava di dover rimanere a lungo nello spogliatoio, specialmente con le basse temperature invernali, prima di poter tornare in istrada.
Una sala da scherma in casa propria gli avrebbe risparmiato queste noie, e il maestro avrebbe potuto andar da lui in giorni prestabiliti.
Per tale ragione, il salotto a pian terreno fu sgomberato lestamente; Lorenzo Moro acquistò il materiale necessario a una bella sala da scherma, e fu lieto come un ragazzo quando vide le sciabole e le spade e i fioretti brillare alle pareti, tra le maschere e i guanti.
Era l'estate; Morella Bardi, la moglie di Lorenzo, villeggiava con la sorella e il cognato sul lago di Como.
Lorenzo comperò, modificò, adattò, fece tutto in silenzio; egli temeva il giudizio di Morella, quantunque fingesse in ogni occasione di non tenerne conto, e non di rado fosse brutale con lei. Quando le cose gli parvero in ordine, e già egli era passato nella casa nuova, decise di parlarne a Morella.
Giunse in campagna il sabato, con quella corsa del pomeriggio che raccoglieva e stipava nelle vetture del treno i mariti, come si raccoglie e si stipa in un treno di merci il bestiame.
Edoardo Falconaro lo accompagnava, per rimanere quella settimana ospite nella villa.
I due uomini non si somigliavano.
Lorenzo Moro, rubicondo con piccoli occhi acuti e neri, ampio di spalle e basso di statura, non s'era mai potuto togliere di dosso un'espressione di trivialità, di cui si rammaricava in segreto, perchè gli dava l'amarezza di venire scambiato qualche volta pel cocchiere o pel custode del magazzino. E quanto più si studiava d'essere elegante, svelto, spigliato, e tanto più cadeva nella goffaggine e nella volgarità.
A vederlo, non si sarebbe detto ch'egli fosse un tenace e facoltoso lavoratore: pareva uomo interamente volto ai piaceri materiali, schiavo della gola e dei sensi. Il diuturno esercizio della scherma aveva esagerato la sua gagliarda muscolatura, ciò che faceva meglio risaltare la statura piccola, mettendo in contrasto la brevità delle gambe con la larghezza delle spalle. Egli invidiava Edoardo Falconaro, al quale gli abiti stavano sempre bene, mentre a lui stavano sempre male.
Edoardo era alto, e non magro e non grasso, coi baffi lunghi e diritti e i capelli folti neri, la faccia bruna solcata da una cicatrice, che partendo dalla tempia sinistra gli traversava la fronte, e finiva tra l'uno e l'altro sopracciglio, dandogli un'espressione di forza non comune. Tutti credevano che quell'antica ferita testimoniasse di qualche terribile avventura, e solo gli amici d'infanzia ricordavano che Edoardo era caduto da ragazzo, e s'era malamente ferito al volto.
Ma lo sguardo penetrante degli occhi grigi, più notabili per il carnato bruno del viso, ma il mento breve, la struttura parca e nervosa del corpo, l'abitudine di qualche gesto risoluto e quasi tagliente, la parola secca, dicevano ch'egli era veramente uomo energico e deciso.
In lui il sentimento affievoliva qualche volta la volontà, e un'improvvisa dolcezza temperava i consigli della fredda ragione; il suo sguardo, che perdeva talvolta la luce metallica per velarsi e quasi inumidirsi, ripeteva con chiarezza gli interni mutamenti e le gradazioni dell'anima.
Lorenzo Moro era violento; Edoardo Falconaro era forte.
Insieme a Edoardo Falconaro, quel sabato, Lorenzo Moro si recò in campagna col proposito d'intrattenere Morella sull'acquisto della casa. Durante il viaggio non parlava, pensando e ripensando alla proprietà nuova e alle comodità che doveva ancora introdurvi perchè piacesse alla moglie.
Edoardo leggeva un giornale. Il caldo era pesante, benchè il sole fosse già per tramontare.
—Pino Monti è stato da me ieri,—annunziò infine Lorenzo.
—Ahi—mormorò Edoardo, abbassando il giornale sulle ginocchia.—E che cosa ti ha detto?
—Ohe la sala è bella e pare fatta apposta per lezioni d'armi.
—Allora sei contento?—chiese Edoardo.
—Contento.
Ma subito la fronte gli si rannuvolò, e non potendo tacere all'amico la segreta inquietudine che lo teneva, soggiunse:
—Vedremo che cosa ne dirà Morella.
Edoardo era per rispondere, quando alcuni negozianti presero posto in quello scompartimento e cominciarono a parlare della Borsa e d'un fallimento inatteso che aveva commosso il mercato.
Lorenzo s'interessò alla discussione, ed Edoardo riprese a leggere il giornale.
II.
Indice
La villa, Villa Mora, non era alla riva del lago. Dalla stazione di Como bisognava percorrere in vettura mezz'ora di strada con una salita tanto dolce che i cavalli potevano trottare.
Lorenzo ed Edoardo trovarono alla stazione la carrozza a canestra, tirata da due vigorosi bai, che scuotevano allegramente le sonagliere e parevano orgogliosi della rete rossa posata sul loro lucido mantello.
—Vedremo che cosa ne dirà mia moglie!—ricominciò Lorenzo, continuando il discorso interrotto.
Edoardo guardava a destra e a sinistra i campi di frumento, ancor verde e sottile, largamente macchiati dalla tinta sanguigna dei rosolacci. Pensava che Lorenzo aveva condotto lui in campagna per impedire colla sua presenza che Morella si rammaricasse troppo vivacemente.
—Forse ho fatto male ad avvertirla a cose finite,—seguitò Lorenzo,—e a non chiederle consiglio.
—Ti avrebbe dato il consiglio di non comperare,—osservò Edoardo.
—Perchè?
—Perchè a una signora non è indifferente vivere fuori di porta Ticinese o in via Bigli. Non ti sembra?
—Hai ragione,—confessò Lorenzo,—ma a queste piccolezze io non arrivo mai, o arrivo troppo tardi.
Edoardo sorrise.
-Bisognerà farle un salottino magnifico,—disse poi,—una camera da letto magnifica, una sala da pranzo magnifica, e allora sarà contenta anche lei. Tutto magnifico, insomma.
Lorenzo non rispose; egli pure aveva pensato a far tutto magnifico, ma di eleganze femminili capiva tanto poco che senza l'aiuto di Morella non sarebbe riuscito a niente.
—Credi che si troverà male, abitando fuor di porta?—chiese dopo un istante di riflessione.
Edoardo si strinse nelle spalle.
—È probabile,—disse.—Una signora elegante a porta Ticinese è molto notata, perchè s'incontra di rado, e ciò può spiacerle. In via Manzoni o in piazza del Duomo o a porta Venezia, la cosa è diversa....
—Che seccatura, l'eleganza!—esclamò Lorenzo, battendo un pugno sui ginocchi.
Edoardo guardò il colle verde, d'uno spesso verde smeraldo, dietro il quale girava la strada larga e candida, e aspirò l'aria sottile che gli alitava in faccia.
—Ho comperato per far piacere a Mariano!—riprese Lorenzo.
—Per carità, non lo dire!—esclamò Edoardo ridendo.—Sai che la tua signora odia Mariano; dille piuttosto che hai comperato per fargli dispetto!
—Una casa da quarantamila non si trova tutti i giorni per venticinquemila lire!—concluse Lorenzo.
E tale riflessione lo rese tranquillo, anzi soddisfatto, perchè quasi subito si stese meglio nella carrozza, come adagiandosi nella sicurezza d'aver usato bene del tempo e del denaro.
—Anche questo non è da dirsi,—osservò Edoardo,—perchè tua moglie sa benissimo che non t'impacci per quindicimila lire di più o di meno.
Ma l'altro era tornato contento di sè, e rispose con un grugnito, alzando le spalle.
La carrozza si fermò innanzi alla cancellata della villa, e da un viale del giardino uscì e si avvicinò ai due uomini Morella Moro, la quale era alta e magra.
Indossava una camicetta bianca traforata, la cintura nera, la sottana rossa scarlatta. Dimostrava circa trent'anni e ne aveva ventisei; la carnagione scura, i capelli biondi, d'un biondo delicatamente pallido, gli occhi avana; in quel volto affilato era un complesso di contraddizioni che impediva di comprendere a prima vista se la donna era bella o brutta.
Ma la sua voce morbida e vellutata, ricca di chiaroscuri, faceva pensare che le parole d'amore in bocca di lei dovevano avere una significazione carnale e voluttuosa più penetrante d'una carezza. Ella si mostrò lietissima di rivedere Edoardo.
—Si trattenga un mese da noi!—gli disse, stringendogli la mano.
—Io mi tratterrei un anno, se potessi!—rispose Edoardo, mentre si guardava attorno ad ammirare il giardino e respirava l'aria, profumata dalla madreselva che ricopriva il muro di cinta.—Ma Lorenzo non me lo permetterebbe; è geloso di tutti....
—Allora, quanto si ferma?
—Otto giorni, mi ha detto Lorenzo.
Morella sorrise, e crollò il capo.
—In otto giorni si può conquistare una donna meglio che in un anno,—disse poi.—Lorenzo non capisce queste cose.
Lorenzo, che li seguiva, diede in una risata; egli non capiva davvero quelle sottigliezze psicologiche.
—Non mancherò,—promise Edoardo.—Fra otto giorni, lei sarà mia!
Proferì la frase in tono così solenne, che Morella e Lorenzo risero di nuovo insieme.
Sulla soglia della grande sala a terreno, li aspettava Isidora col marito Federico Berardi; questi aveva per il cognato Lorenzo un'affezione fraterna, e appena lo vide gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo, gridandogli:
—Bene arrivato, bene arrivato!
Isidora non somigliava a sua sorella. Piccola, di capelli neri e lucenti, di carnagione tanto bianca che da ragazza, e per questo e per il carattere placido, le compagne di scuola la chiamavano «la quaglia», era di due anni più giovane dell'altra.
—Siete di buon umore,—osservò Federico.—Vi abbiamo udito ridere allegramente.
—Sì: Edoardo ha promesso di conquistare Morella in questi otto giorni di vacanza,—disse Lorenzo.
—Farà fiasco,—rispose Federico con gravità;—son cose che non si preannunziano....
—Ma io sono capace d'un miracolo!—esclamò Edoardo.
Federico lo guardò sorridendo: di statura media, e appena trentenne, già tendeva a una certa pinguedine. Amministrava i beni di una grande famiglia lombarda, ma aveva piuttosto l'aria d'un professore che d'un uomo d'affari. Il suo volto era paffuto e roseo, e sul naso s'appoggiavano gli occhiali d'oro a stanghetta. Lo sguardo non significava se non la perfetta quiete dell'anima, alla quale corrispondeva l'amore smodato per l'ordine e la precisione in tutte le cose della vita.
—Quando conquistasse Morella o un'altra,—egli osservò,—si procurerebbe delle noie. Non c'è nessuna donna che valga una buona dormita.
—Ma ciò che tu dici, Federico, è molto insolente!—ribattè Morella.—Se io fossi tua moglie, me ne offenderei.
—Io non me ne offendo,—dichiarò Isidora,—perchè anch'io penso che nessun uomo vale una buona dormita.
Essi entrarono, così scherzando, nell'ampia sala da pranzo addobbata con pochi mobili di legno chiaro. I vetri delle porte-finestre che guardavano il giardino erano color di croco a rosoni di cobalto, e un ultimo raggio di sole indugiandovisi, ne gettava un riflesso vivace sul pavimento a mosaico veneziano. Nitide cristallerie scintillavano sulla tavola, traversata da una lunga fronda a cui s'intrecciavano le più ricche rose, le rose rosse e le rose gialle dalla foglia carnuta.
—Noi abbiamo una grande notizia da darti!—annunziò Lorenzo a Morella, quando tutti ebbero preso posto.
—Voi due?—chiese Morella.—Non mi fido.
—Veramente io non c'entro per nulla,—corresse Edoardo.—Lorenzo vuole addossarmi una parte di responsabilità, e io l'accetto; ma non ho alcun merito nella novità che deve annunziare.
—Fuori la novità!—esclamò Isidora battendo le mani fanciullescamente.
—Più tardi!—disse Lorenzo.
Ma Isidora non si contentò; per tutto il pranzo, andò imaginando novità: una pariglia di roani, che piacevano a Morella, una villetta in montagna, un abito di merletto antico per la prima serata alla Scala, due cuccioli mastini per la guardia alla villa, una collana di perle e zaffiri....
—Tu corri troppo!—osservò Lorenzo,—e vai lontano.
—Non c'è senso comune in ciò che dici,—incalzò Federico.—Ti pare che sia la stessa cosa una collana di perle e zaffiri o una coppia di cani?
—Allora, un bambino adottivo?—chiese Isidora con sbadataggine.
La frase cadde e fu seguita da un breve silenzio, un breve silenzio d'angoscia: il volto di Morella si contrasse come per intenso spasimo, e si ricompose d'un subito.
Edoardo osservò e tacque.
Ma Federico sentendo quel malessere nell'aria, intervenne:
—Un bono della banca d'Italia,—seguitò—con la cifra in bianco; un'opera in musica scritta da Lorenzo su libretto di Edoardo....
—E intitolata: «Io non capisco niente!»—concluse Morella ridendo.
—No, no, siete lontani,—fece Lorenzo; e a sviare la conversazione, si rivolse a Federico:—Sai che la ditta Goggioli e Bianchi è fallita?
—Non te l'avevo predetto?—osservò Edoardo,—tu non mi credevi....
—Falconaro è profeta,—disse Morella con lieve ironia.—Egli sa prima degli altri.
—Non è difficile saper certe cose quando si vive in Borsa,—rispose Edoardo.
Vinti dalla passione e dall'abitudine, gli uomini parlarono d'affari. A quella ditta Goggioli e Bianchi, Lorenzo aveva per due volte negato il credito, obbedendo ai consigli del Falconaro, ma con fede mediocre; ora egli si sarebbe trovato fra le vittime, alle quali spettava, sì e no, il sette o l'otto per cento; ed esaltava l'accortezza di Edoardo e la bontà delle sue informazioni. Morella ascoltava, apparentemente distratta.
Sul finire del pranzo, tolse una rosa rossa dalla tavola e allungando la mano, l'offerse a Federico; un'altra rosa rossa puntò all'occhiello di Lorenzo; e finalmente prese una rosa gialla, guardò Edoardo, levò la mano, ma la lasciò ricadere subito.
—Ah, la civetta!—mormorò Lorenzo.
Edoardo raccolse allora tutte le rose che gli stavano innanzi, le partì in due mazzi, ne presentò uno inchinandosi a Morella e l'altro a Isidora.
—Che lezione, che lezione memorabile!—proferì Morella con un sorriso.
Si drizzò in piedi e aggiunse:
—Usciamo nell'atrio a prendere il caffè.
III.
Indice
Non appena furono nell'atrio, adagiati nelle poltroncine di vimini, innanzi a una piccola tavola intorno alla quale Morella s'affaccendava a versare il caffè, Lorenzo si decise:
—Ecco dunque la notizia: ho comperata la casa di Mariano Frigerio.
Morella si lasciò sfuggir dalle mani le pinzette dello zucchero e si rivolse al marito:
—Dici per ridere?—chiese.
—No, davvero: ho comperato la casa del Frigerio, e ora andremo ad abitare là. Anzi, io vi abito da una settimana....
La donna presentò la chicchera a Edoardo e tornò a sedere.
Tutti gli altri tacevano, attenti a studiare la fisionomia impenetrabile di Morella; e approfittando della pausa, Lorenzo continuò:
—Ti troverai benissimo. Io ho messo in ordine il mio appartamento; pel tuo ti darò carta bianca. Edoardo ha già detto che tu farai tutto magnifico, un salottino magnifico, una sala da pranzo magnifica, una camera da letto magnifica, e io starò a vedere e ad applaudire.... Del resto, si trattava d'un affar d'oro, che non potevo rifiutare: ho avuto la casa per un tozzo di pane, ed è una bella casa. Tu ti lagnavi di non avere giardino; ora, abbiamo anche il giardino, che potrai curare, abbellire, arricchire, a tuo capriccio.... I soli mobili rappresentano il prezzo d'acquisto; io non m'intendo molto di queste cose, ma mi sembra che il piano a coda, per esempio, venga da una fabbrica celebre, e costi un tesoro.
Morella si alzò, e senza rispondere, uscì dall'atrio, abbandonando sul tavolino le rose.
Seguì un lungo silenzio molesto. Poi Edoardo disse:
—La tua signora è malcontenta.
—Sembra anche a me!—confessò Lorenzo con tale candore, che un sorriso apparve sulle labbra del Falconaro.
—E ha ragione,—interloquì Isidora.—Come potrebbe esser contenta di viver fuori di porta Ticinese, in esilio, fuori del movimento e della vita elegante? Per arrivare alla piazza del Duomo, o sul Corso, dovrà percorrere venti chilometri.
—Non c'è la carrozza?—interruppe Lorenzo.—Non abbiamo i cavalli?
—E tu pensi che uscirà tutti i giorni in carrozza?—replicò Isidora.—Dei cavalli ha paura.
—Glie ne comprerò un altro, quieto come una pecora, uno di quei roani che le piacciono. Ma ti dico: non potevo rifiutare un'occasione eccezionale.
Isidora scrollò leggermente le spalle.
—Per la tua occasione eccezionale hai sacrificata Morella!—disse con severità.
Federico ascoltava stupito sua moglie, la quaglietta, che di repente accalorata, osava esprimere un'opinione con tanta animosità.
—Dora!—egli esclamò.—Che ti viene in testa? Chi ti ha dato il diritto d'intrometterti e di biasimare?
La donna sentendo d'aver torto, e quasi risvegliandosi d'un tratto, si fece di porpora in viso, e rannicchiatasi nella poltroncina, si versò un'altra chicchera di caffè per nascondere la sua confusione.
—Come vi dicevo,—ripreso Edoardo, che voleva tagliar corto,—la colpa del fallimento è tutta del Bianchi. Non ha mai avuto occhio nè polso, quell'uomo. Sono alcuni mesi, investiva un capitale nelle azioni della «Monopole» che a distanza di pochi giorni subivano un tracollo di dieci punti....
Si fermò: un fruscio di sottane lo fece rivolgere. Morella rientrava, calma e sorridente, in mano una rosa, così densamente rossa, che pareva quasi nera.
—Ecco il fiore che le conviene!—disse, avvicinandosi a Edoardo, e porgendogliela.
—Vuole mettermela all'occhiello?—pregò Edoardo.
La donna gli si avvicinò meglio per obbedire; in quell'istante in cui gli infilava il fiore nella giacca, egli potè osservarla bene, e si accorse che un segno amaro le rimaneva agli angoli della bocca e che i suoi occhi avevano la lucentezza delle lagrime recenti.
—Ora andiamo a fare un giro in giardino. Volete?—propose Morella con voce allegra.
Tutti si alzarono immantinente, e la seguirono.
Adorno, sul davanti, di graziose aiuole con pianticelle multicolori, chiuso dal muro di cinta, che i fiori cremisi della madreselva coprivan quasi per intero, il giardino si stendeva dietro la villa. Gli alberi poderosi di fusto intrecciavano il fitto fogliame, creando mobili vôlte sopra i viali serpeggianti; era un mare di verde in tutte le sfumature, dalla più chiara alla più cupa, su cui spiccavano i fastosi colori dei rosai fioriti, che sprigionavano fiotti di profumi.
Edoardo conosceva il giardino, da lui visitato altre volte, ma ascoltava le spiegazioni di Morella, aggiungendo le sue osservazioni e ragionando in un modo che la faceva ridere.
—È troppo ignorante, Falconaro!—ella protestò a un tratto.—Ha scambiata una magnolia per un pioppo. Pioppi non ne abbiamo in giardino.
—Se le presentassi il listino della Borsa,—egli rispose,—lei farebbe la figura che faccio io davanti alle magnolie.
—Ma non è lecito, non è lecito credere che un pioppo abbia questo bel fogliame lucido e questo bel tronco!—disse Morella.
—Il tronco del pioppo è bellissimo!—rimbeccò Edoardo alzando le spalle.
Egli la scandalizzava con una sicurezza, con un'indifferenza, che a lei parevan maravigliose. Isidora e Federico li seguivan ridendo.
Ultimo veniva Lorenzo, taciturno. Aveva capito; Morella non avrebbe più detto parola della casa nuova; quel silenzio sdegnoso in cui si richiudeva, quel dispregio della discussione, quel muto orgoglio pel quale sembrava ella dicesse che nessuno poteva giungere fino a lei, irritavano sordamente Lorenzo, che avrebbe preferito una tempesta di rimbrotti, una raffica di lagni.
Allungò il passo e si mise al fianco della moglie, tentando di riprendere il discorso.
—Se qualche albero ti è caro,—disse,—possiamo farlo trasportare e trapiantare a Milano....
La donna lo guardò sorpresa, poi mormorò, breve:
—Non importa!
Si volse a Edoardo e seguitò con voce più dolce:
—L'orto non l'ha visto mai? Vuol vedere?
Lorenzo l'avrebbe battuta, perchè almeno gridasse, si divincolasse, perchè dimostrasse un sentimento qualunque; e non potendo contener la furia che lo faceva tremare, allungò la mano, strappò il ramo d'una acacia e si mise a pelarla.
Imbruniva. Giunsero all'orto, per un vialetto tortuoso in fondo al giardino quando poco si poteva vedere, e poco si trattennero. Morella accennò con la mano a peschi, a mandorli, a ciliegi, questi curvati dalla soma dei frutti carnosi.
—Le ciliegie colte sull'albero fresche fresche sono squisite,—disse Morella.—Io vengo qui la mattina, e ne faccio strage.
Erano giunti presso una vasta cisterna a muratura, entro cui si raccoglieva l'acqua irrigua, fonda parecchi metri, coperta da uno strato verdastro, tutta sonora pel gracidìo dei ranocchi. Lorenzo non vide il rialzo che la proda della cisterna faceva sul terreno circostante, incespicò e fu trattenuto bruscamente dalle mani di Edoardo, che prima di ogni altro aveva notato il pericolo.
—Ti ringrazio,—disse Lorenzo.—Per poco non finivo tra le rane!
Morella non s'era accorta del rischio; Federico e Isidora non parlarono; e lentamente tornarono tutti verso la villa, mentre un silenzio augusto sì stendeva sulla campagna, e le lucciole tra il verzume opaco andavano danzando.
IV.
Indice
L'atto di Morella Moro, che a tavola aveva rifiutato una rosa a Edoardo Falconaro e poi quasi pentita gliel'aveva recata dal giardino, un atto in cui Lorenzo e fors'anco gli altri avevan visto la scaltrezza della civetteria, non significava se non l'avversione cocente che Morella sentiva per Edoardo.
Le cortesie di cui lo faceva segno erano il portato d'uno sforzo assiduo, d'una persistente vigilanza sopra se medesima, perchè a nessuno avrebbe voluto mostrar l'antipatia che nutriva in cuore per il più fido e più potente amico di suo marito. Ella non ignorava che la fortuna di quest'ultimo era dovuta in gran parte a Edoardo, il quale, come agente di cambio, consigliava e guidava Lorenzo nei suoi giuochi di Borsa. Non solo, ma a Lorenzo in un momento di gravi difficoltà aveva dato in prestito somme notevoli permettendogli di fronteggiare e di fiaccare la concorrenza che gli facevano altri mercanti, e dandogli maniera d'ingrandire quei magazzini di formaggio e di burro fuori porta Ticinese, che in un corto giro di anni lo avevan fatto ricco.
Questo pensiero la crucciava di continuo, quasicchè il lusso in cui ella poteva adagiarsi fosse opera d'un intruso. E stranamente anche si diceva che se Edoardo non avesse aiutato Lorenzo, questi sarebbe stato un mediocre, forse un fallito, e il padre di lei, Tito Bardi, non l'avrebbe costretta a sposare per fini di materiale cupidigia il grosso uomo, che le era sempre spiaciuto, che non aveva mai potuto amare, che la urtava di continuo con la sua volgarità, con le sue opinioni senza ala e senza delicatezza.
I beneficii di Edoardo verso l'amico erano molteplici. Anche quel giorno, a tavola, Morella aveva udito parlare della catastrofe d'una Casa commerciale e del consiglio di Edoardo, che aveva ritratto Lorenzo dalla iattura d'incappare in quel fallimento e di perdervi molto danaro. Aveva udito Lorenzo esaltar la saviezza, e la preveggenza dell'agente di cambio, ch'ella aveva chiamato ironicamente «profeta».
Il profeta aveva trent'otto anni, e Lorenzo oltre quaranta, e tuttavia il primo dominava l'altro con polso tranquillo e fermo. Quando Lorenzo voleva agir di sua testa, agiva alla chetichella, nel mistero, come un ragazzo, pregando non si facesse parola a Edoardo; e sempre, fatalmente, ciò che Lorenzo pensava e compieva senza il parere dell'amico, era uno sproposito; così la compera della casa Frigerio.
Morella non poteva disconoscere che l'educazione d'Edoardo era fine, l'intelligenza acuta, sagace la pratica del mondo. Ma gliene voleva, perchè l'inferiorità di suo marito diventava, innanzi a Edoardo, quasi intollerabile, e sembrava alla donna che uno guidasse l'altro con un senso di degnazione e di pietà, di cui ella si sentiva offesa per Lorenzo.
Aveva intraveduto in Edoardo uno di quegli uomini che non agiscono mai per impeto o per subitaneo giudizio, ma lungamente e pazientemente maturata una decisione, la traducono in fatti, a qualunque costo. Ciò significava lo sguardo del Falconaro, quello sguardo degli occhi grigi entro i quali passava ben di rado una luce calda; Morella vi aveva trovato con sicuro intuito un'ostinazione prodigiosa e un coraggio inflessibile, che la turbavano.
Le sarebbe piaciuto di apprendere qualche smarrimento, qualche errore di lui; la sua forza la indispettiva. Aveva più volte udito parlare della vita che conduceva tra ballerine e femmine galanti, tra gaudenti e giuocatori, ma non le era mai avvenuto d'udire che avesse amato o sofferto, che si fosse mostrato debole e malfermo.
Un giorno, confusamente, s'era detto che una grande sciagura l'aveva colpito, ma la giovane non ne aveva avuta altra notizia, perchè d'improvviso Edoardo s'era allontanato da Milano, aveva viaggiato, ed era tornato molto tempo appresso.
Era tornato, chiuso e freddo come prima. E anche questo sapeva male alla donna, perchè Edoardo non aveva chiesto nè conforto nè consiglio al marito di lei, al quale porgeva consiglio e conforto; prova evidente che il Falconaro giudicava Lorenzo un dappoco, un pupillo, un fanciullo da sorreggere, non un uomo che nei rovesci potesse dargli qualche consolazione.
Tutto ciò le pareva tacitamente ingiurioso, e si maravigliava che non paresse anche a Lorenzo. Ma questi era soggiogato dall'amico pel quale sentiva un'ammirazione piena ed entusiastica. In certi casi dubbii egli recava un argomento unico e inconfutabile: «Lo ha detto Edoardo». E nessuno poteva più replicare.
Sarebbe stato assurdo tentar di sottrarre Lorenzo al fascino di quel terribile amico; pericoloso dimostrare a quest'ultimo la contrarietà ingiusta ch'egli risvegliava, solo perchè forte. L'opera di lui era attenta e benefica; di nulla si poteva rimproverarlo; non abusava della confidenza di cui godeva in casa dei Moro, e con la giovane moglie di Lorenzo sempre si mostrava garbato, e tuttavia irreprovevole.
Consigliere e guida nel labirinto degli affari, Edoardo non aveva mai cercato di farsi in Lorenzo un compagno di piaceri; lo lasciava alla sua vita di famiglia, e nei divertimenti aveva altri amici.
Morella doveva confessarsi che per questi motivi, egli meritava rispetto, e consapevole del proprio torto, non riuscendo a domare la cieca antipatia, si studiava di mascherarla con arte infaticabile, dando a tutti l'illusione di essere una schietta amica del Falconaro.
Egli stesso v'era caduto; prima e unica al mondo, la donna aveva saputo ingannarlo; gli occhi di lui, pur leggendo molte cose riposte in quell'anima femminile, non vi avevan letto l'avversione e l'ira contenuta a fatica.
Lorenzo si trattenne in campagna l'intera domenica, ed ebbe la mala ventura d'inacerbire nuovamente Morella, raccontando dopo pranzo alcune barzellette licenziose, di cui la scurrilità era piuttosto nella parola che nel fatto narrato.
Nulla offendeva la giovane come la salacità del linguaggio; provava la disgustosa impressione che suo marito la denudasse in pubblico, e ne soffriva quasi fisicamente. Ma invano ella richiamava ogni volta Lorenzo a miglior contegno; egli era di quegli uomini, i quali, opinando che la donna maritata possa imperturbabile prestare orecchio ai discorsi più sboccati, ai motti più inverecondi, alle novelle più lubriche, si beffano di quelle ripugnanze.
Edoardo ascoltò gli aneddoti senza batter ciglio, comprendendo che la sua approvazione avrebbe eccitato l'amico e inchiodata Morella alla tortura. Federico e Isidora sorrisero a mezza bocca, per cortesia.
L'indomani, presto, Lorenzo ripartì per Milano; Edoardo restò ospite nella villa, Morella decise di finirla con l'acuto sentimento in odio al Falconaro; voleva andargli incontro con l'anima, farlo parlare, conoscerlo e poterlo apprezzare.
Il caso la favorì, perchè Isidora e Federico scesero di buon mattino a Como a fare acquisti, e Morella si trovò sola con Edoardo.
V.
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Essi sedevano nel chiosco, tutelato da una forzuta quercia, che spandeva tutt'intorno un'ombra fresca e mormoreggiava all'aria piacevolmente.
La giovane era, fino a quel giorno, rimasta di rado a viso a viso con Edoardo, e sempre per brevi istanti; vedutasi sola con lui, fu invasa da un impaccio, da una timidezza selvatica, che la consigliavano a fuggire; e non appena un servo ebbe ritirato il vassoio col servizio del caffè, essa si levò bruscamente in piedi.
Ma ebbe coscienza dello sgarbo che stava per commettere, e si avanzò fino ai grappoli di lilla che s'intrecciavano alle canne del chiosco e pendevano turgidi dalla vôlta.
—Si annoierà,—disse, mentre aspirava il profumo di quella massa delicatamente violetta.
Egli, ancora seduto, si rivolse a guardare la donna, che aveva un semplice abito bianco e azzurro, e calzava stivaletti bianchi; la testa di lei sul fondo pavoniccio della lilla spiccava, tutta illuminata nei capelli biondi. Edoardo pensò fugacemente che la giovane diventava bella non appena il marito se ne andava; e sorrise:
—Se mi tiene compagnia, non mi annoio,—rispose.
—Vede? Sono qui,—fece Morella.—Mi dica di che cosa devo parlarle perchè si diverta.
—Non voglio tanto,—osservò Edoardo.—Lei non deve occuparsi di me; in ogni modo, l'avverto che io non mi annoio mai.
—Mi sveli il suo segreto!—esclamò la donna avanzandosi.
Il Falconaro la squadrò attentamente, e il suo viso trascolori. Aveva frainteso; credeva ch'ella gli chiedesse un segreto, «il segreto», ciò che lo faceva triste e gli dolorava sempre in fondo all'anima; e nel medesimo tempo, anche Morella indovinò ch'egli aveva mal capito, ne fu confusa, e sentì per la prima volta che realmente un segreto in quell'esistenza c'era.
Volendo liberarsi dall'angustia che d'improvviso li aveva stretti ambedue, Morella prese posto di fronte a Edoardo, e proseguì:
—Mi sveli il segreto per non annoiarsi mai.
Vide che la fronte dell'uomo si spianava d'un subito; meglio non avrebbe potuto egli confessare d'aver creduto a una indiscrezione, onde Morella, avvampando dentro, passando dall'inquietudine al dispetto, seguitò con voce vibrante:
—Che pensava? Che io le chiedessi per davvero un segreto?
—Non sarebbe stato possibile,—egli rispose, mentendo con calma,—perchè io non ho segreti, e lei è una gentildonna. Il mio segreto contro la noia è questo: ho molte cose da fare, molte responsabilità da sopportare, molti affari da condurre; aspetto sempre il risultato di qualche impresa o di qualche tentativo; sono sempre in qualche rischio, e una mattina posso risvegliarmi povero. Vede che la mia vita non lascia spazio alla noia.
—È vero,—mormorò la donna.—Io invece m'annoio spesso, perchè non ho nulla da fare, e nessun rischio da correre....
Fu interrotta dal sopraggiungere d'un servo, che recava la posta; per Morella, soltanto i giornali; per Edoardo i giornali e parecchie lettere.
—Fatevi dare il mio cappello bianco da Celestina,—ella ordinò al servo,—e portatemelo subito.
Poi rivolta al Falconaro, seguitò:
—Ora andremo nell'orto. Io gli faccio una visita tutti i giorni.
Edoardo, dato uno sguardo alle lettere, le lasciò sulla tavola rustica senz'aprirle. Irresistibilmente, gli occhi di Morella le cercarono; alcune avevano la busta con dicitura commerciale, e quella che soprastava alle altre era vergata da mano femminile con calligrafia agile e sicura.
—Se vuol leggere,—disse Morella—non si trattenga per me.
—Grazie, nulla di pressante,—rispose il Falconaro, prendendo le lettere e mettendole in tasca.—Andiamo nell'orto.
Il servo tornava a corsa. La donna prese il cappello dalle sue mani e se lo pose in testa, passando l'elastico sotto la gola e dietro le orecchie.
—È un cappello di fattura pratica, non è vero?—osservò a Edoardo.—Senza spilloni, come quando ero a scuola.
Egli assentì con un cenno. Morella pensò che avrebbe potuto essere irreprensibile e tuttavia rivolgerle un complimento; col gran cappello bianco dal merletto piovente che dava risalto alla capigliatura bionda e al carnato del viso, doveva star bene; ma aspettò invano una parola.
Si avviarono, camminando per la lunga andàna degli alberi, le cui foglie stormivano tutte con un susurro incessante; e il Falconaro si chiedeva se avrebbe dovuto tener la scala, mentre la giovane saliva a cogliere i frutti. Ma il suo pensiero venne fermato dalla voce di Morella, alla quale dispiaceva quel silenzio.
—E che cosa si può fare per non annoiarci?—domandò.
—Ora non s'annoierà più,—rispose Edoardo,—perchè avrà da ordinare la casa nuova....
Morella s'arrestò di botto.
—Che orrore!—disse.—Che orrore! Si può dar di peggio che una casa fuori di porta Ticinese? E stato lei a consigliare Lorenzo in quest'affare?
—Io non ne ho saputo nulla,—confessò Edoardo,—e se avessi saputo, lo avrei dissuaso. Tuttavia, mi pare che lei esageri....
—No, non può capire!—obbiettò la giovane, mentre riprendevano il cammino.—Bisogna essere donne per capire queste cose. Intanto pensi che la casa apparteneva a Mariano Frigerio. Lei sa chi è Mariano Frigerio?
Edoardo sorrise senza rispondere.
—E che cosa ne faceva, il Frigerio?—proseguì Morella.—Una palazzina, un ritrovo?...
Non disse altro, temendo di dire troppo; ma al sorriso di Edoardo, capì di essere capita, e soggiunse:
—Così, io dovrò vivere in quella casa, ed ogni volta che metterò piede in istrada, sarò studiata e scrutata come una bestia rara.... Non uscirò più, ecco!...
—Ha la carrozza!—osservò Edoardo, facendo sua l'osservazione di Lorenzo.
Ma la donna parve non aver nemmeno udito, perchè continuò nello stesso tono:
—Se mio marito non ha chiesto il suo consiglio, poteva chiedere il mio. Gli avrei fatto comprendere che non si accettano doni da un Mariano Frigerio.
—Doni?—ripetè il Falconaro.—Lei ha frainteso. La casa è stata pagata a pronti contanti.
—Lorenzo ha detto che fu un affare d'oro, che soltanto il mobiglio vale il prezzo d'acquisto; dunque noi siamo per qualche cosa debitori di chi l'ha venduta. O ne abbiamo accettato un regalo, o approfittando delle strettezze di chi vendeva, ne abbiamo fatta una speculazione. Tutto questo è indegno!
Passavano lungo la cisterna, entro la quale per poco la sera prima Lorenzo non era caduto a capofitto. Edoardo vi gettò un'occhiata, e vide l'acqua torba immobile nella vasca, in cui dieci uomini potevano annegare.
—Perchè non dà ordine di coprire questo serbatoio?—domandò.—È pericoloso.
Ma la donna, corsa innanzi, non rispose nemmeno, e s'arrampicò sulla scala disposta presso il ciliegio. La scala era doppia e convergente all'apice, le due parti trattenute da una catena. Edoardo attese dalla parte opposta a quella su cui si drizzava la donna, che coglieva i frutti, mangiava, gettava il nocciolo lontano.
—Ha caldo?—ella chiese d'un tratto, ridendo.
Splendeva il sole, folgorante. L'orto si stendeva lungo il dosso della collina, il viottolo correva in piani diversi; gli alberi fruttiferi eran più bassi, e in quel punto la sola piccola ombra del ciliegio dava ristoro. Il verde sotto il sole brillava pomposamente.
—No, sto bene,—rispose il Falconaro.
—Non vuole frutti? Non le piacciono?...
—Grazie; sto bene,—ripetè Edoardo.
Fissava una grande distesa di campo color vinato giù per la collina, e non riusciva a comprendere che cosa fosse. Morella discese rapidamente, e gli si fece vicino:
—Bisogna venir qui più presto,—disse.—Col caldo le ciliegie perdono il loro gusto.
—Che cosa è quel campo laggiù?—domandò Edoardo.—Perchè ha quel colore?
—Lupinella!—definì la giovane.—Ne sa meno di prima, non è vero?—aggiunse, sorridendo.—Lupinella, erba medica, che si taglia e si dà a mangiare alle bestie....
—Lei è molto dotta....
—In una settimana sarà dotto anche lei, come me.... Guardi la bella ginestra quassù, tutta d'oro!... E questo ribes, che pare di rubino....
Invece di guardare ciò che Morella gli indicava, Edoardo guardava lei; ora veramente imbellita e ringiovanita, dacchè Lorenzo aveva preso il treno; e mostrava il sano piacere di vivere all'aria in quella campagna piena di gaio splendore.
Trovò una parola gentile per la ginestra, per gli alberi, per il ribes, pei rosolacci e i papaveri che invermigliavano il prato; fremeva nelle sue frasi la soddisfazione d'un'anima che allacciando in un medesimo sentimento di sollecitudine tutte le ingenue bellezze della campagna e riposando fra il verde, obliava le avversità d'una vita non fatta per renderla contenta.
Edoardo la lasciava cantare il suo inno, ascoltandola silenzioso.
Un minuscolo scarabeo raccolse il volo sulle mani di Morella; era tondo, bruno, il dorso macchiato di punti rossi.
—Guardi com'è carino!—esclamò, protendendo la destra su cui correva lo scarabeo.—Qui li chiamano «vacchette della Madonna». Si ferma.....
S'era fermato sul mignolo, presso l'anello con grosso diamante, e pareva scrutarne abbacinato lo sfavillìo multicolore.
—Ha l'anima d'un gioielliere, la vacchetta,—osservò Edoardo.—Sta ad ammirare l'acqua del diamante.
Morella rise, e agitò più volte la mano, finchè sciogliendo pigro le alette, lo scarabeo ripigliò il volo.
VI.
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Avvenne nel ritorno un fatto impreveduto, che diede a Morella, un'idea strana e nuova di Edoardo Falconaro.
Egli aveva ripreso a discorrere della casa, desiderando che la giovane non giudicasse male Lorenzo, e non lo accusasse di avere speculato sul disagio finanziario di Mariano.
—Mariano gliel'ha voluta accoccare per forza,—diceva.—Lorenzo, per finirla, gli ha offerto poco più della metà di quanto Mariano chiedeva, e Mariano ha accettato subito.... Che doveva fare Lorenzo? Regalargli le altre quindicimila lire? Ritirare la parola?
—Non doveva nemmeno discutere,—affermò la donna.—A qualunque prezzo, la casa non si poteva comperare, per mille ragioni.
—Mariano è un vecchio conoscente di Lorenzo; si pensa male d'una persona, talora, ma non glielo si dice, e non lo si mette alla porta perchè vi offre di comperare....
S'interruppe, repentinamente.
—Ha udito piangere?—disse.
—Sì, è un bambino,—rispose Morella dopo un istante d'ascolto.
—Dove sarà?—chiese di nuovo Edoardo.
Inquieto, volgeva l'occhio intorno.
—E laggiù, nel campo!—indicò la giovane, stendendo la mano ad accennar poco lungi.
E ancora non aveva finito, che Edoardo s'era già allontanato frettolosamente in quella direzione.
Morella lo vide chinarsi sull'erba alta, parlare, rialzare un bambino che piangeva con dirotta foga.
Ella lo raggiunse.
—Si è fatto male,—le annunziò Edoardo.—Veda questa manina!
Si piegò sui ginocchi e andò studiando la destra del piccoletto che per la sorpresa di vedersi innanzi il signore sconosciuto aveva subitamente cessato di piangere. Caduto con una ampolletta di vetro, s'era tagliato il palmo della mano, da cui gocciolava copioso il sangue.
—È Poldo, il figlio del mio contadino,—fece Morella.—Non aver paura, non è niente, Poldo.
—Bisogna lavargli la ferita, che è tutta sporca di terriccio,—seguitò Edoardo.
—Per questo viottolo, in fondo presso la quercia, c'è una fontanella,—suggerì la donna.
E rimase stupefatta vedendo che, senza esitare, Edoardo sollevava il bimbo tra le braccia, e se lo portava quasi di corsa verso la fontana; alcune goccie di sangue gli imbrattarono i calzoni bianchi. Ma anche più bizzarro a Morella parve il contegno del bambinetto, che aveva quattro anni, e scuramente ritroso con tutti e restìo, dimostrava per Edoardo una fiducia da vecchio amico.
Essa li ritrovò presso la fontana, assorti nella facile cura; lavata attentamente la ferita, Edoardo la fasciava col suo fazzoletto, un allegro fazzoletto dal margine porpureo, che piaceva molto al bambino, il quale lo fissava con ammirazione.
—Ora va a casa!—disse Edoardo, mettendogli una mano sulla spalla.—E tieni il fazzoletto così, che è tuo; non lasciarlo toccare a nessuno.
Poi a guisa di viatico gli diede un soldo, col quale il piccolino s'avviò a passi scarsi, per volgersi di tanto in tanto a rimirare con gli occhioni il grande signore ignoto.
Morella non sapeva come nascondere la sua maraviglia; lodare era ridicolo, e tacere impossibile. Disse a fior di labbra, celiando:
—È diventato sentimentale, Falconaro?
Ma Edoardo le ruppe la parola in bocca; sprigionò dagli occhi un di quegli sguardi metallici che bruciavano, e si mostrò veramente in quell'attimo l'uomo duro e deciso di cui aveva fama.
—Lei non sa!—disse con voce ruvida.
VII.
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«Lei non sa!» Queste tre parole risonarono lungamente nell'animo di Morella; e tornando adagio in silenzio con Edoardo verso la villa, e per tutto il giorno.
Da quell'istante, la giovane vide ciò che stava in fondo al cuore dell'uomo, vide con la stessa, lucidità con cui avrebbe visto un fatto che le si fosse svolto innanzi.
E capì il segreto.
Edoardo aveva un figlio, nàtogli da qualche amante, forse dalla medesima che gli aveva scritto la mattina con quella calligrafia agile e sicura.
Ma perchè non ne aveva parlato e non ne parlava ad alcuno? perchè tutti ignoravano l'esistenza del bambino? perchè non lo mostrava superbamente agli amici, e non se lo teneva al fianco, lui, così tenero, così inopinatamente premuroso per i bambini degli altri?
Questi pensieri si affacciarono alla mente della donna, ma non potè ordinarli nè approfondirli.
Edoardo l'accompagnava al ritorno, smanioso di farsi perdonare lo scatto, senza sapere come riuscirvi.
Quando giunsero al limitare della villa, innanzi all'atrio, tentò.
—Io devo chiederle scusa,—disse,—delle mie parole villane. Sono desolato, e me ne vergogno sinceramente.
Morella gli alzò gli occhi in volto, e rispose colla sua voce carezzevole:
—Ma io le ho dato ragione subito, dentro di me. La colpa è mia, che ho voluto scherzare così fuor di proposito, invece di ringraziarla di ciò che faceva per quel poveretto.
Sorrise dolcemente e gli stese la mano, che egli strinse con forza.
Poco di poi, Edoardo si accomiatò per mutare l'abito, che il sangue del piccolo Poldo aveva macchiato, e rimasta sola, di nuovo Morella pensò alle tre parole.
Perchè, dunque, se un figlio esisteva, lo teneva nascosto? perchè invece di esserne lieto, il Falconaro ne era triste? Più volte dacchè lo conosceva Morella aveva rilevato ch'egli soffriva di repentine malinconie, dì distrazioni, d'improvvisi accasciamenti. Se avesse amato quel figlio, non gli sarebbe stato conforto e orgoglio a un tempo?
Ella giudicava col proprio sentimento. Il matrimonio non le aveva data la consolazione, che sarebbe stata unica in tanto fastidio di cose; ella aveva sognato d'essere madre, di poter allevare con infinito studio il figlio in cui avrebbe riposto tutta, la sua alterezza, e indarno aveva aspettato il delizioso conforto; cinque anni di matrimonio eran passati indarno, cosicchè aveva dovuto rinunziare alla speranza che in altri giorni la faceva sobbalzare di gioia.
La sera prima, sua sorella, parlando storditamente d'un figlio adottivo, aveva rimescolato in lei lo spasimo della sua delusione, il tedio della sua vita inutile. In verità, aveva pensato non di rado ad adottare qualche bimbo, e non s'era trattenuta se non per lo spavento di capitar male, e d'esser più tardi pentita.
Ora, ella non riusciva a comprendere perchè Edoardo celasse quella sua paternità; non certo per indifferenza o per freddezza; l'episodio del piccolo Poldo era troppo chiaro. Nè comprendeva perchè non trovasse bella e gioconda e piena la vita, che aveva per lui uno scopo, una continuazione nella persona del figlio.
Il sopraggiungere di Edoardo e il ritorno da Como di Federico e Isidora le troncarono nuovamente il filo delle meditazioni.
La giornata scorse lietissima, e tuttavia sembrò interminabile a Morella, di cui la curiosità era eccitata dai non pochi interrogativi senza risposta, cosicchè fu felice quando la sera potè ritirarsi nella sua camera a riordinare le sue impressioni.
La camera da letto era per lei sola; nè in città nè in campagna aveva mai voluto una camera in comune con Lorenzo, il quale dormiva al lato opposto della villa.
Dalle finestre si scorgeva il profilo dei monti, delineato con sobrio tratto sul fondo opalino del ciclo, che il raggio lunare colorava diffusamente; e sotto, traspariva un tumulto di fronde e di macchie dense di verzura, argentee a quella luce e ondeggianti al fiato di lievissima brezza. Echeggiavano per la vallata lo stridìo dei grilli, e qua e là, attutito e interrotto dalla lontananza il guaiolar dei cani nelle fattorie. Un largo scintillare di luce perlacea, rompendo la rigogliosa massa della vegetazione, svelava verso occaso il mobile specchio del lago.
Morella s'affacciò a una finestra e stette a contemplar lo spettacolo placidamente grandioso, lasciandosi avviluppare dalle calde zaffate di profumi che vaporavano dal giardino sottostante.
Andava chiedendosi perchè aveva pensato che Edoardo avesse un figlio, ma tornava a quella idea, nata dalla prima impressione, la quale le sembrava esatta. Un uomo della tempra del Falconaro, più pronto a colpire che a blandire, non avrebbe avuto sguardi per un bimbo sconosciuto, se l'abitudine e la dimestichezza coi piccoli innocenti non gliene avessero fatto apprezzar la grazia. L'episodio del mattino doveva aver risvegliato in lui un sentimento più egoistico, forse il ricordo di un altro bimbo a lui caro.
Morella conosceva a sufficienza il carattere del Falconaro, per trovare stranissimo, quasi inverosimile il suo accoramento innanzi al bambinetto che piangeva; e più strano l'atto di lui che se l'era preso in braccio e l'aveva curato con tanta attenzione. Ella ricordava quella fronte maschia, tagliata dalla lunga cicatrice, curva sulla testina del piccoletto così biondo, che sembrava bianco di capelli; e la donna sorrideva nell'ombra notturna, compiacendosi ancora della scena.
Poi si scosse. L'antipatia, l'odio pel Falconaro, l'insofferenza pel suo carattere, eran caduti in un attimo, quasi magicamente. Morella ne era stupita e commossa. Un gesto semplice di buona sincerità era bastato a vincere le prevenzioni d'interi anni.
—Questo è molto stupido!—mormorò a chiara voce.
Ma fu ripresa dal desiderio di sapere. Perchè Edoardo non si confidava a qualcuno? E il «qualcuno» doveva essere lei medesima. E come avrebbe potuto Edoardo aprirsi con lei, se al suo primo atto gentile gli aveva riso in faccia? Occorreva ispirargli fiducia, e allora forse avrebbe parlato, perchè a una donna si confidan meglio i segreti sentimentali che non agli uomini, di cui si teme lo scherno. Sarebbe venuto a lei in un giorno di più forte mestizia.
—Verrà!—ella disse, ancora ad alta voce.
Ma accorgendosi di borbottare da sola, rise sommessamente.
Indugiò ancora qualche tempo alla finestra, fissando la campagna cheta e l'ondular degli alberi fogliuti; aspirò l'aria tanto pura e sottile da parere liquida, poi andò a coricarsi, e riposò, contenta di non aver nel cuore l'avversione per il più fido e potente amico di suo marito.
VIII.
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Non tenne parola con alcuno dell'episodio di quel giorno; ma, l'indomani Isidora le disse misteriosamente:
—Sai, ho visto Falconaro scendere per l'orto ed entrare in casa del contadino.
Morella sdraiata in una agrippina di vimini, abbandonò sulle ginocchia il libro che teneva fra le mani, e guardò sorridendo la sorella; la quale ricamava, seduta sopra, uno sgabelletto, quasi ai piedi dell'altra.
Fra le due era stato sempre tenace il vincolo. Isidora aveva sempre visto e vedeva tuttavia in Morella una donna superiore, ch'ella amava con umiltà e quasi con temenza; pacifica, molle, obbediente, ammirava l'altra, risoluta e volitiva, nella quale sapeva di poter trovare protezione. Già da ragazza era impietosita ogni qual volta sua sorella soffriva, e sbigottita per il suo silenzio.
Morella possedeva l'arte del silenzio; pativa tacendo, disapprovava e disprezzava tacendo. Isidora non le aveva mai scoperto una lagrima negli occhi, e pure non ignorava che aveva pianto molto, obbedendo alla volontà della famiglia, la quale aveva data la giovinezza e la verginità di lei in balia d'un uomo che le ripugnava.
Ma nessuna parola di disgusto era uscita dalle labbra di Morella nè allora nè poi; soltanto i suoi occhi stanchi, l'irrequietudine, il silenzio ostinato, avevan detto più che un discorso, più che un grido. Per quel tacere superbo, Isidora adorava Morella.
Non osava interrogarsi intorno al sentimento che nutriva per il cognato Lorenzo; aveva paura di dover confessarsi che l'odiava, ed era questo il solo punto, benchè nessuno ne parlasse, su cui viveva in disaccordo col marito Federico, che dimostrava a Lorenzo tanta simpatia e tanto affetto.
—E che ne pensi?—chiese Morella, continuando a sorridere.
—Ma.... non saprei....—balbettò Isidora impacciata.
—Dimmi,—seguitò Morella con voce imperiosa.—Dimmi che ne pensi?
—Il contadino ha una ragazza di sedici anni, che è molto graziosa,—mormorò l'altra.
E si fermò subito, interrotta da una risata di Morella.
—Tu credi?—fece questa.—Tu credi che voglia sedurre Annunciata?... Come ti possono venire in mente queste stravaganze? Il Falconaro che seduce una contadinella di sedici anni, sotto gli occhi del padre?... E davvero buffa!
Isidora arrossì, tutta confusa, e implorò con lo sguardo perchè l'altra non si prendesse gioco di lei, ma Morella si divertiva al comico sospetto, e non intendeva smetterla troppo presto.
—Che cosa ti hanno raccontato del Falconaro?—riprese.—Che è un libertino, un donnaiuolo? Io non ne so nulla, ma spero ad ogni modo ch'egli possa attendere fino al suo ritorno in città, per sedurre le ragazze! Non ti pare? Ah quaglietta, che fantasia tu hai!... Se volesse una donna, comincerebbe dal corteggiare me o te....
—Forse non gli piacciamo,—osservò candidamente Isidora.
E di nuovo si fermò, fissando la sorella che rideva a gola spiegata. Poi aggiunse:
—Forse vuol troppo bene a Federico e a Lorenzo per corteggiare noi.... Non ridere così; tu mi fai dispiacere!...
Morella frenò immediatamente la risata che aveva lasciato sgorgare con caldo impeto.
—Hai ragione,—disse.—Io non ho alcun rispetto per le tue scoperte; ma mi è parsa veramente straordinaria, questa! Il Falconaro è arrivato sabato; oggi siamo a martedì; e già deve tentare la seduzione d'una contadinella? Bisogna che si sbrighi perchè lunedì venturo riparte....
—E allora,—osservò Isidora, indispettita dallo scherzo,—per che cosa è andato dal contadino?
—Non so, non me ne importa,—rispose Morella.—Ma tu non sapendo lo scopo di quella visita, hai pensato subito al peggio, alla corruzione della ragazza, e ciò mi pare strambo in un carattere fiducioso come il tuo. Forse ti è antipatico il Falconaro?
Parlavano meriggiando nell'atrio della villa, ch'era freschissimo, ambedue vestite di turchino, Isidora grassoccia, dalla capigliatura morata, bianca in volto, l'altra magra, bionda, e di bronzea carnagione. Non si sarebbero dette sorelle, se non fosse stato pel color degli occhi tané e per certi gesti, certi atteggiamenti, qualche inflessione di voce, simili in ambedue e quasi eguali, che svelavano la medesima origine e uno stesso sangue.
Prima di seguitare, Morella domandò:
—È uscito?
—È uscito con Federico; hanno preso il calessino, e sono scesi a Como....
—E dunque,—incalzò Morella,—il Falconaro ti è antipatico?
Isidora si schermì, stringendosi nelle spalle e sorridendo.
—Non so,—rispose, dopo un istante di riflessione.—Credo che mi faccia paura. E a te non fa paura?
Interpellata direttamente e quando meno se lo aspettava, Morella scosse il capo; ma sentendosi arrossire, s'irritò contro sè medesima, e rispose pronta:
—Paura? Deve farmi paura, un uomo? E perchè?... Il Falconaro è amico nostro, forse il solo amico che noi abbiamo, e sarebbe dunque curioso che lo si temesse. Per che cosa, poi? Che cosa si può temere da un uomo? Che ci uccida?...
—Ma no,—interruppe l'altra.—Non è questa la paura che io intendo.... Io temo, per esempio, che se un giorno il Falconaro diventi nemico di Lorenzo, Io possa rovinare in ventiquattro ore.... In questo senso parlavo io; è troppo forte, è troppo energico....
Morella si rizzò sul busto e troncò la parola d'Isidora.
—Sei pazza!—esclamò vivamente.—Questa non è un'idea tua: te l'ha suggerita Federico. Ma tu e Federico non conoscete il Falconaro; è un galantuomo, un gentiluomo, prima d'ogni altra cosa.... Non diventerà mai nemico di Lorenzo; e ammessa anche questa stranezza, egli non si varrebbe certo della sua forza per rovinarlo. Come vi riuscirebbe, del resto? Lorenzo è ricco, e il Falconaro non potrebbe dilapidare il patrimonio di Lorenzo.... No, non lo conoscete; è un gentiluomo.... Allora se ciò che tu dici fosse vero, noi saremmo in mano di lui, egli oserebbe tutto, e Lorenzo dovrebbe obbedirlo in tutto; potrebbe volere anche me, e Lorenzo dovrebbe darmi a lui!... Insomma, si avrebbe un despota in casa.... Ah non lo conoscete davvero!... Egli ha certe delicatezze di sentimento che....
Appoggiate le braccia sulle ginocchia e il viso tra le palme delle mani, Isidora scrutava più che non fissasse la sorella, la scrutava acutamente fin dentro negli occhi, maravigliata del calore, della foga, della rapidità con cui parlava e difendeva l'amico. Non l'aveva mai vista così accesa per nessuna ragione, e ne era tutta scossa.
Morella, avvedutasi dell'impressione prodotta, ruppe la frase all'inizio, s'adagiò come prima, e concluse:
—Non aver paura, quaglietta!
Isidora non volle ribattere; tornò al suo ricamo, e Morella al suo libro, sollevandolo tanto che potesse nascondere il volto.
—Perchè l'ho difeso?—domandò a sè stessa.—Che m'importa di ciò che si pensa di lui?
—Allora, tu non hai finito,—riprese d'un tratto Isidora.—Dicevi che il Falconaro ha certe delicatezze di sentimento?... E ti sei fermata.... Non puoi raccontarmi, Mora?...
«Mora» era il vezzeggiativo ch'ella dava alla sorella nei momenti di maggior tenerezza, quando voleva ottener da lei qualche favore difficile; e pronunziava la parola sorridendo con molto garbo e accarezzando con lo sguardo. Ma l'altra che s'era già ripresa, abbassò di nuovo il libro, e rispose scherzando:
—Non sono cose da raccontare alle bambine!
Tacquero, ciascuna tornando alla sua occupazione, e non parlarono se non quando risonò il tintinnio della sonagliera e lo stridio delle ruote sulla ghiaia.
—Sono qui!—disse Isidora balzando in piedi.
E seguita da Morella, si affacciò al limitare sotto il sole bruciante.
Dal calessino scendevano Federico ed Edoardo, quest'ultimo con tre piccoli involti.
—Che pazzia!—osservò Morella,—siete andati a Como con questo caldo; potevate aspettare dopo pranzo!
Entrarono tutti dentro l'atrio, e il Falconaro offerse alle donne due scatole eleganti di confetti, una cerulea per Morella, l'altra scarlatta per Isidora. Esse ringraziarono sorridendo.
—E cotesta è per me!—disse Federico.
Accennava al terzo involto, che Edoardo teneva ancora tra le mani.
—Io scommetterei qualunque cosa al mondo,—seguitò Federico,—che nessuno indovina che cosa c'è là dentro!
—Auf! Con voi bisogna indovinare sempre!—esclamò Isidora.
—Non voglio farle perdere la pazienza!—disse Edoardo.
Svolse la carta e ne trasse un cavallino di legno bianco, la criniera e la coda sfioccate nella seta, piantato sopra un carrello rettangolare a quattro ruote.
Isidora diede in uno scoppio di risa, guardando l'uomo che muoveva lentamente il cavallo perchè dondolasse la testa.
—Ah, no!—fece Isidora.—Non era possibile indovinare, e avrei perduto la scommessa. Non le bastano i cavalli vivi, Falconaro?
Morella stava seria, afferrata nuovamente dalla curiosità e nuovamente sorpresa dalle attenzioni che Edoardo usava al bambinetto. Vide la sorella che rideva, e le mormorò sottovoce:
—È per sedurre Annunziata?
Isidora scattò in un nuovo ridere squillante. Ma Edoardo imperturbabile si volse a Morella:
—Stasera verrà con me?—le chiese.—Andremo a far felice un piccolo uomo.
—Verrò,—promise la donna.—Ma badi che lei lo guasta; il regalo è troppo bello!...
IX.
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E andarono quel medesimo dopo pranzo in cerca di Poldo.
Federico, vedendoli allontanarsi, motteggiò un poco, li pregò di non indugiarsi troppo, di non smarrirsi pel giardino o per l'orto; Isidora sorrise; Morella ed Edoardo risposero qualche parola scherzosa, l'anima tranquilla, il cuore sgombro da ogni inquietudine.
Il sole andava scomparendo in un cielo tragico a grandi guazzi di porpora e di bigio, e gli alberi si staccavano su quel fondo.
Nell'imminenza del tramonto, s'era levata un'aura lieve e piacevole, e giungevano or sì or no gli echi dei campani che indicavano il ritorno delle bestie, le quali, abbandonati i pascoli, s'avviavano pigramente alle stalle.
La giovane camminava innanzi a Edoardo; ambedue inclinati piuttosto ad ascoltare che a discorrere, chiusi ambedue in qualche meditazione non priva di malinconia.
L'uomo guardava, ma con uno sguardo puro, il corpo svelto e quasi vibrante di Morella, ed essa figgeva gli occhi innanzi a sè, ammirando il ricamo delle, fronde e delle foglie sulla sterminata nicchia del cielo.
—Veda che splendore!—esclamò, mentre indicava al Falconaro la cavalcata delle nubi sul fondo vermiglio.
—Dove sarà il piccino?—chiese l'uomo, fattosi al fianco di Morella.—Dovremo andare a casa sua?
—Lei è già stato a casa sua, non è vero?—interrogò la giovane.
—Sì, una volta, a prender notizie, e l'ho trovato guarito, col mio fazzoletto appuntato al grembialino. Era tutto sporco di sangue, il fazzoletto, ma Poldo non voleva lo si toccasse, fedele alla consegna. Per ottenere che se lo lasciasse togliere, gli ho promesso il cavallino e gli ho dato appuntamento per questa sera.
—Lei deve avere una grande autorità sui bambini,—osservò Morella, quasi parlasse con sè medesima.
Edoardo non rispose, e la donna sentì che era vano insistere.
Camminavano ancora pel giardino e non avevano ancor preso pel viottolo che conduceva all'orto, quando a sommo del viale apparve una figuretta che s'avanzava piano, dubitosa, fermandosi ogni poco.
—Eccolo!—esclamò Edoardo.
Il piccoletto vide l'uomo e gli corse incontro.
—Che cosa facevi?—domandò il Falconaro quando il bimbo gli fu di fronte.—Chi cercavi?
Egli non fiatò, sbirciando, un dito in bocca, Morella, ch'era la padrona.
—Sei venuto a prendere il cavallo?—seguitò Edoardo.
Poldo fe' cenno di sì col capo.
—A te, il cavallo!—disse l'altro, consegnandogli il balocco.—Ti piace? Vedi che bella criniera?
Poldo lo afferrò, spalancando la bocca per gioia e stupore, lo pose a terra, gli sedette vicino, lo accarezzò, lo fece correre, dimenticò interamente Edoardo, Morella, e tutto il mondo, quel piccolo mondo che gli era cognito.
V'era, al principio d'un'aiuola fiorita d'amaranti e di begonie, un sedile ampio a spalliera, sul quale Morella sedette; Edoardo le si pose a fianco, ed ambedue seguirono qualche tempo i giuochi di Poldo.
—Nessuno che la conosca,—fece Morella a un tratto,—supporrebbe che lei abbia tanta simpatia pei bambini. Io credeva che non potesse soffrirli, o che almeno le fossero indifferenti.
—È vero,—rispose Edoardo.—Ma....
La donna non osò interrogarlo; capì che se avesse fissato i suoi occhi negli occhi di lui, quasi attendendo e chiedendo, egli si sarebbe ancora sottratto all'impulso di sincerità che in quell'ora di quiete misteriosa e di soave mestizia lo guidava.
Le parve che il cuore cessasse di batterle, quando Edoardo soggiunse, irresistibilmente trascinato:
—Avevo un bambino anch'io....
Una pausa lunga seguì; poi Morella riprese con voce lenta:
—Lo sapevo!
Edoardo fece un gesto di sorpresa, volse il capo per vedere se la donna scherzasse, e poichè Morella teneva sempre gli occhi a terra, domandò:
—Lo sapeva? E da quando, e da chi?
—Da lei, da quando si prese Poldo fra le braccia.
—È vero!—ripetè Edoardo.—Una donna doveva comprendermi.
Morella aspettò immobile, quasi irrigidita dall'ansietà, sempre evitando di levargli in faccia gli occhi. Non voleva serrarlo con domande, non voleva insistere, perchè la confidenza fluisse spontanea e piena, traboccata dall'anima.
—Eh, hop!—gridava Poldo, a corsa su e giù pel viale e il cavallino dietro, che traballava sulla ghiaia.—Eh, hop! Eh, hop! Eh, hop!
X.
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Egli riprese:
—Avevo un bambino anch'io, tutto bello.
Morella sentì un brivido correrle per le spalle. Dal modo con cui Edoardo ricordava, aveva inteso: il bambino non c'era più, era morto. Ebbe la pietà d'interrompere:
—Non ne ha mai parlato con alcuno?
—Io non ho amici,—rispose nettamente Edoardo.
—E Lorenzo?—domandò Morella attonita.
Il Falconaro esitò; ma era ormai vano cercare eufemismi e giuocar di parole. Disse con franchezza:
—Credo che Lorenzo non possa capir queste cose. Non gliene faccio colpa: non ha figli. Prima che io avessi quel mio bambinetto, ero anch'io insofferente come Lorenzo.
Una stilettata non avrebbe fatto sanguinare più copiosamente il cuore di Morella.
Tutto gridava in lei: «È giusto, è giusto! Lorenzo non capisce queste cose: tu non gli hai dato un figlio, tu non hai un figlio, anche tu non sai che cosa sia nella vita questa dolcezza!»
Reclinato il capo sul petto, chiuse gli occhi e cercò dissimulare l'angoscia, ma Edoardo continuava:
—Una donna sì, soltanto una donna può indovinare. Lei mi ha indovinato a quell'atto.
Morella sollevò la testa, e proruppe con violento slancio:
—Sì, sì, ho indovinato! Era tanto nuovo quell'atto, così inatteso in un uomo come lei, che ne rimasi sbalordita, come se mi avesse confidato ogni suo pensiero! La leggerezza con la quale curava quella ferita mi fece capire ch'era abituato ad accarezzare i bambini, e mi accorsi che pensava a qualche lontano.
—Molto, molto lontano,—mormorò Edoardo perdutamente.—Troppo lontano, per sempre!
Si guardarono, trasognati e paurosi.
Avvertirono in quel punto che una mano invisibile li avvicinava, e pareva volerli gettare l'una nelle braccia dell'altro. Dominati da un medesimo sentimento di rammarico, la donna per ciò che non era stato, l'uomo per ciò che non era più, le loro anime e i loro corpi si desideravano, quasi avessero voluto sopir quella ardenza in un selvaggio amplesso fecondo.
Edoardo fissò la bocca tremante della donna impallidita, e Morella ebbe un fremito di spavento.
—Poldo!—chiamò subito.-Poldo, vieni qui!
—Eh, hop! Eh, hop! Eh, hop!—andava gridando il piccino.
Ma alla voce della padrona, accorse.
—Sta qui,—gli ordinò Morella,—mettiti a terra, al miei piedi, e giuoca senza allontanarti.
Poi sì rivolse a Edoardo con un debole sorriso:
—Non è mai venuto in giardino, e potrebbe smarrirsi,—disse, a guisa di spiegazione.
Poldo obbedì; seduto a terra, rimase qualche tempo taciturno; ma gli sembrò che innanzi alla bellezza del suo cavallino fosse impossibile ammutolire, e dopo un istante ricominciò il giuoco ai piedi di Morella, discorrendo col balocco superbo e facendolo saltare e caracollare.
Il breve delirio era vinto. Morella, ancora un po' turbata, seguitò:
—Ha visto che Poldo ha una sorella? L'ha trovata in casa, quando lei andò a visitare il bambino?
—Una sorella?—ripetè Edoardo scuotendosi. —Non sapevo. Perchè mi domanda?
La giovane fece un piccolo riso.
—Perchè,—disse,—Isidora credeva che lei andasse in quella casa a far la corte alla ragazza, che ha sedici anni.
—È straordinario!—esclamò il Falconaro, sorridendo.—Ho dunque una fama così cattiva?
—No, ma Isidora non poteva imaginare la verità, e ha messo fuori la prima idea che le è venuta in testa.
—E lei l'ha dissuasa?
—Certo!
—Le ha raccontato?...
—Non le ho raccontato nulla, ma le ho detto che s'ingannava, e Dora sa che io non mento.
Pronunziò le parole con tono reciso, quasi con alterigia; era bello poter dire di non aver mai mentito.
La porpora in ciclo era scomparsa, l'aria s'era precipitosamente abbuiata sotto un velario di nuvole nere, che proiettavano nella valle e sui monti un'oscurità cupa. Edoardo e Morella non s'erano accorti dell'addensarsi del temporale, e fu solo al primo brontolìo del tuono ch'essi avvisarono il mutamento.
—Bisogna andare!—disse la giovane.—C'è tempesta.
E indicò su quel fondo fosco alcune immobili nuvolette bianche e tonde, che promettevano una grandinata.
—Riconduciamo Poldo,—soggiunse,—che non abbia a spaventarsi.
—Lo riconduco io,—offerse Edoardo.—Lei corra a casa!
—No!—rispose Morella.—Vengo con lei.
Edoardo raccolse il cavallo da terra, prese a mano il piccolo, che diede l'altra mano a Morella, e prestamente s'inoltrarono nell'orto, scesero per un sentiero, accompagnarono Poldo fino al limitare di casa sua; quindi ritornarono tra il sibilare furioso del vento, che piegava come giunchi gli alberi giovani.
L'acqua principiò a cadere a grosse goccie, poi rabbiosamente, un rovescio, un diluvio.
Morella non aveva il busto, e la camicetta tutta fradicia aderendo al torso la disegnò con tale perspicuità di linee, che la donna, serrata ai fianchi dalla zona di cuoio nero, pareva nuda fino alla cintola.
Indi a poco prese a sferzar tra le fronde la grandine; era uno sfarfallar d'accecanti luci verdognole, le quali illuminavano fantasticamente il giardino, gli alberi che si divincolavano sotto la frustata, i monti lontani, una scena di disordine e di terrore, mentre si sparpagliavano in alto le foglie strappate e aggirate dalla veemenza dell'uragano.
—Ha paura?—chiese Edoardo.
—No, con lei non ho paura,—rispose Morella.
Edoardo voleva ribattere: «Io non posso arrestare i fulmini», ma si rattenne e sorrise, vedendo che Federico accorreva disperatamente, munito di due ombrelloni da campagna. Era ridicolo, il poveretto, coi grandi arnesi colorati, sbuffante e rosso, tutto madido perchè non aveva pensato a ripararsi con l'ombrello, nel suo impulso generoso per gli altri.
Ma ci pensò Edoardo, che diede un ombrello alla donna, e ricoverò sè e Federico sotto l'altro.
—Bei matti, bei matti!—borbottava Federico, trottando a fianco del Falconaro.—Non avete visto il tempo? Dove eravate?
—Se tu mi fai ridere, io mi fermo!—esclamò la giovane, a cui quel borbottìo sembrava comicissimo.
—Ridi, ridi!—mugolò Federico imbronciato.—Volevate annegarvi sotto l'acqua? Ecco un fulmine, per esempio!...
E in mezzo a una luce sanguigna, abbacinante, crepitò un rimbombo prolungato, che si disperse via via, di monte in monte, di valle in valle.
—Eccone un altro!—annunziò Edoardo.
—Eccone un terzo, sempre per esempio!—fece Morella.
I lampi si susseguivano ai lampi con velocità singolare, svelando ampi sprazzi di cielo entro cui si disegnava la folgore corrusca in linee spezzate.
Morella s'accorgeva d'essere calma; la presenza d'Edoardo le infondeva un coraggio assurdo, incredibile, come s'egli avesse potuto smagare il pericolo tra l'incrociarsi delle scariche elettriche di cui tutta la campagna fremeva.
Ma erano ormai arrivati alla villa. Morella ne varcò la soglia, si diede un'occhiata, ebbe una fiamma alla faccia.
Il torso pieghevole era veramente plasmato dalla camicetta sgocciolante, e la donna pensò che Edoardo l'aveva vista così, palpitante e seminuda. Presa da subitaneo impaccio, scomparve per mutarsi d'abito.
—Va a trovare Isidora!—le gridò Federico.—È spaventata per te! Va a rassicurarla!
Risonò la voce vellutata di Morella nel corridoio del primo piano:
—Dora, Dora, sono qui, sono viva, sono salva!... Dora, vieni a vedermi!...
XI.
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Da quel giorno e pei pochi giorni che Edoardo passò ancora in villa, egli e la giovane studiarono di sfuggirsi. Avevano compreso che la confidenza impensatamente sgorgata dal cuore d'Edoardo, troncata per improvviso sbigottimento, non era finita con quelle scarse parole, e ambedue ritardavano un'occasione nuova.
Con molta accortezza, destreggiarono sempre in modo che Federico o Isidora, o l'uno e l'altra insieme, fossero con loro. S'intesero in silenzio, ma non pensarono che l'assidua cura di non incontrarsi a viso a viso era un confessare d'esser già presi; e nelle ore di solitudine, quando si ricordano i casi della giornata e si predispone la giornata successiva, essi non ricordavano se non il colloquio avuto e non preparavano se non l'astuzia per non continuarlo.
Fu una liberazione per entrambi l'arrivo di Lorenzo a Villa Mora.
Egli giunse il pomeriggio del sabato, accolto con festa. Era come di consueto, ma a Morella parve più del consueto, allegro, chiassoso, volgare. Gli scherzi di lui le facevano uggia; umiliata dall'abitudine ch'egli aveva di chiamarla «moglietta» «gallinella» «la mia bionda», per ciascuno di quei vezzeggiativi, la donna cercava con gli occhi Edoardo e ne scrutava la fisionomia.
Edoardo si mostrava impassibile; anzi, qualche volta sorrideva come avesse approvato la familiarità di quei nomignoli, i quali dicevano il contento del maschio che possiede una femmina gustosa. Magnifico padrone di sè, orgoglioso nemico d'ogni confidenza, poco incline alle amicizie e poco tenero per gli uomini in generale, Edoardo Falconaro s'era foggiata presto una maschera, divenuta d'anno in anno più perfetta. Avevano concorso a darle forma i disinganni, i piaceri, i commovimenti pericolosi della sua vita d'affari, l'asprezza d'una lotta continua, la nessuna stima per gli uomini.
Difficile afferrare un'impressione sul suo volto; paziente, cortese, inappuntabile in tutto ciò che era forma, colto perchè prima di darsi alle speculazioni di Borsa e d'iscriversi tra gli agenti di cambio, aveva compiuto gli studi classici e s'era laureato in legge, Edoardo Falconaro sembrava l'uomo più facile alla condiscendenza e all'intimità.
Era inflessibile, il suo «no» o il suo «sì» non mutavano per nessuna preghiera, e per nessuna minaccia; e questa energia caparbia gli aveva fatto pullulare intorno oscuri nemici, che aspettavan l'occasione di colpirlo alle spalle.
Sorpreso di non essere riuscito a padroneggiarsi innanzi a una fragile donna e d'essere venuto così presto alle confidenze più gelose, aveva fermato il proposito di guardarsene in avvenire, col presentimento che in quel dramma di cui s'eran fatte chiare le prime linee, forse nemmeno la sua ferrea volontà l'avrebbe sempre sostenuto.
Ascoltò dunque senza batter ciglio i complimenti di Lorenzo a Morella, e non parve accorgersi che l'amico aveva anche allungato la mano per carezzar la guancia della moglie, la quale s'era ritratta con un brusco movimento.
—Oh là, là!—disse Lorenzo ridendo.—Che scontrosa! Forse Edoardo non sa che sei la mia bionda?
Se le avesse strappato l'abito di dosso, mostrandola nuda, non l'avrebbe fatta soffrir tanto; ma egli non capiva, e volgendosi a Edoardo, parlò d'interessi e gli diede un rapido ragguaglio della settimana.
Edoardo, quando l'altro ebbe finito, disse noncurante:
—Io ora me ne torno a Milano, mi vi trattengo pochi giorni per dare ordine ad alcuni affari, e poi mi metto in viaggio.
—Parte?—ripetè Morella, ch'era nel crocchio.
—Sì; voglio fare un viaggio al Nord, e rimarrò assente parecchi mesi.
—Va in Norvegia!—suggerì Federico.—Bisogna vedere la Norvegia; io, quando vi sono andato tre anni or sono....
—Mi dispiace,—interruppe Lorenzo,—Ora che ho la sala da scherma, contavo di vedertela frequentare. Anche Pino Monti ti aspetta. Ho comprato sciabole e spade che sono un portento del genere; ma tu manderai le tue. E il «campanone» me lo conservo ancora....
Edoardo sorrise. Il «campanone» era una grossa e pesante maschera da sciabola che Lorenzo prediligeva.
—Noi siamo affezionati alle nostre armi e ai nostri arnesi come il prete al suo messale,—continuò Lorenzo.—E a proposito di preti, ascolta questa, che m'hanno raccontato ieri....
Morella, prevedendo che suo marito avrebbe snocciolato qualche barzelletta lubrica, si alzò ed uscì.
Si fece dare dalla cameriera un ombrellino, un piccolo guanciale di seta, e andò fuori pei campi.
A pochi passi dalla villa, incontrò Poldo che giuocava col suo cavallo sotto il sole sferzante.
—Vieni con me, Poldo,—gli disse.
Era indicibile il timore che al piccino incuteva Morella, la padrona, la signora, quella che non s'era mai occupata di lui e ora gli si rivolgeva con un'affabilità che lo stordiva. Egli aveva la testa perfettamente sferica e perfettamente rasa con una lievissima pelurie così bionda che pareva bianca, ma nel visetto abbronzato gli brillavano gli occhi cilestri. Vestito con un abituccio di cambrì rosso, teneva appeso ad una spalla il fazzoletto d'Edoardo, che la sua mamma aveva lavato con cura.
Poldo sollevò il cavallo, se lo mise tra le braccia e a piedi scalzi seguì Morella in silenzio. La signora camminava pei campi così prestamente che Poldo si decise a trotterellare come un cagnolino per non rimanere indietro.
Giunti appena nel bosco, la cui fresca ombra chiazzava largamente il verde del prato, Morella, scelto un posto sotto un castagno, si sdraiò, lasciando il parasole aperto a terra; e visto Poldo che le stava innanzi quasi aspettasse ordini, ebbe un sorriso fugace e gli disse:
—Tu mi farai compagnia!
Il bambino sgranò gli occhi per tentar di comprendere, con un'espressione di buona volontà inutile così buffa, che Morella dovette ridere.
—Va, va a giuocare!—riprese.—Giuoca col tuo cavallo!
Egli esitò un poco, ma vedendo che la donna non gli badava e col capo appoggiato al guancialetto, distesa sull'erba, fissava il cielo, riprese a giuocare, mentre la donna si perdeva in una meditazione profonda.
Non pensava tanto all'annunciata partenza d'Edoardo, quanto a ciò che aspettava lei, al ritorno in città, alla vita nella casa nuova e in un quartiere plebeo.
Dacchè Edoardo aveva parlato, dacchè ella stessa aveva parlato di bambini, la sua angoscia s'era fatta più viva, la desolazione d'una casa senza gridi infantili e senza testoline ricciute le si era delineata innanzi alla mento con maggior rilievo. Tornare a Milano per chi?
Non vedeva suo marito che a colazione e a pranzo; quelle sere ch'egli le dedicava, le avrebbe da ora in poi trascorse quasi intere nella sua sala da scherma.
E lei avrebbe dovuto trascinar la vita uscendo a far visita, leggendo instancabilmente, chiacchierando di cose che non la interessavano e di cui fingeva interessarsi, in una vuotaggine disperata, invecchiando lentamente per arrivare al giorno in cui neppur l'eleganza, se non un'eleganza nera, le sarebbe stata permessa, e all'altro giorno in cui si sarebbe ammalata e sarebbe morta, senza figli al capezzale?
Si strinse le mani e se le torse furiosamente.
—Mio Dio, mio Dio!—mormorò.
Ma notando che Poldo allungava il capo a fissarla inquieto, si rattenne.
—Giuoca!—gli disse.—Non mi guardare!
Le era entrato nell'animo il desiderio d'un bambino, e vi rimaneva saldo, lacerandola. L'aveva anche visto nella sua fantasia, il bambino che avrebbe voluto: scuro di carni, con occhi grigi e capelli biondi.
Perchè gli occhi grigi? Ella aveva gli occhi color avana; Lorenzo, gli occhi piccoli e neri; gli occhi grigi erano di Edoardo Falconaro. Non se lo nascondeva: quegli occhi nel carnato scuro eran bellissimi, e il bambino avrebbe avuto lunghe ciglia ombrose per attutirne la luce.
Osò dirsi a bassa voce, con una impudicizia di cui arrossiva e godeva, che lei ed Edoardo, loro due e nessun altro, avrebbero fatto un bambino bello.
Si passò una mano sulla fronte, sbalordita ella stessa dall'audacia di quel pensiero, ma non potè liberarsene; combinando le sue proprie particolarità fisiche con quello di lui, raggentilite dalla grazia infantile, ne formava un ritratto delizioso; e anche le sarebbe piaciuto che suo figlio avesse avuto le qualità morali d'Edoardo, ch'ella avrebbe rese più morbido con un'educazione sapiente e dolce.
Si perdette nel sogno di quell'educazione, di cui tutta la sua esistenza sarebbe stata piena; immaginò i primi studi, su su, fino al liceo, fino all'università, fino alla laurea; si vide vecchia, coi capelli d'argento, presso un giovane vigoroso, un giovane leale e ardito, ch'era suo figlio.... Bruno in volto, biondo, con gli occhi grigi dallo sguardo metallico.
Ancora si torse le mani fremendo,
—Fa bene, fa bene a partire!—mormorò.
E levatasi in piedi, raccattato l'ombrellino e il guanciale, chiamò Poldo.
—Andiamo!—gli disse, guardandolo con un sorriso.—Torniamo a casa, che la tua mamma ti cercherà per darti la pappa.
Poldo sembrò colpito dalla notizia; era inesatta, e osò rettificarla:
—La mamma non mi dà la pappa!
—E chi dunque?
—Nunziata!
—Ah, non sapevo!—esclamò la giovane.—Allora Nunziata, Nunziata che ti dà la pappa, deve cercarti! Andiamo!
E udendo ch'egli trotterellava dietro, a un passo, come il cucciolo timoroso e fedele, pensò che quella madre, la quale certo invidiava lei e il suo lusso e le sue ricchezze, poteva essere da lei invidiata: aveva tutto; il podere che le rendeva da vivere, un marito della sua stessa levatura che le voleva bene, e due figliuoli, quella Nunziata di sedici anni, pulitina e gentile, e Poldo, il maschietto.
Le parve che dover invidiare la moglie del suo contadino fosse l'estremo della miseria morale, e due lagrime scottanti le scesero per le gote.
XII.
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Lorenzo indugiò quella sera fin che gli ospiti si furono ritirati, poi salì al primo piano, e battè leggermente alla camera di Morella.
—Avanti!—disse questa.
La camera di stile Impero, tappezzata in verde pallido, illuminata dalle lampade elettriche, aveva il letto amplissimo e basso, con fregi in bronzo dorato, i medesimi fregi che adornavano i seggioloni e correvano lungo lo zoccolo delle pareti. Una finestra guardava la campagna e la vallata, l'altra il giardino, e aperto ambedue accoglievano le esalazioni notturne delle rose che agonizzavano.
Morella aveva indossata una leggera vestaglia cerulea a larghe maniche, chiusa da una sola borchia al petto, e guarnita d'oro. La donna seduta guardò Lorenzo che entrava, interamente vestito di bianco, e le parve più tozzo, col volto più acceso del solito, forse pel contrasto dell'abito.
—Che vuoi?—ella domandò.
—Non mi sembra difficile a indovinarsi,—egli rispose.—Vengo a salutarti.
—Non ci siamo già salutati? Ti ho dato la buona notte, poco fa, mentre ce ne andavamo tutti.
Lorenzo sprofondò le mani nelle tasche dei calzoni, e si piantò innanzi a sua moglie.
—Parliamoci chiaro,—egli proferì con voce secca.—Sarebbe ora di finirla. Tu hai le paturnie da un pezzo, ma io sono uomo da fartele passare. Che cosa sono questi capricci, che cosa è questo tuo contegno, che m'irrita e m'offende? O stai zitta, o quando io dico una parola, tu te ne vai, come hai fatto oggi, piantandoci tutti in asso. Che cosa sei? Qualche regina spodestata, qualche principessa? E noi che cosa siamo? Cavoli? Imbecilli? Gente indegna di parlar con vostra Maestà?
Morella non diede segno di vita; e Lorenzo seguitò con voce sorda:
—Non dico questo per me; io sono abituato alle tue stramberie e me ne infischio.... Ma qualche cortesia, qualche rispetto per i miei amici, per il Falconaro ci vorrebbe.
La giovane sorrise.
—Temi ch'egli ti abbandoni perchè io non sono cortese con lui?—interrogò.
Lorenzo alzò le spalle.
—M'infischio anche di lui, io!—esclamò spavaldamente.—Ma io l'ho invitato qui, non perchè tu gli facessi questa bella accoglienza, certo, non perchè tu lo fuggissi come un animale velenoso.... Del resto, ti ripeto, del tuo contegno ne ho piene le tasche. Hai capito?... Vengo a trovarti, e mi sento chiedere con quella tua aria da sonnambula, che cosa voglio.
La guardò da capo a piedi e soggiunse trivialmente:
—Che cosa voglio? Voglio passar la notte con te, come ne ho diritto, ecco!...
E squadrandola di nuovo, ordinò:
—Spogliati!
Per sola risposta. Morella balzò in piedi con uno scatto:
—Va fuori!—esclamò, la voce divenuta sibilante.—Va fuori, Enzo, te ne prego! Lasciami stare!
—Che c'è?—egli fece, guardandola sorpreso.
—C'è che le tue parole non sono d'un marito a una moglie; c'è che tu puoi esprimerti così con una donna che si vende, non con me. Vattene, te ne prego! Non farmi parlare, perchè sento che sarebbe inutile e non mi capiresti.
Lorenzo diede in una risata.
—Ci siamo!—osservò.—Questa è una delle tue frasi preferite. A udirti, si crederebbe che tu fossi la sibilla, e che per capirti occorresse fare uno studio apposito! Ti capisco benissimo; hai la testa romantica e niente da fare; ecco il tuo malanno. Se tu avessi a lavorare come me, o come Edoardo, certi ghiribizzi ti passerebbero!
Morella si lasciò ricadere nel seggiolone, muta, nell'impossibilità di farsi comprendere.
—Ebbene,—riprese Lorenzo,—che fai? Ti decidi?
La donna non rispose; Lorenzo le si avvicinò ancora.
—Parlo con te, bionda! Ti decidi? Che fai?
Ma furioso pel silenzio di Morella, le mise una mano sul petto e la scosse:
—Andiamo, su, obbedisci!
Ella scattò nuovamente, drizzando la persona snella e guardando Lorenzo con occhio smarrito.
—Ascoltami,—disse.—Per carità, non trattarmi così; tu credi di non farmi male, e mi fai un male orrendo. Ho la testa romantica, lo hai detto, sarà vero; ma non mi tormentare, Enzo! Anche oggi, accarezzandomi davanti agli estranei, mi facevi male. Io avrò torto, ma non posso cambiarmi. Ora con le tue maniere, facendomi sentire che io sono per te una cosa, mi avvilisci! Lasciami la libertà di disporre di me: io stasera voglio rimanere sola, e tu non insistere, come se mi avessi trovata per la strada, e comperata. Sii buono, Enzo, te ne prego!... Riconosco d'aver torto, se così ti pare, ma io vorrei un altro modo, un altro linguaggio.... Tu sai per esempio, che i discorsi scollacciati mi dispiacciono, e non manchi mai, quando ci siano altri uomini, di battere su questo argomento che mi rivolta.... Perchè vuoi farmi arrossire davanti ai tuoi amici?... E poi vieni da me, e per avermi, mi dici: «spogliati!» come fossi un automa, qualche cosa peggio d'una schiava!... Se io ti rimprovero queste bassezze, tu mi ridi in faccia.... Ma in qual maniera devo spiegarmi?...
Lorenzo, mentr'ella parlava, s'era seduto di fronte a lei, una gamba accavallata, sull'altra, la mani in tasca, girando lo sguardo sul soffitto, con espressione di grande noia.
—Hai finito?—chiese.—Già, a vederti, si capisce che ti smangi e ti rodi con le tue stupidaggini: diventi magra ogni giorno più; non mi sembri una donna, mi sembri una frusta!...
Morella toccò l'insulto e non volle rimbeccare; ma pensò con terrore che forse era brutta, davvero brutta, e questo dubbio che pochi giorni innanzi l'avrebbe lasciata apatica, le parve infinitamente doloroso.
—E vedete quel che capita a un marito fedele,—seguitava Lorenzo con espressione sarcastica.
—Il marito si contenta di ciò che il matrimonio gli offre, e la moglie se ne offende e lo mette alla porta.... Cose da pazzi!... Se io lo raccontassi a Edoardo, non lo crederebbe.
Morella mandò un grido, e si chinò sopra Lorenzo:
—Per carità,—disse con voce ansante,—non mescolare il nome del tuo amico a queste turpitudini!
—Ohe, che c'è?—fece Lorenzo squadrandola.—Non son padrone di esporre un'ipotesi? Temi che io racconti a Edoardo?...
—Sì,—balbettò la donna, cercando di riprendersi.—Temevo che tu raccontassi....
—Questa è bellissima! Non racconto nulla, non ci pensare!... So quel che devo dire e quel che devo tacere.... Edoardo, poi, s'infischia sufficientemente di te e delle tue fantasie.... Ha il viaggio al Nord, lui!... Scommetto che ci va con Natascia....
—Chi è Natascia?—domandò Morella, sentendo che il cuore le batteva dentro a furia, così da troncarle il respiro.
Lorenzo rise nuovamente.
—Natascia? È una baldracca russa, che gli piace, a Edoardo.... Dico Natascia per dire, perchè ne cambia una alla settimana. E non parla, non si confida a nessuno. Io credo che nessun'anima al mondo, neanche sua madre, non ha avuto le sue confidenze.... È un uomo di ferro, bisogna confessarlo, chiuso in un'armatura!...
Gli occhi di Morella sprigionarono un tal lampo, ch'ella guardò a terra, perchè Lorenzo non se ne accorgesse. A lei, sì, s'era confidato; a lei, sì, aveva aperta l'anima; tutto il suo corpo vibrò per un guizzo di piacere e d'orgoglio: ma non ebbe tempo a riflettere, perchè la voce di Lorenzo venne a mozzarle l'impressione profonda di quelle parole, chiamandola duramente alla realtà:
—E così, mi metti alla porta? Non sarò mica venuto a trovarti per farti l'elogio d'Edoardo, del quale anche tu ti occupi come io mi occupo del Gran Mogòl.... Devo andarmene?
Egli sudava e si passava sulla fronte e sul collo il fazzoletto, sbuffando; questo semplice particolare in quel momento sembrò alla donna repulsivo.
—Sì,—confermò,—te ne prego, Enzo; lasciami tranquilla; sto poco bene, e ti sarò grata di questo piccolo sacrificio.
Lorenzo fece un gesto di dispetto.
—Ma «il piccolo sacrificio» è ridicolo,—esclamò.—Non capisci che è ridicolo? Non capisci che io sono stufo, arcistufo, venti volte stufo dei tuoi sentimentalismi e delle tuo commedie?
Le lanciò un'occhiata; ella era in piedi, trepidante e nervosa, rabbrividendo al dubbio di non potergli resistere e di dovergli obbedire. A lui passò per il capo il ricordo dello sgomento che la donna aveva dimostrato poco innanzi per il nome d'Edoardo, e volle approfittarne.
—Sono stufo,—riprese.—Parola d'onore, domattina racconto ogni cosa a Edoardo per farlo ridere.
Morella, che, avvicinatasi alla tavoletta d'abbigliamento, guardava una fiala di profumi senza pur vederla, si volse, attonita.
—Gli dirò che quando vengo a trovarti, tu mi metti alla porta. Voglio confidarmi con lui, voglio sapere quel che ne pensa.... Sarà una consolazione, almeno, vuotare il sacco con un amico.
La giovane rimasta dapprima immobile per lo spavento e la meraviglia, gli andò incontro e lo fissò in viso. Non poteva credere, non poteva immaginare ch'egli osasse; e pur tuttavia egli seguitava, sbirciandola di sottecchi, per notar l'effetto delle sue parole.
—Al Falconaro, vuoi dir questo?—ella osservò con calma subitanea.—Farai bene; racconta tutto al tuo amico: ma tutto capisci?... Digli che entrando nella mia camera, tu mi ordini di spogliarmi. Dillo, al Falconaro; digli che mi hai chiamata «frusta»; digli tutto, fedelmente, lealmente.... E sai che cosa ti risponderà, il tuo amico?
—Sentiamo che cosa risponderà.
—Risponderà che sei un vigliacco!
Lorenzo si alzò, muto, in piedi, fece alcuni passi con la mano serrata, afferrò Morella per la borchia della vestaglia e con un urto, rovesciò la donna sul letto. Ma questa non parve atterrita dalla collera di Lorenzo, che le stava ancora sopra, in atto di colpire.
—Ti dirà,—seguitò piantandogli gli occhi negli occhi,—ti dirà che quella Natascia, quella baldracca come tu la chiami, lui, la tratta meglio! E ti ripeterà che sei un vigliacco a svergognare tua moglie.
Lorenzo, sbiancato in volto per la furia, calò un manrovescio sul viso di Morella, e un altro; ma vistala rigida stesa sul letto, con una leggera spuma agli angoli della bocca, comprese l'orrore della sua brutalità, e allontanandosi subito, proferì tra i denti:
—Sei una bestia! Non capisci quando si scherza! Stette a vedere s'ella si muovesse; e visto che si drizzava penosamente, s'avviò al limitare.
—Vattene!—gli disse Morella quasi sottovoce, con gli occhi che scintillavano.—Non mettere più piede qua dentro, non cercarmi più, nè oggi, nè mai. Se ti avvicini, grido e sveglio tutti.
Lorenzo intuì che la donna era capace di gridar per davvero; e riaffondate le mani nelle tasche, se ne andò, borbottando ancora:
—Sei una bestia! La colpa non è mia, se sei una bestia e non capisci quando si scherza!...
XIII.
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Era libera.
La violenza di suo marito, l'estremità a cui era giunto, le ridavano il possesso di sè medesima; nessuna ingiuria era troppa per vendicare quell'ingiuria. Lorenzo la considerava veramente una cosa, un oggetto, un balocco; lo dicevano i pochi fatti di quei giorni, il trasporto della casa compiuto senza nemmeno avvertir lei, che pur doveva vivervi il più gran tempo, e le percosse, l'offesa bestiale, di cui si macchiano gli uomini delle infime classi. A tanto egli non era mai arrivato; pareva fatto cieco da una fatalità, che volesse rompere ogni legame tra lui e la sua donna. E questa non soffriva; era quasi lieta dell'oltraggio, che faceva fermentar nel suo animo una nausea senza nome.
Non appena Lorenzo ebbe varcata la soglia, e sbatacchiando la porta se ne fu andato, Morella con un balzo corse alla sua «psiche» e girandola sul perno, si guardò avidamente.
Era brutta?... Era brutta come le aveva detto Lorenzo? Di tutta la scenata, questo le importava più d'ogni altra cosa. Era brutta? Si avvicinò allo specchio, si studiò con un'attenzione meticolosa; non aveva una ruga, non una macchia in volto; ma forse la carnagione scura coi capelli biondi, forse i capelli biondi con gli occhi tané, forse le labbra sanguigne nel volto scarno e affilato, stonavano; e il corpo era troppo sottile.
Andò alla porta, chiuse a doppia mandata, e in un attimo si spogliò interamente, e tornò allo specchio a scrutarsi.
Bella no, non era; sembrava ancora una ragazza; veramente una frusta sembrava; il petto magro; piccoli gli ùveri dei seni; il ventre appena disegnato; le gambe lunghe; i fianchi esili, le reni troppo lunate; decisamente era brutta.
Si riabbigliò adagio, adagio, umilmente.
Ma le tornò alla memoria qualche frase, che le diede un nuovo guizzo d'orgoglio. «È un uomo di ferro chiuso in un'armatura». E l'uomo s'era chinato verso di lei per susurrarle il suo dolore, il suo segreto, il suo rimpianto. Non perchè era bella, no, ma perchè aveva sentito ch'ella poteva comprenderlo e serrar nel cuore la confidenza preziosa; ch'ella fosse brutta, a lui non importava; egli la vedeva con altri occhi....
Quando tutti si raccolsero, la mattina di poi, nella grande sala della prima refezione, Morella comparve sorridente.
La giornata s'annunziava stupenda; il sole scherzava sulle vetrate color di croco e sui rosoni di cobalto, dipingendo a bizzarre strisce d'oro e d'azzurro il pavimento; la frescura arrecata dall'ultimo temporale durava tuttavia, e dalle porte-finestre si scorgevano le miriadi di foglie tremolanti all'aria. Echeggiava or qui or là, or prossimo or lontano, il grido dell'assiuolo,
Edoardo, salutando Morella, fu colpito dal suo aspetto, che tanto poco s'accordava col sorriso; era pallidissima, e la notte insonne le aveva segnato gli occhi con due cerchi turchinicci.
Il Falconaro non aveva mai avuto agio di considerare il mal garbo con cui Lorenzo trattava sua moglie, perchè non s'era mai trovato più giorni di seguito in loro compagnia; ma il contegno di lui gli riusciva ora così urtante, e le parole taverniere ch'egli si lasciava scappar di bocca alla presenza delle donne eran per lui così inaspettate, che rapidamente scemavano nel suo animo la stima e l'affetto per l'amico.
Già fin dal giorno dell'arrivo, Edoardo s'era accorto che Morella aveva pianto pel cruccio della balorda compera fatta da Lorenzo, e quella mattina poteva notare che qualche cosa più grave era avvenuta, a giudicar dall'aspetto di Morella e dalla ostentazione di Lorenzo, che non le rivolgeva mai la parola.
Anche ad Isidora non andarono inosservati quei particolari, e cinse la sorella con uno sguardo ch'era una carezza immensamente affettuosa.
—Io propongo una gita, dopopranzo,—disse Lorenzo.
—Sì,—aggiunse Federico,—andiamo al Faggio Storto; credo che Edoardo non ci sia mai stato.
—Non ci sono mai stato, infatti,—confermò il Falconaro.
—È molto lontano,—obiettò Morella.
—Attaccheremo i cavalli,—ribattè Lorenzo guardando la tavola.—I due bai alla canestra, e Febo ai quattro-ruote.
—Edoardo guiderà Febo,—stabilì Federico.
—Io non ci metterò piede in quel quattro-ruote,—annunziò Isidora.
—Ci vado io,—disse Morella con fermezza.
—Come, tu, con tanta paura?—esclamò Isidora sorridendo.
—Lascerò la paura a terra,—rimbeccò Morella seccamente.
—È difficile Febo?—chiese Edoardo.
—Che, che! Mia moglie trova tutti difficili, gli uomini e i cavalli!—disse Lorenzo ridacchiando.—È un po' bisbetico, ma quando sente una mano ferma non fa scherzi.
—Trovo tanto poco difficili i cavalli, che andrò io con Febo,—osservò Morella.—Lei mi vuole?
—Io la voglio!—rispose Edoardo con un sorriso:
—Pensate che al ritorno avremo il chiaro di luna,—consigliò Isidora inquieta,—e il cavallo può spaventarsi per qualche ombra.
—È deciso così!—concluse Morella alzandosi.—Falconaro e io nel quattro-ruote; e voi nella canestra. Ci deve essere qualcuno al fianco di Falconaro; non vorrete lasciarlo andare solo? E una donna, anche quando val poco, è sempre miglior compagnia in una gita che non un uomo.
—Morella si trasforma,—disse Federico ingenuamente.—Non ha più paura dei temporali, non ha più paura dei cavalli.
La giovane volse rapidamente il capo a guardar fuori, nel giardino; ma su quella frase meditò sua sorella che aveva pure notato il mutamento dell'altra.
Era vero: Morella si trasformava; non solo non s'arrestava più innanzi a quelle piccole difficoltà che poco prima l'avrebbero sbigottita, non solo non aveva più i mille timori delle donne sensibili e nervose, ma una vivacità nuova, una spigliatezza audace eran nate in lei; e sempre quando Edoardo era presente, sempre quando si trattava di sfidare con Edoardo qualche congiuntura alla quale dianzi ella avrebbe dato il nome di pericolo.
Isidora strinse le labbra, afferrata da un dubbio che le si affacciava di continuo e che non si lasciava scacciare.
Febo era un baio bruciato di sei anni, lungo e snello, con garretti d'acciaio; quando Edoardo lo vide, quel dopopranzo, mentre stavano attaccandolo al quattro-ruote, uscì in un'esclamazione ammirativa. Senza paraocchi, coi finimenti di cuoio naturale, il trottatore era elegantissimo.
—Ma tu t'intendi di cavalli?—chiese Edoardo a Lorenzo.
Stavano tutti intorno alla vettura, le donne in vesti leggerissime, osservando Febo dall'occhio acceso e dalle froge rosee.
—Eh, che ne dici?—rispose Lorenzo soddisfatto.—Era di Mariano anche Febo; gliel'ho comperato l'anno scorso, per poco, perchè diceva ch'era un brocco.
—Quel povero Mariano fa sempre cattivi affari,—osservò Edoardo sorridendo.
—E noi gli portiamo via tutto!—concluse Morella con voce sorda.
Edoardo salì nella vettura, prese le redini e si volse alla giovane.
—Polso fermo,—disse Lorenzo all'amico.—E vedrai che va come una saetta; del resto, tu ne sai più di me. Donne e cavalli sono il tuo forte.
A Morella che, salita, stava sedendosi al fianco del Falconaro, brillò un lampo negli occhi; ricordò Natascia, la zambracca russa, le parve di vedersela innanzi, e scosse il capo quasi per allontanare il pensiero molesto.
—Noi andiamo avanti,—ella disse,—Arrivederci!
—Falconaro, mi raccomando a lei!—gridò Isidora.—Mia sorella è nelle sue mani.
—Lo so,—rispose Edoardo, mentre Febo si avviava.—E non mi sfugge.
Morella avvertì che in taluni momenti della vita, le parole rivestono un senso doppio, un significato recondito, che si crederebbe studiato a bella posta. Quella stessa mattina, essa aveva detto al Falconaro: «Mi vuole?» e solo dopo aver pronunziata la frase, le era sembrata sconveniente. Ora sua sorella diceva ch'essa era «nelle mani» dell'uomo, cosa sua, e ancora la frase ingenua le sembrava piena di significazioni.
Pel primo tratto di strada, nè Morella nè Edoardo parlarono.
S'erano staccati celeremente dagli altri, e Febo trottava velocissimo, rizzando inquieto le orecchie. Col braccio destro Edoardo avrebbe potuto serrar la vita di Morella e attirar la donna al suo petto; lo sentirono entrambi, quasi insieme, e rimasero taciturni, dicendosi in cuor loro per iscusarsi che il cavallo difficile non dava tempo alle chiacchiere.
Poi Edoardo si volse con un sorriso a Morella, e le osservò:
—Ma va benissimo, Febo, non è vero?
—Sì, va benissimo,—ripetè Morella.—Non corriamo troppo?
—È meglio. La polvere della nostra carrozza disturberebbe gli altri.
La strada si snodava per boschi silenziosi di verdissimi castagni. Il sole era caduto, e un'ampia frescura spirava dalle gole dei monti e s'animava nei boschi attraverso le fronde mormoranti.
Febo, lanciato a tutta corsa sulla strada piana, rallentava tra l'alberato, seguendo la via a frequenti gomiti. Ed era di tratto in tratto, l'affacciarsi di un panorama nuovo; era una verdastra catena di monti staccata netta sul fondo purissimo del cielo, era una lingua di strada bianca lungo il versante della collina, era la macchia bruna e fitta di alberi, che parevano avvicinarsi rapidamente per chiudere nell'ombria del fogliame la carrozza veloce.
—Temo che lei abbia troppo fresco al ritorno,—riprese Edoardo.
—Ho una sciarpa con me.
Ma Edoardo rise, vedendo che la sciarpa era un velo sottilissimo, intessuto di stellucce d'argento, una cosa delicata da soffiar via.
—Questa è sufficiente,—affermò la giovane.
Egli non ribattè; con la destra prese il velo dalle mani di Morella e, gettandoglielo sulle spalle, le sue dita sfiorarono inavvertitamente la nuca della donna.
—Sta molto bene,—disse guardandola.—Lei è sempre elegante.
Morella sorrise; infine, un complimento gli era sfuggito dalle labbra! Egli s'era fatto più cortese da quando aveva sospettato che Lorenzo la tormentasse con la sua brutalità; e si sarebbe detto che volgendosi a lei, addolcisse ora anche la voce. Le ritolse la sciarpa dalle spalle, e con la destra gliela depose lievemente in grembo.
Non parlavano; la vicinanza, il contatto fuggevole, l'assenza d'ogni umano sguardo, facevano rinascere in loro il desiderio, un desiderio selvaggio e rude quale Edoardo non aveva mai provato; e Morella che s'accorgeva di non aver più volontà, di non poter più resistere s'egli approssimava il volto al suo volto, gli disse con voce soffocata:
—Rallenti, la prego. Siamo troppo lontani dagli altri.
Egli rallentò a poco a poco, fin che Febo si mise al passo. Attraversavano un querceto dai tronchi poderosi, e sul terriccio le ruote passavano quasi in silenzio. Ma giusto in quel punto s'udì il tintinnio delle sonagliere; la pariglia di bai era poco lungi. Edoardo richiamò Febo e lo lanciò a corsa di nuovo.
—Lasciarci prendere no, poi!—disse.—Basta che odano la sonagliera di Febo. Non le piace così?
—Sì, molto mi piace!—proruppe Morella, sentendo il viso accarezzato dall'aria, la fronte baciata da quel bacio imponderabile. E seguitò quasi sottovoce, con un ardire che le faceva martellar dentro il cuore:
—Parte?
Edoardo non rispose. Febo s'era gettato da banda con un movimento brusco, soffiando; l'uomo lo riprese vigorosamente, lo lanciò di nuovo, lo trattenne, e quando lo ebbe tutto in pugno, gli assestò una sferzata. Febo diede un balzo in avanti, cercando di puntare sul morso, ma non trovò l'appoggio e toccò invece una seconda frustata; prigioniero d'una mano salda e implacabile, non osò altra ribellione, e filò via rapidamente.
—Sì, parto!—disse Edoardo.
—Per un viaggio lungo?—domandò Morella, che aveva seguito senza trepidare la breve lotta.
—Non so. Ciò dipende dagli affari che lascio a Milano.
—E fa un viaggio lungo, tutto solo, senza un amico?
—In viaggio,—rispose Edoardo,—si trovano gli amici del quarto d'ora, che bastano.
—E va in Russia?
—In Russia?—ripetè l'uomo stupito.—Perchè in Russia?
—Non ha detto Federico?...—balbettò Morella, tentando spiegarsi.
—Federico ha parlato della Norvegia; ma non so; sceglierò al momento di partire; viaggio per viaggiare.
E aggiunse dopo una pausa:
—La vita è pesante, cara, amica.
Morella non insistette. Edoardo aveva detto veramente «cara amica», un'espressione non mai udita dalla bocca di lui, un'espressione affettuosa e inaspettata, che le aveva fatto molto piacere.
—Non le sembra?—egli disse.—La vita è pesante?
Ella assentì con un moto del capo.
Andavano nuovamente al passo, Febo bianco il muso e i fianchi di spuma; e in breve furono raggiunti dagli altri, che accostarono la loro alla carrozza d'Edoardo.
—Come va, Morella?—gridò Isidora dalla canestra.
—Bene, Dora!
—E Febo è stato buono?
—Buonissimo; una pecora.
Lorenzo, sdraiato nella canestra a godersi l'aria, borbottò con un senso d'ammirazione:
—Ci voleva Edoardo; un demonio piega l'altro. Quello cangerebbe in pecora un elefante inferocito!
Isidora diede in uno scoppio di risa.
—Falconaro, Falconaro!—esclamò.—Enzo fa il suo elogio!
—Sparla di me?—chiese Edoardo.
—No, no; dice che lei doma tutti!
Morella, nell'ombra della sera profumata, sorrise misteriosamente.
XIV.
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Nubi leggère e diafane come grandi veli serici viaggiavano pel cielo, scherzando intorno alla luna, senza romperne il raggio; e a un gomito della strada, un pino diritto s'ergeva altissimo tra la bassura degli alberi circostanti, quasi il dominatore di tutta quella zona.
Morella fermò l'occhio sulla bella pianta superba, come poco innanzi aveva fermato l'occhio su Edoardo, tra Lorenzo che fumava beatamente una sua pipetta di radica e Federico che coi grandi occhi miopi dietro le lenti studiava sulla spianata del Faggio Storto la campagna illuminata.
Edoardo si drizzava tra que' suoi compagni e molti altri uomini con la veemente indipendenza del carattere e l'orgoglio della sua vita chiusa.
La luna andava trasfigurando il paesaggio. I versanti dei monti e dei poggi e le spianate verdi eran mantelli d'argento, su cui la forma degli alberi si proiettava con la mordacità precisa d'una incisione.
Il ritorno da quella gita fu assai piacevole.
Gettata la sciarpa sulle spalle, Morella non scambiò con Isidora il suo posto presso Edoardo.
—Tu hai paura di Febo,—disse.—Ora c'è la luna, e il cavallo può spaventarsi.
Isidora rispose con una piccola risata, che Morella comprese.
E partirono; il cavallo non si spaventò.
Ripercorsero tutta la strada a un buon trotto uguale, ripassando pei boschi affascinati e immobili nell'incanto lunare. I boschi sembravano immensi, con una popolazione immensa d'alberi misteriosi dai tronchi perlacei e dalle dense chiome, su cui s'adagiavano i dolci raggi bianchi.
In alcuni punti la strada si chiudeva alla vista, quasicchè le piante l'avessero sbarrata con le fantastiche parvenze, che dileguavano non appena la corsa del cavallo le avvicinava; qua la strada s'apriva tra l'alberato per qualche tratto, là tornava a richiudersi con altri gruppi di piante. Tutto era inquietante da lungi; fantasmi chiomati, giganti curvi, cadaveri stesi a terra, crocchi di streghe raccolte a tregenda; da presso, tutto velocemente si chiariva al passare di Febo, e gli alberi rivestivan le loro linee, i cadaveri eran fusti abbattuti, i crocchi eran groviglio di tronchi e di fronde placide....
—Non ha mai letto nulla di Ludwig Uhland?—chiese a un tratto Morella.
—Uhland?—ripetè Edoardo cercando nella memoria.—Ah sì! Il mio professore di tedesco mi obbligò una volta a studiare una poesia, della quale non ricordo che il ritornello: «Husch Husch! piff paff! trarà!»
Morella diede in una lunga risata.
—È vero, è vero!—esclamò.—È il canto del Cervo bianco; l'ho studiato anch'io: «Husch Husch! piff paff! trarà!», Ma l'Uhland ha molte ballate ammirevoli; in collegio, da suor Maria, si leggeva sempre l'Uhland, e io gli volevo bene.
—È stata la luna a ricordarle i canti dell'Uhland?—domandò Edoardo, sogguardandola con un sorriso.
—Sì—rispose la giovane.—Io ho la testa romantica; almeno così mi han detto.
—Le hanno detto una famosa sciocchezza,—dichiarò Edoardo recisamente.—Lei non è più romantica di me.
Poi soggiunse, quasi parlando con sè stesso:
—Forte e calcolatrice.
Morella non rispose; la definizione non le spiaceva, e solo le pareva strano che le toccasse udirla dalla bocca di lui, e che mai prima d'allora nessuno l'avesse trovata.
Stette in silenzio qualche tempo, ascoltando un coro assordante di grilli e di ranocchi, il quale si innalzava da tutta la campagna con veemenza; insetti e batraci s'abbandonavano furiosamente al loro canto, si rispondevano, s'interrompevano, sostavano un poco per riprender forza, e stridevano e gracchiavano a distesa, liberi e felici in quella grande solitudine notturna.
—Che cosa ricorda del suo poeta?—riprese Edoardo.
—Molte cose,—disse Morella,—Il ritorno, per esempio.
—Ah, lo ricordo io pure!—esclamò Edoardo. È graziosissimo.
Mise Febo al passo, e volgendosi alla giovane, recitò con voce piana:
—«Oh non ti rompere, ponticello! Tu tremi assai. Oh non precipitare, roccia! Tu minacci gravemente.—Terra, non sprofondare; cielo, non cadere, prima che io possa giungere dalla mia diletta!»
Morella sentì gli sguardi dell'uomo fin dentro all'anima; era veramente nelle sue mani e pareva che, sapendolo, egli si compiacesse di ricordarle d'ora in ora il suo dominio assoluto.
—Andiamo!—ella disse, guardando Febo, perchè Edoardo lo rimettesse a corsa.
Ma egli non obbedì, e la giovane riprese allora:
—Ascolti questa; è originale e piena di sentimento: Mutter und Kind. La madre dice: «Alza gli occhi, o figlio; guarda il cielo, dove è beato il tuo fratello minore. Mai non mi diede alcun dolore, e un angioletto lo portò con sè». E il bambino risponde: «Perchè dalle tue braccia, o madre mia, un angioletto non mi porti via, dimmi che posso fare, o madre mia, per attristarti?» Non è vero, ch'è originale e bella?
—Non ha scritto che questo sui bambini, l'Uhland?—chiese Edoardo, accarezzando con la punta della frusta il collo di Febo.
—No,—rispose Morella lentamente.—C'è anche una poesia di lui, Auf den Tod eines Kindes, intorno alla sorte delle vite infantili che s'aprono e finiscono subito, lasciando la loro traccia nel cuore straziato del padre e della madre. E un'altra, tutta dolorosa, in cui descrive gli ultimi istanti d'un bambino moribondo, rallegrati dal canto d'un uccelletto.
—Lei è molto crudele!—interruppe Edoardo.
E non la guardò più; e raccolse la sua attenzione sul cavallo e su quel tanto di paesaggio e di cielo che gli si presentava a mano a mano innanzi agli occhi.
Morella non pensò a scusarsi; appoggiata allo schienale della carrozza, le mani raccolte in grembo, sbirciava ogni poco la fronte rabbuiata di Edoardo, il quale non ricordava forse più d'aver Morella al fianco e di traversare il bosco addormentato. Passavan vicino agli olmi così che le fronde s'agitavano, e la giovane doveva allontanarne qualcuna perchè non le sferzasse il volto.
Edoardo le si rivolse d'un tratto:
—Io era per sposare la mamma di quel mio bambino,—disse con voce studiatamente calma.—Era una fanciulla inglese, che avevo conosciuta in Riviera; sola, ricca, libera. Il bambino morì, di un anno, per meningite; la mamma se lo vide spasimare tra le braccia e spirare. Poco di poi, ripartì, e non sarà possibile che c'incontriamo ancora. Essa ha sentito in quella morte qualche occulta vendetta del destino. E così ci siamo lasciati. E il piccolo Riccardo è sepolto a Bordighera. La sua mamma s'è sposata, a Liverpool, l'anno scorso; l'ho saputo in questi giorni; è diventata mistress....
Ma invece di dire il nome, richiamò Febo con lo schioccar della lingua e lo lanciò al trotto. Poi si volse ancora a Morella e concluse:
—Tutto ciò è semplice; molto più semplice che una ballata dell'Uhland.
La giovane non capì se nella voce fosse un'intonazione ironica o beffarda, come le pareva, quasicchè Edoardo avesse voluto vendicarsi d'essere stato costretto a riparlar di quella sua sventura. Ma poco importava a Morella il tono; possedeva il segreto per intero, e sapeva finalmente che l'amante non si sarebbe incontrata più con Edoardo, e non gli avrebbe più dato alcun figlio.
Tuttavia, le rimaneva ancora qualche cosa da sapere; e dalla strada che percorrevano, s'accorse che poco tempo ormai le avanzava. Edoardo doveva partire l'indomani con Lorenzo e tornarsene a Milano; sarebbe stato impossibile riprendere il colloquio; bisognava sbrigarsi, dir tutto, finirla.
—Io non so,—ella fece cautamente,—perchè desiderando un bambino, lei non pensi a sposarsi....
Ma quasi spaventata da quel consiglio che una logica elementare le aveva suggerito, aggiunse a furia, tentando sorridere:
—È vero che non occorre sposarsi, per avere un bambino.
So l'avessero costretta, una settimana prima, a esprimersi in tal maniera innanzi a un uomo, si sarebbe piuttosto mozzata la lingua coi denti; ma ora cedeva tutta a una forza che andava incalzandola. Così in una fiera battaglia si calan colpi alla cieca, brutalmente, reiteratamente, senza ritegno, senza pietà, per vincere.
—Pare anche a me!—osservò Edoardo.—E sarebbe troppo strano incappare in qualche fanciulla, che non avesse pei bambini nè amore, nè intelligenza.
—Io conosco,—disse lentamente Morella, calando un altro colpo,—io conosco tante madri ridicole o stupide o apatiche, che saranno la morte o la rovina dei loro figliuoli.
E guardò Edoardo ritto sul busto, serrate in pugno le redini, l'occhio intento al cavallo ombratico e infido, ch'egli aveva domato con facilità. E le tornò il pensiero al quale s'era abituata in poche ore, nel quale s'era adagiata con impudica gioia, e il quale al suo primo affacciarsi le aveva ispirato un timor verecondo; il pensiero della creatura bella e forte che sarebbe nata da lei e da quell'uomo diverso dagli altri, che passava nella vita solo, senza chiedere, aprendosi la via a forza.
La vettura di Lorenzo li raggiunse poco lungi da Villa Mora; e s'udivano Lorenzo e Federico cantare, una canzonetta napoletana distesamente e Isidora dar di quando in quando in uno scoppio di risa alle variazioni comiche del cognato.
—Effetto di luna,—disse Edoardo senza malignità—Cantano i grilli, cantano le rane, cantano gli uomini.
Esitò un istante, poi, lanciando uno sguardo a Morella, terminò:
—E canta il cuore.
—Bella, bella luna!—esclamò la giovane con impeto.—Oggi è più bella che mai.
Febo al passo girava l'ultimo gomito di strada; e dietro, giravano i due bai al passo, sbuffando.
Allorchè si fermarono in giardino, avanti alla villa, Morella balzò presto dalla carrozza, e corse presso i larghi cespi di gelsomini notturni, che s'erano aperti e le avevano mandato un soffio di mordente profumo. Edoardo la raggiunse, mentre gli altri scendevan dalla loro carrozza.
—Non parta!—gli disse Morella sottovoce, arditamente, con voce imperiosa, gettando tutto il suo pudore ai piedi di lui.—Non parta per la Russia, per la Norvegia. È troppo triste, è troppo lontano.
E in quella notte di plenilunio splendente, le tornarono alla memoria i versi disperati di Jaufré Rudel:
Amore di terra lontana
Per voi tutto il cuore mi duol.
Edoardo incontrò con la mano la mano di lei che s'alzava a offrirgli un ramoscello di gelsomini, e la guardò in quel settore d'ombra in cui la figura magra e pieghevole della donna stava immobile come una svelta colonnetta.
—Ha capito?—ella implorò, chiudendo gli occhi.
Meglio avrebbe voluto chiudere le orecchie per non udire ella stessa le parole che il suo destino, il suo istinto, il suo desiderio le dettavano e l'obbligavano a proferire.
—Non voglio che parta. Si fermi a Milano. La vita può anche non essere pesante.
Sentì prendersi la mano, e se la lasciò stringere tacitamente, con forza. Poi mosse incontro agli altri che s'avanzavano.
—Guardate,—esclamò,—questi gelsomini di notte.... Come si sono tutti aperti! Vieni, Isidora, che te li metta nei capelli.
E d'un tratto, rise pienamente, quasi gridando:
—«Husch Husch! piff paff! trarà!»
E così pienamente rideva, col suo bel riso morbido e carezzevole, che Edoardo pure dovette ridere al ricordo.
Darmowy fragment się skończył.