Czytaj książkę: «Dalla Terra alla Luna (Prometheus Classics)»

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Pubblicato: 1865

Categoria(e): Narrativa, Fantascienza, Avventura

Capitolo 1 Il Gun-club

Durante la guerra federale degli Stati Uniti, nella città di Baltimora, quindi nel bel mezzo del Maryland, si costituì un nuovo ed influentissimo club. È noto con quanta energia sviluppossi l’istituto militare presso questo popolo d’armatori, di mercanti e di meccanici. Molti negozianti spiccarono un salto al di là del loro banco per improvvisarsi capitani, colonnelli, generali, senza compiere gli studî nelle scuole d’applicazione di West-Point1; in breve essi uguagliarono «nell’arte della guerra» i colleghi del vecchio continente, ed al pari di loro riportarono qualche vittoria in virtù dello spreco di palle da cannone, di milioni e d’uomini. Ma dove gli Americani lasciaronsi addietro di molto gli Europei fu nella scienza della balistica. Non vuolsi già dire che le loro armi raggiungessero un grado maggiore di perfezione, ma esse offrirono inusate dimensioni, ed ebbero perciò lunghezza di tiro fino allora sconosciuta. In fatto di tiri radenti, ficcanti o di lancio, di fuochi di sbieco, d’infilata o di rovescio, gli inglesi, i francesi, i prussiani non hanno più nulla da imparare; ma i loro cannoni, i loro obici ed i loro mortai non sono che pistole da tasca in confronto dei formidabili attrezzi di guerra dell’artiglieria americana.

Ciò non deve arrecar sorpresa veruna. I Yankees, primi meccanici del mondo, sono ingegneri, come gl’italiani sono musicisti ed i tedeschi metafisici dalla nascita. E però non v’ha nulla di più naturale del vederli apportare nella scienza della balistica l’audace loro ingegno. Di quei giganteschi cannoni, meno utili assai delle macchine da cucire, ma sorprendenti del pari ed ancor più ammirati, conosconsi in questo genere le maraviglie di Parrot , di Dahlgreen, di Rodman. Agli Armstrong, ai Palliser ed ai Treuille di Beaulten più non rimase che inchinarsi davanti ai loro rivali d’oltre mare.

Quindi, durante la terribile lotta di Nordisti e Sudisti, gli artiglieri formavano legge; i giornali dell’Unione celebravano le loro invenzioni con entusiasmo, nè eravi sì povero mercante, sì ingenuo «booby2» che non si lambiccasse il cervello giorno e notte per calcolare insensate traiettorie. Ma quando un americano ha un’idea fa ricerca di un secondo americano che la divida. Sono tre, eleggono un presidente e due segretarî. Se quattro, nominano un archivista e l’ufficio funziona. Se cinque, si convocano in assemblea generale ed il club è costituito. Così accadde a Baltimora. Il primo che inventò un nuovo cannone si associò col primo che lo fuse ed il primo che lo forò. Tale fu il nocciolo del Gun-Club3. Un mese dopo la formazione, esso contava mille e ottocento trentatre membri effettivi e trentamila e cinquecento settantacinque membri corrispondenti.

Una condizione sine qua non era imposta a chiunque voleva entrare nella società, la condizione cioè di aver immaginato o, quanto meno, perfezionato un cannone; in mancanza di cannone, un’arma da fuoco qualunque. Ma, per dir tutto, gl’inventori di revolvers a quindici colpi, di carabine a ripetizione o di sciabole-revolver non erano in molta fama. In qualsiasi circostanza gli artiglieri riportavano il primato.

– La stima che ottengono, disse un giorno uno de’ più dotti oratore del Gun-Club, è proporzionata «alle masse» del loro cannone, e «in ragione diretta del quadrato delle distanze» raggiunte dai loro proiettili!

Insomma, era la legge di Newton sulla gravitazione universale trasportata nell’ordine morale.

Fondato il Gun-Club, di leggieri si può figurarsi ciò che in questo genere producesse il genio inventivo degli americani. Gli attrezzi di guerra presero proporzioni gigantesche, ed i proiettili andarono al di là dai limiti permessi a tagliare in due gl’inoffensivi passeggeri. Tutte queste invenzioni lasciaronsi indietro i timidi istrumenti dell’artiglieria europea. Si giudichi dalle tre seguenti.

Una volta «ne’ bei tempi» una palla da trentasei, alla distanza di trecento piedi, attraversava trentasei cavalli, presi di fianco, e sessantotto uomini. Era l’infanzia dell’arte. Da quei giorni i proiettili hanno percorso molta strada. Il cannone Rodman, che lanciava a sette miglia una palla del peso di mezza tonnellata, avrebbe facilmente abbattuto centocinquanta cavalli e trecento uomini. Si trattò anzi al Gun-Club di farne una prova solenne. Ma se i cavalli acconsentirono a tentare la prova, sventuratamente gli uomini non ebbero tale condiscendenza.

Checchè ne sia, l’effetto di questi cannoni era micidialissimo, e ad ogni scarica i combattenti cadevano come spiche sotto la falce. Che cosa erano mai, a petto di siffatti proiettili, la famosa palla che a Coutras, nel 1587, mise venticinque uomini fuori di combattimento, e l’altra che, a Zorndoff, nel 1758, uccise quaranta fanti, e, nel 1742, il cannone austriaco di Kesselsdorf, ogni colpo del quale mieteva le vite di settanta nemici? Che cosa erano i sorprendenti fuochi di Jena o d'Austerlitz, che decidevano dell’esito della battaglia? Ben altro erasi veduto durante la guerra federale! Al combattimento di Gettysburg, un proiettile conico lanciato da un cannone rigato colpì centosettantatre confederati, ed al passaggio del Potomac una palla Rodman mandò in un mondo al certo migliore dugento quindici sudisti. Vuolsi ricordare parimente un mortaio formidabile, inventato da J. T. Maston, membro illustre e segretario perpetuo del Gun-Club, il cui risultato fu ben altrimenti micidiale, giacchè, alla scarica di prova, uccise trecentotrentasette persone – scoppiando!

Che mai aggiungere a questi numeri sì eloquenti per sè stessi? Nulla. E qui si ammetterà senza ripetere il seguente calcolo, ottenuto dallo statistico Piteairn: dividendo il numero delle vittime cadute sotto le palle di cannone, per quello dei membri del Gun-Club, trovò che ognuno di questi aveva ucciso per proprio conto una «media» di duemila e trecentosettantacinque uomini ed una frazione.

Se si considera tal cifra, riesce chiaro che l’unica preoccupazione di questa dotta società fu la distruzione dell’umanità con scopo filantropico, ed il perfezionamento delle armi da guerra considerate come istrumenti di civiltà. Era una riunione di angeli esterminatori, che del resto ritenevansi le migliori paste d’uomini che si potessero conoscere.

Si aggiunga che questi Yankees, coraggiosi a tutta prova, non si accontentarono delle formole, ma ci misero anche la pelle. Noveravansi tra essi uffiziali d’ogni grado, luogotenenti o generali, militari d’ogni età, coloro che esordivano nella carriera delle armi, coloro che invecchiavano sull’affusto. Molti rimasero sui campi di battaglia, e i nomi di costoro apparivano registrati sul libro d’onore del Gun-Club, e quelli che ritornarono, per la maggior parte portavano i segni della loro indiscutibile intrepidezza. Grucce, gambe di legno, braccia finte, mani a molla, mascelle di gomma, cranî d’argento, naso di platino, nulla mancava alla collezione, ed il suddetto Piteairn calcolò parimenti che, nel Gun-Club, non v’era precisamente un braccio per quattro persone, nè due gambe per sei.

Ma questi valenti artiglieri non guardavano tanto pel sottile, ed a buon diritto andavano orgogliosi quando il bollettino di una battaglia portava un numero di vittime decuplo delle quantità di proiettili impiegati.

Un giorno poi, giorno tristo e malaugurato, la pace fu sottoscritta fra i sopravvissuti alla guerra, le detonazioni cessarono a poco a poco, i mortai tacquero, gli obici tappati per molto tempo ed i cannoni a testa bassa fecero ritorno agli arsenali, le palle ammucchiaronsi nei parchi, i ricordi sanguinosi impallidirono, le piante di cotone crebbero a meraviglia sovra i campi abbondantemente ingrassati, gli abiti del corrotto finirono di sdruscirsi col dolore, ed il Gun-Club rimase immerso in profondo ozio.

Certi zappatori dell’umanità e lavoratori accaniti dedicavansi ancora indefessamente a calcoli di balistica. Sempre sognavano bombe gigantesche ed obici incomparabili. Ma, senza la pratica, a che tante vane teorie? Anche le sale facevansi deserte, i servi dormivano nelle anticamere, i giornali ingiallivano sulle tavole, gli oscuri canti echeggiavano di un russare assordante, ed i membri del Gun-Club, già sì rumorosi, ora ridotti al silenzio da una pace disastrosa, addormentavansi nei vaneggiamenti dell’artiglieria platonica!

«La è pur dura! disse una sera il bravo Tom Hunter, intanto che le sue gambe vegetali carbonizzavansi al camino del fumatoio. Nulla da fare! nulla da sperare! Che vita fastidiosa! Dove se n’è ito il tempo in cui il cannone ci risvegliava ogni mattina colle sue allegre detonazioni?

– Quel tempo non è più, rispose il vispo Bilsby, tentando di stirarsi le braccia che gli mancavano. Era un piacere allora! Inventavasi un obice e, non appena fuso, correvasi a provarlo dinanzi al nemico; poi ritornavasi al campo con un incoraggiamento di Sherman ed una stretta di mano di Mac-Clellan! Ma oggi, i generali hanno fatto ritorno al loro banco, ed invece di proiettili spediscono inoffensive balle di cotone! Ah! per santa Barbara! l’avvenire dell’artiglieria è perduto in America!

– Si, Bilsby, esclamò il colonnello Blomsberry, questi sono disinganni crudeli! Un bel giorno si abbandonano le abitudini pacifiche, si fanno gli esercizî militari, si dà un addio a Baltimora pei campi di battaglia, si agisce da eroi, e due anni, tre anni dopo, bisogna perdere il frutto di tante fatiche, addormentarsi in un ozio deplorevole e cacciarsi le mani in tasca.»

Checchè avesse potuto dire, il valoroso colonnello sarebbe stato in grave imbarazzo per offrire siffatta prova della sua inazione… eppure non eran già le tasche che gli mancassero!

E nessuna guerra in isperanza! disse allora il chiaro J. T. Maston, grattandosi cogli uncini il cranio di guttaperca. Non una nube sull’orizzonte, e ciò quando v’ha tanto da fare nella scienza dell’artiglieria! Io che vi parlo ho finito stamane un disegno, con piano alzato e sezione d’un mortaio destinato a mutare le leggi della guerra!

– Davvero? replicò Tom Hunter, volgendo involontariamente il pensiero all’ultimo saggio dell’onorevole J. T. Maston.

– Davvero, rispose quest’ultimo. Ma a che serviranno tanti studî riusciti con buon esito, tante difficoltà vinte? Non è un lavorare inutilmente? Pare che i popoli del nuovo mondo siansi dati la parola per vivere in pace, ed il nostro bellicoso Tribune4 giunge fino a pronosticare vicine catastrofi, dipendenti dall’accrescimento scandaloso delle popolazioni!

– Eppure, Maston, riprese il colonnello Blomsberry, in Europa si fa guerra ad ogni momento per sostenere il principio di nazionalità!

– E così?

– E così, forse, ci sarebbe qualcosa da tentare laggiù, e se si accettassero i nostri servigi…

– Ma vi pare! esclamò Bilsby. Studiare la balistica a profitto degli stranieri!

– Sarebbe sempre meglio del trascurarla affatto, rispose il colonnello. – Senza dubbio, disse J. T. Maston, sarebbe meglio, ma non bisogna pensarci neppure a questo espediente.

– E perchè? domandò il colonnello?

– Perchè gli uomini del vecchio continente hanno certe idee sugli avanzamenti, che disturberebbero tutte le nostre consuetudini americane. Quella gente non si capacita che si possa diventare generale in capo prima di aver servito come sottotenente, ciò che equivarrebbe al dire che uno non può esser buon appuntatore se non ha fuso il cannone egli stesso! Or dunque, è precisamente…

– Assurdo! replicò Tom Hunter tagliuzzando i braccioli del suo seggiolone a colpi di bowie-knife5, e dappoichè le cose sono giunte a tal segno, più non ci resta che piantar tabacco o distillar olio di balena!

– Come! esclamò J. T. Maston con voce sonora, gli ultimi anni della nostra esistenza non li impiegheremo al perfezionamento delle armi da fuoco! Non si offrirà una nuova occasione di provare la lunghezza de’ nostri tiri! Il lampo de’ nostri cannoni non ci schiarirà più! Non sorgerà una difficoltà internazionale che ci permetta di dichiarara la guerra a qualche potenza transatlantica! I francesi non coleranno a fondo uno solo de’ nostri steamers, e gli inglesi non appiccheranno, ad onta del diritto delle genti, tre o quattro nostri connazionali.

– No, Maston, rispose il colonnello Blomsberry, non avremo questa felicità! No. Non ne nascerà neppure uno di questi incidenti, e, se anche nascesse, non ne profitteremo! La suscettibilità americana si affievolisce di giorno in giorno, e noi faremo ritorno alla connocchia.

– Sì, ci umiliamo! aggiunse Bilsby.

– E ci si umilia! Replicò Tom Hunter.

– Tutto è vero pur troppo, rispose J. T. Maston con nuova veemenza. Ci sono nell’aria mille ragioni di battersi e nol si fa! Si tengono da conto braccia e gambe, e questo a beneficio d’uomini che non sanno trarne profitto! Sentite, senza cercare tanto lontano, un motivo di guerra: l’America del Nord non ha appartenuto un tempo agli Inglesi?

– Senza dubbio, rispose Tom Hunter stuzzicando il fuoco rabbiosamente coll’estremità della sua gruccia.

– Ebbene! riprese J. T. Maston, perchè dunque l’Inghilterra, a sua volta, non apparterrebbe agli Americani?

– Sarebbe pura giustizia, rispose il colonnello Blomsberry.

– Andate a farne la proposta al presidente degli Stati Uniti, esclamò J. T. Maston, e vedrete come vi riceverà!

– Ci riceverà male, mormorò Bilsby fra i quattro denti che aveva salvati dalla battaglia.

– Affè mia, esclamò J. T. Maston, alle prossime elezioni non avrà certo da contare sul mio voto!

– Nè sui nostri, risposero all’unisono que’ bellicosi invalidi. – Intanto, riprese J. T. Maston, e per conchiudere, se non mi si fornisce l’occasione di far le prove del mio nuovo mortaio sopra un vero campo di battaglia, do la mia dimissione di membro del Gun-Club, e corro a seppellirmi nelle savanne dell’Arkansas!

– Noi vi seguiremo, risposero gl’interlocutori dell’audace J. T. Maston.

Ora le cose erano a tal punto, le menti eccitavansi vieppiù, ed il Club era minacciato di una vicina dissoluzione; quando un avvenimento inatteso fu d’ostacolo alla triste catastrofe.

L’indomani di questa conversazione, ciascun membro del circolo riceveva una circolare concepita ne’ termini seguenti:

Baltimora, 3 Ottobre.

«Il presidente del Gun-Club ha l’onore di avvertire i suoi colleghi che nella seduta del 5 corrente egli farà loro una comunicazione di tal natura da impressionarli vivamente. E però li prega di cacciare per poco in disparte qualsiasi altra occupazione, e di accettare l’invito dato colla presente circolare.

Il collega presidente

Impey Barbicane, P. G. C.»

Capitolo 2 Comunicazione del presidente Barbicane.

Il 5 ottobre, alle otto pom., una folla compatta pigiavasi nelle sale del Gun-Club N. 21 Union-Square. Tutti i membri del circolo residenti a Baltimora avevano accettato l’invito del loro presidente. Quanto ai membri corrispondenti, gli express li sbarcavano a centinaia sulle vie della città: e per quanto grande fosse la hall delle sedute, tanto numero di dotti non aveva potuto trovarvi posto; per cui que’ signori rifluivano nelle sale attigue, in fondo a’ corridoi, e perfino nel mezzo delle corti esterne; ivi essi incontravano il popolo minuto che affrettavasi intorno alle porte, tentando ognuno di farsi strada alle prime file, avidi tutti di conoscere l’importante comunicazione del presidente Barbicane; spingendosi, urtandosi, schiacciandosi con quella libertà d’azione speciale alle masse educate colle idee del Self government6. Quella sera uno straniero che si fosse trovato a Baltimora non avrebbe ottenuto, neppure a prezzo d’oro, di aver accesso nella sala maggiore; questa era esclusivamente riservata ai membri residenti in luogo o corrispondenti; nessun altro poteva pigliarvi posto, e le persone più importanti della città, i magistrati del consiglio dei Selectmen7avevano dovuto frammischiarsi alla folla de’ loro amministrati per pigliare al volo le notizie dell’interno.

Intanto l’immensa «hall» offriva agli sguardi un curioso spettacolo. Il vasto locale era maravigliosamente adatto alla sua destinazione. Alte colonne formate di cannoni sovrapposti, ai quali servivano di base grossi mortai, sostenevano le esili armature della volta, veri merletti di ferro fuso. Panoplie di spingarde, di tromboni, d’archibugi, di carabine, d’ogni arma da fuoco antica e moderna, si distendevano sui muri, intrecciandosi fra loro in modo pittoresco. Divampava il gas da un migliaio di revolvers raggruppati a lumiere, e girandole di pistole e di candelabri a foggia di fucili riuniti in fasci compivano la splendida illuminazione. I modelli di cannoni, i saggi di bronzi, i bersagli crivellati, le corazze spezzate dai proiettili del Gun-Club, le varietà di ricalcatoi, di scovoli, rosari di bombe, collane di proiettili, ghirlande di obici, in una parola tutti gli attrezzi dell’artigliere, sorprendevano l’occhio colla loro meravigliosa disposizione, e lasciavano pensare che la loro vera destinazione fosse più decorativa che micidiale. Al posto d’onore vedevasi, custodito in splendida vetrina, un pezzo di culatta, squarciato e contorto dallo sforzo della polvere, prezioso avanzo del cannone di J. T. Maston.

All’estremità della sala, il presidente, assistito da quattro segretarî, occupava un largo spianato. Il suo seggio, posto sopra un affusto cesellato, rappresentava nel suo insieme le forme robuste d’un mortaio di 32 pollici; esso era incavallato sur un angolo di 90 e sospeso su orecchioni, in guisa che il presidente poteva imprimergli, come ai rocking-chairs8, un moto ondulatorio gradevolissimo nei calori estivi. Sulla cattedra, vasta corazza di lamiera sostenuta da sei cannoni, vedevasi un calamaio di squisito disegno, formato da un biscaglino inciso con molta grazia, ed un timbro a detonazione che al bisogno sparava come un revolver. Durante le calorose discussioni, questo campanello di nuova foggia bastava a mala pena per coprire la voce di quella legione d’artiglieri in subbuglio.

Davanti alla cattedra, panchine disposte a zig-zag, come le circonvallazioni di un trincieramento, formavano una successione di bastioni e di cortine, ove pigliavano posto i membri del Gun-Club, e quella sera, si può dirlo, «v’era gente sui bastioni.» Si conosceva abbastanza il presidente per sapere ch’egli non avrebbe disturbato i colleghi senza un motivo della maggiore gravità.

Impey Barbicane era un uomo di quarant’anni, calmo, freddo, austero, di mente seriissima e concentrata; esatto come un cronometro, di eguaglianza d’umore a tutta prova, di carattere irremovibile; sebbene poco cavalleresco, menava una vita avventurosa, portando però sempre idee pratiche perfino nelle sue più temerarie imprese; egli era l’uomo della nuova Inghilterra per eccellenza, il settentrionale colonizzatore, il discendente di quelle Teste-Tonde sì funeste agli Stuardi, e l’implacabile nemico deigentlemen del Sud, antichi Cavalieri della madre patria. In una parola, un Yankee di getto.

Barbicane aveva fatto una fortuna ingente nel commercio dei legnami; nominato direttore dell’artiglieria durante la guerra, si mostrò fecondo d’invenzioni, audace nelle idee, contribuì di molto ai progressi di quest’arma, e diede un incomparabile slancio alle ricerche esperimentali.

Era una persona di media statura, che aveva, per una rara eccezione nel Gun-Club, tutti i suoi membri intatti. I suoi lineamenti pronunciatissimi parevano tracciati colla squadra e col tiralinee, e se è vero che, per indovinare gl’istinti d’un uomo, devesi guardarlo di profilo, Barbicane, così veduto, offriva gl’indizi più certi dell’energia, dell’audacia e del sangue freddo.

In quel momento egli stavasene immobile nel suo seggiolone, muto, preoccupato, collo sguardo raccolto, ricoverato sotto il suo cappello di forma alta, cilindro di seta nera che sembra inchiodato sui cranî americani.

I suoi colleghi cicalavano rumorosamente a lui d’intorno senza distrarlo; dessi interrogavansi, forviavansi nel campo delle supposizioni, esaminavano il loro presidente e cercavano, ma invano, di trovare l’incognita della sua imperturbabile fisionomia.

Quando scoccarono le otto al fulminante orologio della sala maggiore, Barbicane, come se fosse stato spinto da una molla, rizzossi tosto; si stabilì un silenzio generale, e l’oratore con accento enfatico prese la parola in questi termini:

«Bravi colleghi, da troppo tempo già una pace infeconda è venuta ad immergere i membri del Gun-Club in una disperante atonia. Dopo un periodo di alcuni anni, sì ricchi di incidenti, fu d’uopo abbandonare i nostri lavori ed arrestarci di punto in bianco sulla via del progresso. Io non temo di proclamarlo ad alta voce, qualsiasi la guerra che ci rimetterà le armi in pugno sarà bene accolta…

– Sì, la guerra! esclamò l’impetuoso J. T. Maston.

– Ascoltate! ascoltate! si udì ripetere da ogni parte.

– Ma la guerra, disse Barbicane, la guerra è impossibile nelle circostanze attuali, e, checchè possa sperarne il mio onorevole interruttore, lunghi anni passeranno ancora prima che i nostri cannoni tuonino sovra il campo di battaglia. Bisogna dunque rassegnarvisi, e cercare in altro ordine di idee un alimento all’attività che ci divora!»

L’adunanza sentì che il presidente stava per toccare il punto delicato. L’attenzione raddoppiò. «Da varî mesi, miei bravi colleghi, riprese Barbicane, ho chiesto a me stesso se, sempre attenendoci alla nostra specialità, noi non potremmo tentare qualche grande prova degna del secolo decimonono, e se i progressi della balistica non ci permetterebbero di dirizzarla a più alto scopo. Ho dunque cercato, lavorato, calcolato, e da’ miei studî è risultata la convinzione, che noi dobbiamo riuscire in un’impresa che potrebbe sembrare inattuabile a qualsiasi altro paese. Questo piano, elaborato a lungo, costituisce l’argomento della mia comunicazione; è degno di voi, degno del passato del Gun-Club, e non potrà mancare di far chiasso nel mondo!

– Molto chiasso! esclamò un appassionato artigliere.

– Molto chiasso nel vero senso della parola, rispose Barbicane.

– Non interrompete! ripeterono più voci.

– Vi prego dunque, egregi colleghi, ripigliò il presidente, di accordarmi tutta la vostra attenzione.»

Un fremito percorse l’assemblea: Barbicane, cavatosi il cappello dal capo con rapido gesto, continuò il suo discorso con voce pacata:

«Non v’ha alcuno tra voi, onorevoli colleghi, che non abbia veduto la luna, e tanto meno che non ne abbia udito parlare. Non vi sorprenda se qui vengo a intrattenervi dell’astro della notte; forse ci è riserbato di essere il Colombo di questo mondo sconosciuto. Comprendetemi, secondatemi con tutte le vostre forze, io vi guiderò alla sua conquista, ed il suo nome si unirà a quelli dei trentasei stati che costituiscono il gran paese dell’Unione.

– Viva la luna! esclamò il Gun-Club ad una voce.

– Si è molto studiato la luna, riprese Barbicane! la sua massa, la sua densità, il suo peso, il suo volume, la sua costituzione, i suoi movimenti, la sua distanza, la sua parte nel mondo solare sono perfettamente determinati; si sono fatte carte selenografiche con una perfezione che pareggia, se pure non la supera, quella delle carte terrestri; la fotografia ha dato prove d’incomparabile bellezza del nostro satellite9. In una parola, si conosce della luna tutto ciò che le scienze esatte, l’astronomia, la geologia, l’ottica possono apprenderci; ma fino ad oggi non è mai stata stabilita alcuna diretta comunicazione con essa. »

Un violento moto di sorpresa accolse questa frase dell’oratore.

« Permettetemi, egli riprese, di rammentarvi con brevi detti, in qual modo alcune teste calde imbarcate per viaggi immaginarî, pretesero di aver penetrati i secreti del nostro satellite. Nel secolo diciassettesimo, certo Davide Fabricius si vantò di aver veduto co’ proprî occhi gli abitanti della luna. Nel 1649 un francese, Giovanni Baudoin , pubblicò il Viaggio fatto nel mondo della Luna da Domenico Gonzales, avventuriero spagnuolo. In quel torno, Cyrano di Bergerac diede alla luce le celebri spedizioni che fecero tanto rumore in Francia. Più tardi, un altro francese – quella gente si occupava della luna – il noto Fontenelle scrisse La pluralità dei mondi, un capolavoro pel suo tempo; ma la scienza, nel progredire, annichila anche i capolavori! Verso il 1835, un opuscolo tradotto del New-York American raccontò che sir John Herschell, mandato al capo di Buona Speranza per farvi degli studî astronomici, col mezzo di un telescopio perfezionato da una luce interna, aveva ravvisato la luna alla distanza di ottanta yards10. Allora egli avrebbe veduto distintamente delle caverne, nelle quali vivevano ippopotami, verdi montagne adorne di frange d’oro, montoni dalle corna d’avorio, caprioli bianchi, e abitanti con ali membranose come quelle del pipistrello. Questo opuscolo, lavoro di un americano chiamato Locke11, ebbe un esito brillantissimo. Ma in breve fu riconosciuto ch’era una mistificazione scientifica, ed i francesi furono i primi a ridere.

– Ridere di un americano! esclamò J. T. Maston, ma quest’è un casus belli!

– Rassicuratevi, mio degno amico. I francesi, prima di riderne, erano stati perfettamente ingannati dal nostro compatriota. Per terminare il rapido cenno storico, aggiungerò che un certo Hans Pfaal di Rotterdam, slanciandosi in un pallone riempiuto di un gaz estratto dall’azoto e trentasette volte più leggero dell’idrogeno, raggiunse la luna dopo 19 giorni di viaggio. Questa corsa, al pari de’ precedenti tentativi, era semplicemente immaginaria, ma fu l’opera di uno scrittore popolare in America, di un ingegno bizzarro e contemplativo. Ho nominato Poe!

– Viva Edgardo Poe! esclamò all’unisono l’adunanza, infervorata dalle parole del suo presidente.

– Ho finito, riprese Barbicane, con questi tentativi, che chiamerò puramente letterarî, e perfettamente insufficienti per istabilire serie relazioni coll’astro delle notti. Però devo aggiungere che alcune menti pratiche tentarono di mettersi in seria comunicazione con esso. Così, alcuni anni or sono, un geometra tedesco propose di mandare una commissione di dotti nelle steppe della Siberia. Quivi, su estese pianure, dovevansi stabilire immense figure geometriche, disegnate col mezzo di riflettori luminosi, fra i quali il quadrato dell’ipotenusa, volgarmente chiamato il Pont aux ânes dai francesi. Qualsiasi essere intelligente, diceva il geometra, deve comprendere la destinazione scientifica di questa figura. I Luniti12, se esistono, risponderanno con una figura simile, e una volta stabilita la comunicazione, sarà facile il creare un alfabeto che permetterà d’intrattenersi cogli abitanti della luna. » Così diceva il geometra tedesco, ma il suo piano non fu mandato ad esecuzione, nè finora nessun legame diretto è esistito fra la terra e il suo satellite. Ma è riserbato al genio pratico degli Americani di mettersi in comunicazione col mondo sidereo. Il mezzo per aggiungere tale intento è semplice, facile, certo, immancabile e costituisce l’argomento della mia proposta.»

Un frastuono, una salva di esclamazioni accolse queste parole. Non eravi uno fra gli astanti che non fosse compreso, trascinato, trasportato dalle parole dell’oratore.

Udite! udite! Silenzio dunque! esclamarono da ogni banda.

Allorquando l’agitazione generale si fu calmata, Barbicane riprese con voce più pura il suo discorso interrotto:

«Voi sapete, diss’egli, quali progressi ha fatto la balistica da alcuni anni in qua, ed a qual grado di perfezione sarebbero giunte le armi da fuoco, se la guerra fosse continuata. Voi non ignorate neppure che, in un modo generale, la forza di resistenza dei cannoni e la scienza espansiva della polvere sono illimitate. Ebbene! partendo da questo principio, ho chiesto a me stesso se coll’aiuto di un apparecchio sufficiente, stabilito per determinate condizioni di resistenza, non sarebbe possibile di mandare una palla nella luna!»

A queste parole un Oh! di stupore fuggì da mille petti anelanti; poi vi fu un momento di silenzio, simile alla quiete profonda che precede gli scoppî del tuono. E infatti, il tuono scoppiò, ma un tuono d’applausi, di grida, di clamori, che fece tremare la sala della seduta. Il presidente voleva parlare; ma non poteva. Solo dopo dieci minuti riuscì a farsi sentire. «Lasciatemi terminare, egli riprese con freddezza. Ho esaminato la quistione sotto tutte le faccie, l’ho affrontata risolutamente, e da’ miei calcoli indiscutibili risulta che qualsiasi proiettile dotato della velocità iniziale di dodici mila yards13 ogni secondo, e diretto verso la luna, giungerà necessariamente fino ad essa. Ho dunque l’onore di proporvi, miei bravi colleghi, di tentare questo piccolo esperimento!»

Capitolo 3 Effetto della comunicazione Barbicane.

È impossibile il dipingere l’effetto prodotto dalle ultime parole dell’onorevole presidente. Quali grida! quali vociferazioni! qual successione di grugniti, di viva, di hip! hip! hip! e di tutte le onomatopee che abbondano nella lingua americana. Era un disordine, un gridío indescrivibile! Le bocche vociavano, le mani battevano, i piedi facevano scricchiolare il pavimento delle sale. Se tutte le armi di quel museo d’artiglieria avessero sparato nello stesso istante, non avrebbero agitato le onde sonore con violenza maggiore. Ciò non può sorprendere. Vi sono cannonieri che fanno quasi tanto strepito quanto i loro cannoni.

Barbicane conservavasi freddo, impassibile in mezzo a quegli entusiastici clamori; forse egli voleva rivolgere ancora qualche parola ai colleghi, giacchè i suoi gesti reclamarono il silenzio, ed il campanello fulminante ripetè più e più volte le sue violenti detonazioni. Non lo si udì neppure. In pochi secondi e’ fu strappato dal seggio, portato in trionfo, e dalle mani de’ fedeli colleghi passò sulle braccia di una moltitudine non meno commossa.

Nulla può sorprendere un americano. Si è ripetuto spesso che la parola impossibile non era francese; ma al certo ci fu scambio di dizionario. In America tutto è facile, tutto è semplice, e quanto alle difficoltà meccaniche sono morte prima di essere nate. Fra il piano di Barbicane e la sua esecuzione non un solo vero Yankee sarebbesi permesso d’intravedere l’apparenza di una difficoltà. Detto fatto.

La passeggata del presidente si prolungò nella sera. Fu una vera marcia trionfale rischiarata dalle faci. Irlandesi, tedeschi, francesi, scozzesi, tutta la gente diversa di cui componesi la popolazione del Maryland, gridavano nella loro lingua materna, e i viva, i bravo frammischiavansi in un inesprimibile slancio.

Appunto come se avesse compreso che trattavasi di lei, la luna brillava allora con una serena magnificenza, facendo impallidire colla sua intensa irradiazione i fuochi circostanti. Tutti i Yankees dirigevano le pupille verso il disco scintillante; gli uni la salutavano colla mano, gli altri la chiamavano con dolci nomi, questi la misuravano collo sguardo, quelli la minacciavano colle pugna; dalle otto a mezzanotte, un ottico di Yonés Hall-street fece la sua fortuna vendendo occhiali. L’astro della notte era occhieggiato come una lady della scelta società. Gli Americani già lo trattavano con libertà da proprietarî. Pareva che la bionda Febe appartenesse ai nostri audaci conquistatori, e già facesse parte del territorio dell’Unione. Eppure non si trattava ancora che di mandarle un proiettile, modo abbastanza brutale per istringere amicizia anche con un satellite, ma molto in uso nelle nazioni incivilite.

Già era suonata la mezzanotte, e l’entusiasmo non scemava; mantenevasi allo stesso diapason in tutte le classi della popolazione; il magistrato, il dotto, il negoziante, il mercante, il facchino, gli uomini intelligenti come gli uomini verdi14 sentivansi turbati nelle loro fibre più delicate; trattavasi di un’impresa nazionale, e però la città alta, la città bassa, le rive bagnate dalle acque del Patapsco, le navi imprigionate ne’ loro bacini rigurgitavano di una folla ebbra di gioia, di gin e di wisky; ognuno conversava, perorava, discuteva, disputava, approvava, applaudiva, dal gentleman steso con noncuranza sul canapè dei bar-rooms davanti alla sua caraffa di sherry-cobbler15, fino al watermann che ubbriacavasi di rompi-petto16nelle tetre taverne del Fells-Point.

Tuttavia, verso le due, il turbamento si calmò. Il presidente Barbicane potè far ritorno a casa sua, stanco, rotto, madido di sudore. Ercole non avrebbe resistito ad un simile entusiasmo. La calca abbandonò a poco a poco le piazze e le vie. I quattro rail-roads dell’Ohio, di Susquehanna, di Filadelfia e di Washington, che convergono a Baltimora, rimandarono il pubblico ai quattro angoli degli Stati Uniti, e la città riposò in una tranquillità relativa.

D’altra parte sarebbe errore il credere, che durante quella sera memorabile Baltimora fosse l’unica città in preda a siffatta agitazione. Le grandi città dell’Unione, Nuova-York, Boston, Albany, Washington, Richemond, Crescent-City17, Charlestone, la Mobile, dal Texas al Massachusset, dal Michigan alle Floride, tutte pigliavano la loro parte in questo delirio. Infatti, i trentamila corrispondenti del Gun-Club conoscevano la lettera del loro presidente, ed aspettavano con eguale impazienza la famosa comunicazione del 5 ottobre. Per cui, la sera stessa, di mano in mano che le parole sfuggivano dalle labbra dell’oratore, correvano sui fili telegrafici, attraverso gli Stati dell’Unione, con una velocità di dugento quarantottomila e quattrocento quarantasette miglia al minuto secondo18. Si può dunque dire con assoluta certezza che nel medesimo istante gli Stati Uniti d’America, dieci volte più estesi della Francia, mandarono un solo grido di trionfo, e che venticinque milioni di cuori, gonfi d’orgoglio, battevano con pari velocità.

L’indomani, mille e cinquecento giornali quotidiani, ebdomadari, bimestrali e mensili, impadronironsi della quistione; l’esaminarono sotto i suoi diversi aspetti fisici, meteorologici, economici e morali, dal punto di vista della preponderanza politica e della civiltà. Essi domandaronsi se la luna era un mondo compiuto, se più non subiva alcuna trasformazione? Rassomigliava alla terra nel tempo in cui l’atmosfera peranco non esisteva? Quale spettacolo offriva quella faccia invisibile alla sferoide terrestre? Sebbene ancor non si fosse trattato che di mandare una palla all’astro delle notti, tutti vedevano là il punto di partenza di una serie di esperienze; tutti speravano che un giorno l’America penetrerebbe gli ultimi segreti di quel disco misterioso, ed alcuni perfino mostrarono di temere che la sua conquista non turbasse di troppo l’equilibrio europeo.

Discusso il piano, non un giornale esternò un dubbio sulla sua eseguibilità; le raccolte, gli opuscoli, i foglietti, i magazines, pubblicati dalle società scientifiche, letterarie o religiose, ne fecero conoscere i vantaggi, e la Società di storia naturale di Boston, laSocietà americana di scienze ed arti d’Albania, la Società geografica e statistica di Nuova York, la Società filosofica americana di Filadelfia, l'Istituzione Smithoniana di Washington, mandarono in migliaia di lettere le loro felicitazioni al Gun-Club, con offerte immediate di servigi e di denaro.

E però, è lecito dirlo, non mai proposta adunò simile numero di fautori; di esitazioni, di dubbî, d’inquietudini non se ne parlò neppure. Quanto agli scherzi, alle caricature, alle canzoni che in Europa, e specialmente in Francia, avrebbero accolto l’idea di mandare un proiettile alla luna, sarebbero ricaduti a danno del loro autore; tutti i life-preservers19 del mondo sarebbero stati impotenti a preservarlo contro la comune indegnazione. Vi sono alcune cose di cui non è lecito ridere nel nuovo mondo.

Impey Barbicane divenne dunque, a cominciare da quel giorno, uno dei maggiori cittadini degli Stati Uniti, presso a poco un Washington della scienza, ed un aneddoto, tra i molti, mostrerà fino a qual segno spingevasi quest’infeudamento subitaneo di un popolo ad un uomo.

Alcuni giorni dopo la famosa seduta del Gun-Club, il direttore di una compagnia inglese annunziò al teatro di Baltimora la rappresentazione di Much ado about nothing20, ma la popolazione della città, vedendo in questo titolo un’allusione offensiva alle idee del presidente Barbicane, invase la sala, spezzò le panchine, e costrinse il disgraziato direttore a cambiare l’avviso. Questi, da uomo di spirito, piegando dinanzi alla publica volontà, surrogò la malcapitata commedia con As you like it21, e per molte settimane fece larghi incassi.

Capitolo 4 Risposta dell'osservatorio di Cambridge.

Però, in mezzo alle ovazioni di cui era fatto segno, Barbicane non volle perdere un istante. Prima sua cura fu di riunire i colleghi negli ufficî del Gun-Club. Quivi, dopo molte discussioni, si convenne di consultare gli astronomi sulla parte astronomica dell’impresa; conosciuta che fosse la risposta, discuterebbesi allora sui mezzi meccanici, e nulla verrebbe trascurato per assicurare l’esito di questo grande esperimento.

Una nota espressa in chiarissimi termini, e contenente speciali domande, fu dunque redatta e presentata all’Osservatorio di Cambridge, nel Massachussets. Questa città, dove fu fondata la prima università degli Stati Uniti, è appunto celebre pel suo Osservatorio astronomico. Ivi trovansi adunati dotti di moltissima vaglia; ivi funziona il potente cannocchiale che permise a Bond di risolvere la nebulosa d’Andromeda, ed a Clarke di scoprire il satellite di Sirio. Questo celebre Istituto giustificava dunque per tutti i rapporti la fiducia del Gun-Club. Due giorni dopo, la risposta, attesa con tanta impazienza giungeva nelle mani del presidente Barbicane.

Era in questi termini:

Il Direttore dell’Osservatorio di Cambridge al Presidente del Gun-Club, a Baltimora.

Cambridge, 7 ottobre.

«Appena ricevuta la vostra pregiata lettera del 6 corrente, diretta all’Osservatorio di Cambridge a nome dei componenti del Gun-Club di Baltimora, i nostri membri si sono immediatamente riuniti, ed hanno reputato conveniente di rispondere come segue:

Le domande che sono state fatte sono queste:

1.° È possibile di mandare un proiettile nella luna?

2.° Qual è la esatta distanza che separa la terra dal suo satellite?

3.° Quale sarà la durata del tragitto del proiettile cui sarà stato impressa una velocità iniziale sufficiente, e per conseguenza in qual momento si dovrà lanciare perchè incontri la luna in un punto determinato?

4.° In qual momento preciso la luna si presenterà nella posizione più favorevole per essere raggiunta dal proiettile?

5.° Qual punto del cielo si dovrà mirare col cannone destinato a lanciare il proiettile?

6.° Qual parte occuperà la luna nel cielo nel momento in cui partirà il proiettile? Sulla prima domanda: È possibile di mandare un proiettile alla luna?

Sì, è possibile di mandare un proiettile nella luna, se si giunge ad imprimere a questo proiettile una velocità iniziale di dodici mila iardi al secondo. Il calcolo dimostra che questa velocità è sufficiente. Di mano in mano che si aumenta la lontananza dalla terra, l’azione del peso diminuisce in ragione inversa del quadrato della distanza, e cioè: per una distanza tre volte maggiore questa azione è nove volte meno forte. E però la pesantezza della palla decrescerà rapidamente, e finirà coll’annullarsi completamente nel momento in cui l’attrazione della luna farà equilibrio a quella della terra, cioè ai quarantasette cinquantaduesimi del tragitto. In tal momento il proiettile non peserà più, e, se varcherà questo punto, cadrà sulla luna per solo effetto dell’attrazione lunare. La possibilità teorica dell’esperienza è dunque assolutamente dimostrata: quanto alla riuscita, dipende unicamente dalla potenza della macchina adoperata.

Sopra la seconda domanda: Qual è la esatta distanza che separa la terra dal suo satellite?

La luna non descrive già una circonferenza intorno alla terra, ma un’ellisse del quale il nostro globo occupa un foco; da ciò la conseguenza che la luna trovasi ora più vicina alla terra, ora più lontana o, in linguaggio astronomico, ora nel suo apogeo, ora nel suo perigeo. Onde la differenza tra la distanza maggiore e la minima è abbastanza considerevole, perchè non si debba trascurarla. Infatti, nel suo apogeo la luna è a duecentoquarantasette mila e cinquecentocinquantatre miglia (99,640 leghe di 4 chilometri), e nel suo perigeo a duegentodiciottomila e seicentocinquantasette miglia soltanto (88,010 leghe), ciò che costituisce una differenza di ventottomila e ottocentonovantacinque miglia (11,630 leghe), o più del nono dello spazio percorso. È dunque la distanza perigea della luna che vuolsi far servire di base ai calcoli.

Sulla terza domanda: Quale sarà la durata del tragitto del proiettile a cui sarà stata impressa una celerità iniziale sufficiente, e, per conseguenza, in qual momento si dovrà lanciare perchè incontri la luna in un punto determinato?

Se la palla conservasse indefinitamente la velocità iniziale di dodicimila iardi al secondo, che le sarà stata impressa alla sua partenza, non impiegherebbe che nove ore circa per giungere alla sua meta; ma siccome questa velocità iniziale andrà continuamente decrescendo, ne risulta, esaminati tutti i calcoli, che il proiettile impiegherà trecento mila secondi, e cioè ottantotto ore e venti minuti per arrivare al punto dove le attrazioni terrestre e lunare si equilibrano, e da tal punto cadrà sulla luna in cinquantamila secondi, o tredici ore, cinquantatre minuti e venti secondi. Converrà dunque di lanciarlo novantasette ore, tredici minuti e venti secondi prima dell’arrivo della luna al punto stabilito.

Sulla quarta domanda: In qual momento preciso si presenterà la Luna nella posizione più favorevole per essere raggiunta dal proiettile?

In relazione a quanto si è detto più sopra, è necessario dapprima scegliere il tempo in cui la Luna sarà nel suo perigeo, e nello stesso tempo passerà allo zenit della nostra posizione; ciò che diminuirà ancora il percorso di una distanza uguale al raggio terrestre, cioè tremila e novecento diciannove miglia, di maniera che il tragitto definitivo sarà di dugentoquattordicimila e novecentosettantasei miglia (86,410 leghe). Ma, se ogni mese la Luna passa al suo perigeo, essa non si trova sempre allo zenit in tal momento. Non presentasi in queste due condizioni che a lunghi intervalli. Bisognerà dunque aspettare la coincidenza del passaggio al perigeo ed allo zenit. Ora, per una fortunata circostanza, il 4 dicembre dell’anno prossimo, la Luna offrirà queste due condizioni: a mezzanotte sarà nel perigeo, cioè alla più breve distanza dalla Terra, e passerà al tempo stesso allo zenit.

Sulla quinta domanda: Qual punto del cielo si dovrà mirare col cannone destinato a lanciare il proiettile?

Ammesse le precedenti osservazioni, il cannone dovrà essere appuntato allo zenit22 del luogo; in tal guisa il tiro sarà perpendicolare al piano dell’orizzonte, ed il proiettile si sottrarrà più rapidamente agli effetti dell’attrazione terrestre. Ma, affinchè la luna salga allo zenit d’un luogo bisogna che questo luogo non sia più alto in latitudine della declinazione di questo astro, o per dire altrimenti, che sia compreso fra lo 0° ed il 28° di latitudine settentrionale o meridionale23. In qualsiasi altro luogo, il tiro dovrebbe essere necessariamente obliquo, ciò che nuocerebbe alla riuscita dell’esperimento.

Sulla sesta domanda: Qual posto occuperà la Luna nel cielo al momento in cui partirà il proiettile?

Nel momento in cui il proiettile sarà lanciato nello spazio, la Luna, che ogni giorno s’avanza tredici gradi, dieci minuti e trentacinque secondi, deve trovarsi lontana dal punto zenitale quattro volte questo numero, ossia cinquantadue gradi, quarantadue minuti e venti secondi, spazio corrispondente al cammino che ella farà durante tutto il tragitto del proiettile. Ma siccome vuolsi parimenti tener conto della deviazione che farà subire alla palla il movimento di rotazione della Tera, e siccome la palla non giungerà alla Luna che dopo aver deviato di una distanza uguale a sedici raggi terrestri, che contati sull’orbita della Luna fanno circa undici gradi, devonsi aggiungere questi undici gradi a quelli che esprimono il già menzionato ritardo della Luna, ossia sessantaquattro gradi, cifra tonda. E però, al momento del tiro, il raggio visuale diretto alla Luna farà colla verticale del luogo un angolo di sessantaquattro gradi.

Tali sono le risposte alle domande state fatte all’Osservatorio di Cambridge dai membri del Gun-Club.

Riassumendo:

1.° Il cannone dovrà essere posto in un paese discosto fra 0° e 28° di latitudine settentrionale o meridionale.

2.° Dovrà essere appuntato allo zenit del luogo.

3.° Il proiettile dovrà essere animato di una velocità iniziale di dodici mila iardi al secondo.

4.° Dovrà essere lanciato il 1.° dicembre del prossimo anno, alle undici ore, meno tredici minuti e venti secondi.

5.° Incontrerà la Luna quattro giorni dopo la sua partenza, il 4 dicembre a mezzodì preciso, nel momento in cui essa passerà allo zenit.

I membri del Gun-Club devono dunque incominciare senza ritardo i lavori necessari per una impresa simile ed essere pronti ad operare al momento prefisso, chè, se lasciassero trascorrere il 4 dicembre, non ritroverebbero la Luna nella medesima condizione di perigeo e di zenit che diciott’anni e undici giorni dopo.

L’ufficio dell’Osservatorio di Cambridge si pone interamente a loro disposizione per le questioni d’astronomia teorica, e colla presente unisce le sue felicitazioni a quelle dell’America intera.

Per l’Osservatorio:

I. M. BELFAST

"Direttore dell’Osservatorio di Cambridge."

Capitolo 5 Il romanzo della Luna

Un osservatore dotato di vista acutissima, e posto in quel centro sconosciuto intorno al quale gravita il mondo, avrebbe veduto miriadi d’atomi riempire lo spazio nell’epoca antica dell’universo. Ma a poco a poco, coll’andare dei secoli, avvenne un cambiamento: una legge di attrazione si manifestò, alla quale obbedirono gli atomi erranti fino allora; questi atomi si combinarono chimicamente secondo le loro affinità, si fecero molecole e formarono quelle masse nebulose di cui sono cosparse le profondità del cielo.

Tali masse furono tosto animate da un movimento di rotazione intorno al loro punto centrale. Questo centro formato di molecole vaghe, cominciò a girare sopra sè stesso condensandosi progressivamente; del resto, secondo le leggi immutabili della meccanica, di mano in mano che il suo volume diminuiva per la condensazione, il suo moto di rotazione acceleravasi, e col persistere di questi effetti ne risultò una stella principale, centro delle masse nebulose.

Guardando attentamente, l’osservatore avrebbe allora veduto le altre molecole della massa comportarsi come la stella centrale, condensarsi a lor modo con un moto di rotazione progressivamente eccelerato, e gravitare intorno ad essa sotto forma di stelle innumerevoli. La nebulosa, di cui gli astronomi contano attualmente quasi cinquemila, era formata.

Tra queste cinquemila nebulose, ve ne ha una che gli uomini hanno chiamato la Via lattea24, che contiene diciotto milioni di stelle, ciascuna delle quali è diventata il centro di un mondo solare.

Se l’osservatore avesse allora specialmente esaminato, tra questi diciotto milioni d’astri uno dei più modesti e meno brillanti25, una stella di quarto ordine, quella che orgogliosamente si chiama il Sole, tutti i fenomeni ai quali è dovuta la formazione dell’universo si sarebbero successivamente compiuti a’ suoi occhi.

Infatti questo Sole, ancora allo stato gazoso e composto di molecole mobili, esso l’avrebbe veduto girante sopra il suo asse per compiere il suo lavoro di concentrazione. Questo movimento, fedele alle leggi della meccanica, sarebbesi accelerato colla diminuzione di volume, e sarebbe giunto un momento in cui la forza centrifuga l’avrebbe vinta sulla forza centripeta, che tende a respingere le molecole verso il centro. Allora un altro fenomeno sarebbe accaduto dinanzi agli occhi dell’osservatore, e le molecole situate nel piano dell’equatore, sfuggendo come la pietra di una fionda la cui corda si spezzi d’improvviso, sarebbe andata a formare intorno al Sole parecchi anelli concentrici, simili a quello di Saturno. A loro volta, questi anelli di materia cosmica, presi da un movimento di rotazione intorno alla massa centrale, si sarebbero spezzati e decomposti in nebulosità secondarie, cioè in pianeti.

Se l’osservatore avesse allora concentrata tutta la sua attenzione sopra questi pianeti, e’ li avrebbe veduti comportarsi esattamente come il Sole e dare origine ad uno o più anelli cosmici, origini di questi astri di ordine inferiore che si chiamano satelliti.

Così dunque risalendo dall’atomo alla molecola, dalla molecola alla massa nebulosa, dalla massa nebulosa alla nebulosa, dalla nebulosa alla stella principale, dalla stella principale al Sole, dal Sole al pianeta, e dal pianeta al satellite, si ha tutta la serie delle trasformazioni subìte dai corpi celesti nei primi giorni del mondo.

Il Sole sembra perduto nelle immensità del mondo stellare, e tuttavia è riunito dalle teorie attuali della scienza alla nebulosa della Via lattea. Centro d’un mondo, per quanto piccolo sembri in mezzo alle regioni eteree, nullameno è enorme, giacchè il suo volume è trecentocinquantamila volte quello della terra. Intorno a lui gravitano otto pianeti, usciti dalle sue viscere fino dai primi tempi della creazione. Sono questi, incominciando dal più vicino di tali astri al più lontano, Mercurio, Venere, la Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Inoltre, fra Marte e Giove circolano regolarmente altri corpi meno considerevoli, forse gli avanzi erranti di un astro frammentato in più migliaia di pezzi, de’ quali, fino ad oggi, il telescopio ne ha riconosciuti novantasette26.

Tra questi servitori che il Sole mantiene nella loro orbita elittica mediante la gran legge della gravitazione, alcuni possedono a loro volta de’ satelliti. Urano ne ha otto, Saturno otto, Giove quattro, Nettuno tre, forse, la Terra uno; quest’ultimo, uno dei meno importanti del mondo solare, si chiama Luna, ed è lui che il genio audace degli Americani pretendeva di conquistare.

L’astro delle notti, per la sua vicinanza relativa e lo spettacolo rapidamente rinnovato delle sue fasi diverse, a bella prima ha diviso col Sole l’attenzione degli abitanti della Terra; ma il Sole stanca lo sguardo e gli splendori della sua luce obbligano i contemplatori a chinare gli occhi.

La bionda Febe, all’incontro più umana, si compiace di lasciarsi vedere nella sua grazia modesta; ell’è dolce all’occhio, poco ambiziosa; però si permette talvolta di eclissare il fratello, il radiante Apollo, senza mai essere eclissata da lui. I Maomettani hanno compreso la riconoscenza che dovevano a questa fedele amica della Terra, ed hanno regolato i loro mesi sopra le sue rivoluzioni27. I primi popoli professarono un culto particolare alla casta dea. Gli egiziani la chiamavano Iside, i Fenicî Astarte, i Greci l’adorarono sotto il nome di Febe, figlia di Latona e di Giove, e spiegavano i suoi eclissi colle visite misteriose di Diana al bell’Endimione. se vuolsi prestar fede alla leggenda mitologica, il leone di Nemea percorse le campagne della Luna prima della sua apparizione sulla Terra, ed il poeta Ayesianax, citato da Plutarco, celebrò ne’ suoi versi i dolci occhi, il naso vezzosino e la bocca gentile, formati dalle parti luminose dell’adorabile Selene.

Ma se gli antichi compresero bene il carattere, il temperamento, in una parola le qualità morali della Luna dal punto di vista mitologico, i più dotti fra essi rimasero ignorantissimi in selenografia.

Nulladimeno, alcuni astronomi de’ tempi remoti scoprirono certe particolarità, confermate oggi dalla scienza. Se gli Arcadi pretesero di aver abitato la Terra in un’epoca in cui la Luna non esisteva ancora, se Semplicio la credette immobile ed assicurata alla vôlta di cristallo, se Tazio la considerò come un frammento staccato dal disco solare, se Cleareo, discepolo d’Aristotile, ne fece uno specchio terso nel quale riflettevansi le immagini dell’Oceano, se altri infine non videro in essa che un ammasso di vapori esalati dalla Terra, od un globo metà fuoco e metà ghiaccio, che girava sopra sè stesso, alcuni sapienti, in virtù di sagaci osservazioni, in mancanza d’istrumenti d’ottica, presentirono la maggior parte delle leggi che reggono l’astro delle notti. Così Talete di Mileto, 460 anni avanti G.C., emise il parere che la Luna fosse illuminata dal Sole. Aristarco di Samo diede la vera spiegazione delle sue fasi. Cleomene insegnò ch’essa brillava di una luce riflessa. Il caldeo Beroso scoperse la durata del suo movimento di rivoluzione, e spiegò in tal modo il fatto che la Luna presenta sempre la stessa faccia. Infine Ipparco, due secoli prima dell’era cristiana, riconobbe alcune ineguaglianze nei moti apparenti del satellite della Terra.

Queste diverse osservazioni si confermarono in seguito e furono di profitto ai nuovi astronomi. Tolomeo nel secolo secondo, l’arabo Abul-Feda nel decimo, completarono le osservazioni d’Ipparco sulle inuguaglianze che subisce la Luna seguendo la linea ondulata della sua orbita sotto l’azione del Sole. Poi Copernico28, nel quindicesimo secolo, e Tycho Brahe nel sedicesimo, esposero completamente il sistema del mondo e la parte che rappresenta la Luna nell’insieme dei corpi celesti.

A quest’epoca i suoi movimenti erano pressochè determinati, ma poco sapevasi della sua costituzione fisica; fu allora che Galileo spiegò i fenomeni di luce prodotti in certe fasi dall’esistenza di montagne alle quali attribuì un’altezza media di quattromila e cinquecento tese.

Dopo di lui Hevelius, astronomo di Danzica, diminuì le maggiori altezze a duemila e seicento tese; ma il suo collega Riccioli le riportò a settemila.

Herschel, alla fine del diciottesimo secolo, armato d’un potente telescopio, diminuì d’assai le misure precedenti. E’ diede mille e novanta tese alle montagne più alte e ridusse le medie delle diverse altezze a quattrocento tese soltanto. Ma Herschel sbagliavasi ancora, e ci vollero le osservazioni di Schrœter, Lonville, Halley, Nosmyth, Bianchini, Pastorf, Lohrman, Gruithuysen, e soprattutto i pazienti studi dei signori Beer e Mœdeler, per risolvere definitivamente la questione. Grazie a questi dotti, l’altezza delle montagne della Luna è oggi perfettamente conosciuta. I signori Beer e Mœdeler hanno misurato mille e novecentocinque altezze, sei delle quali sono al disopra di duemila e seicento tese, e ventidue al disopra di duemila e quattrocento29.

La loro più alta vetta domina di tremila e ottocento e una tesa la superficie del disco lunare.

Nello stesso tempo completavasi il riconoscimento della Luna; questo astro sembrava crivellato di crateri, e la sua natura essenzialmente vulcanica confermavasi ad ogni osservazione. Dal difetto di rifrazione nei raggi dei pianeti da lui occultati, concludesi che l’atmosfera doveva mancarle quasi assolutamente. Quest’assenza d’aria trae seco l’assenza d’acqua. Appariva quindi manifesto che i seleniti, per vivere in tali condizioni, dovevano avere un’organizzazione speciale, e differire singolarmente dagli abitanti della Terra.

Infine, in virtù di nuovi metodi, gl’istrumenti più perfezionati esaminarono la Luna senza tregua, non lasciando inesplorato un solo punto della sua faccia, e tuttavia il suo diametro è di duemila e centocinquanta miglia30, la sua superficie è la tredicesima parte della superficie del globo31, il suo volume la quarantanovesima parte del volume della sferoide terrestre! ma nessuno de’ suoi segreti poteva sfuggire all’occhio degli astronomi, e questi scienziati portarono ancora più lungi le loro prodigiose osservazioni.

E però osservarono che, durante il plenilunio, il disco mostravasi in certe parti rigato di linee bianche, e durante le fasi rigato di linee nere. Studiando con maggior precisione, giunsero a rendersi esatto conto della natura di queste linee. Erano solchi lunghi e stretti, scavati fra orli paralleli che generalmente mettevano capo ai contorni dei crateri; avevano una lunghezza compresa fra dieci e cento miglia ed una larghezza di ottocento tese. Gli astronomi le chiamarono scanalature, ma tutto ciò che essi seppero fare fu di così chiamarle.

Quanto al sapere se tali scanalature fossero letti disseccati di antichi fiumi o no, non poterono asseverarlo in modo completo. Laonde gli Americani speravano di poter ben determinare un giorno o l’altro questo fatto geologico. Essi riserbavansi parimenti di riconoscere questa serie di bastioni paralleli scoperti alla superficie della Luna da Gruithuysen, dotto professore di Monaco, che la considerò come un sistema di fortificazioni innalzate dagli ingegneri seleniti. Questi due punti ancora oscuri, e molti altri senza dubbio, non potevano essere definitivamente chiariti se non dopo una comunicazione diretta colla Luna.

Quanto all’intensità della sua luce, non c’è più nulla da apprendere in proposito; sapevasi che è trecentomila volte più debole di quella del Sole, che il suo calore non ha azione apprezzabile pei termometri; quanto al fenomeno conosciuto sotto il nome di luce cinerea si spiega naturalmente coll’effetto dei raggi del Sole rimandati dalla Terra alla Luna, e che pare completino il disco lunare quando questi si presenta sotto la forma della prima e dell’ultima fase.

Le cognizioni acquistate sul satellite della Terra erano a tal punto, quando il Gun-Club si proponeva di completarle sotto tutti i punti di vista, cosmografici, geologici, politici e morali.

Capitolo 6 Cio' che non è più possibile d'ignorare e cio' che non è più permesso di credere negli Stati Uniti.

La proposta di Barbicane aveva avuto per esito immediato di rimettere all’ordine del giorno tutti i fatti astronomici relativi all’astro delle notti. Ognuno si pose a studiarlo assiduamente. Sembrava che la Luna apparisse per la prima volta sull’orizzonte e che nessuno l’avesse peranco veduta nel cielo. Diventò di moda, senza per questo parere meno modesta, e pigliò posto tra le «stelle» senza dar a vedere maggior orgoglio. I giornali ravvivarono i vecchi aneddoti dei quali questo «Sole dei lupi» rappresentava una parte; essi ricordarono le influenze attribuitegli dall’ignoranza della prima età; essi la cantarono su tutti i toni, poco mancava che non citassero i suoi motti spiritosi; l’America intera fu invasa da Selenomania.

Da parte loro le riviste scientifiche trattarono più specialmente le quistioni che si riferivano all’impresa del Gun-Club. La lettera dell’Osservatorio di Cambridge fu da quelle pubblicata, comentata ed approvata senza riserva.

Alle corte, non fu più permesso, neppure al meno letterato degli Yankees, d’ignorare un solo dei fatti relativi al satellite, nè alla più ignorante delle vecchie mistress di ammettere ancora superstiziosi errori sul suo conto. La scienza li imbeveva sotto tutte le forme: essa penetrava loro dagli occhi e dalle orecchie; era impossibile d’essere un asino… in astronomia.

Fino allora molti ignoravano in qual modo si fosse potuto calcolare la distanza che separa la Luna dalla Terra. Ci fu chi profittò della circostanza per apprendere loro che tale distanza ottenevasi colla misura della parallasse della Luna. Se pareva che la parola parallasse li sorprendesse, diceva loro ch’è l’angolo formato da due linee rette condotte da ogni estremità dal raggio terrestre fino alla Luna. Se dubitavano della perfezione di questo metodo, provava loro immediatamente che non solo questa distanza media era di dugentotrentaquattro mila e trecentoquarantasette miglia (94,330 leghe), ma inoltre che gli astronomi non si sbagliavano di settanta miglia (30 leghe).

A coloro che non erano addimesticati coi movimenti della Luna, i giornali dimostravano quotidianamente ch’essa possiede due movimenti distinti, il primo detto di rotazione sopra un asse, il secondo detto di rivoluzione intorno alla Terra, che ambi si compiono in un tempo uguale, cioè ventisette giorni ed un terzo32. Il movimento di rotazione è quello che crea il giorno e la notte sulla superficie della Luna; v’ha soltanto un giorno, v’ha soltanto una notte ogni mese lunare, e durano ciascuno trecentocinquantaquattro ore ed un terzo. Ma, per buona ventura, la faccia rivolta verso il globo terrestre è da lui illuminata con un’intensità uguale alla luce di quattordici lune. Quanto all’altra faccia, sempre invisibile, ha naturalmente trecentocinquantaquattro ore di una notte assoluta, temperata soltanto dalla «pallida luce che cade dalle stelle». Questo fenomeno è dovuto unicamente alla particolarità, che i movimenti di rotazione e di rivoluzione vi si compiono in un tempo rigorosamente eguale, fenomeno comune, secondo Cassini ed Herschel, ai satelliti di Giove, e molto probabilmente a tutti gli altri satelliti.

Alcuni animi ben disposti, ma un po’ restii, non comprendevano a prima giunta che, se la Luna mostrava invariabilmente la stessa faccia alla Terra durante la sua rivoluzione, gli è che nello stesso spazio di tempo faceva un giro sopra sè stessa. A coloro dicevasi: – «Andate nelle vostre sale da pranzo, e girate intorno alla tavola in modo da guardarne sempre il centro; quando la passeggiata circolare sarà finita, avrete fatto un giro sopra voi stesso, poichè il vostro occhio avrà percorso successivamente tutti i punti della sala. Ebbene! la sala è il cielo, la tavola è la Terra e la Luna siete voi!» – E se ne andavano soddisfatti del paragone.

Così dunque la Luna mostra di continuo la stessa faccia alla Terra; tuttavia, per essere esatto, vuolsi aggiungere che, per effetto di un certo ondeggiamento dal nord al sud e dall’ovest all’est, chiamato «librazione» essa lascia scorgere un poco più della metà del suo disco, e cioè i cinquantasette centesimi circa.

Allorchè gl’ignoranti ne sapevano quanto il direttore dell’Osservatorio di Cambridge sul movimento di rotazione della Luna, essi davansi molto pensiero del suo moto di rivoluzione intorno alla Terra, e venti riviste scientifiche eransi brigate subito di istruirli. Questi tali venivano allora a conoscere che il firmamento, colla sua infinità di stelle, può essere considerato come un vasto quadrante sul quale la Luna viaggia indicando l’ora vera a tutti gli abitanti della Terra! essere in questo movimento che l’astro delle notti presenta le sue diverse fasi; che la Luna è piena quando è in opposizione col Sole, cioè allora che i tre astri sono sulla stessa linea, colla Terra nel mezzo; che la Luna è nuova quand’è in congiunzione col Sole, cioè quando trovasi tra la Terra e lui; infine che la Luna è nel primo o nell’ultimo quarto quando fa col Sole o colla Terra un angolo retto di cui essa occupa il vertice.

Alcuni Yankees perspicaci ne facevano derivare la conseguenza che gli eclissi non potevano aver luogo se non nelle epoche di congiunzione od opposizione, e ragionavano a dovere. In congiunzione, la Luna può eclissare il Sole, mentre in opposizione è la Terra che può eclissarlo a sua volta, e se questi eclissi non accadono due volte ogni periodo lunare, è perchè il piano secondo il quale si move la Luna è inclinato sull’eclittica, o con altre parole, sul piano secondo cui movesi la Terra.

Quanto all’altezza cui può giungere l’astro delle notti al disopra dell’orizzonte, la lettera dell’Osservatorio di Cambridge aveva detto tutto su questo riguardo. Ognuno sapeva che l’altezza varia secondo la latitudine del luogo ove la si osserva. Ma le sole zone del globo per le quali la Luna passa allo zenit, cioè viene a porsi direttamente al disopra della testa de’ suoi contemplatori, sono necessariamente comprese tra i ventottesimi paralleli e l’equatore. Da ciò la raccomandazione importante di tentare l’esperienza sovra un punto qualunque di questa parte del globo, affinchè il proiettile potesse essere lanciato perpendicolarmente e sfuggire così più presto all’azione del peso. Era questa una condizione essenziale pel buon esito dell’impresa, nè lasciava di preoccupare vivamente la pubblica opinione.

Quanto alla linea seguita dalla Luna nella sua rivoluzione intorno alla Terra, l’Osservatorio di Cambridge avea reso noto bastantemente, anche agli ignoranti di tutti i paesi, che questa linea è una curva rientrante, non un cerchio, sibbene un’elisse, un foco delta quale è occupato dalla Terra. Tali orbite elittiche sono comuni a tutti i pianeti, del pari che a tutti i satelliti, e la meccanica razionale prova rigorosamente che non potrebbe essere altrimenti. Era ben inteso che la Luna nel suo Apogeo si trovasse più lontana dalla Terra, e più vicina nel perigeo.

Ecco dunque ciò che, volere o non volere, sapeva ogni americano, ciò che a nessuno era lecito d’ignorare. Ma se questi veri principii si fanno rapidamente volgari, molti errori, certi timori illusorii sono meno facili da sradicarsi.

Epperò alcune buone persone, per esempio, sostenevano che la Luna fosse un’antica cometa, la quale, percorrendo la sua orbita allungata intorno al Sole, passò vicino alla Terra e si trovò trattenuta nel suo circolo d’attrazione. Tali astronomi da conversazione pretendevano spiegare così l’aspetto rossiccio della Luna, sventura irreparabile che essi rimproveravano all’astro raggiante. Soltanto, quando facevasi loro osservare che le comete hanno un’atmosfera e che la Luna ne ha poca o non affatto, essi rimanevano imbarazzati nel rispondere.

Altri, appartenenti alla schiatta dei paurosi, manifestavano certi timori riguardo alla Luna. Avevano inteso dire che, in seguito alle osservazioni fatte al tempo de’ Califfi, il suo moto di rivoluzione si accelerava in una certa misura; ne conchiudevano, per altro con molta logica, che ad un acceleramento di moto dovesse corrispondere una diminuzione nella distanza dei due astri, e che, prolungandosi all’infinito questo doppio effetto, la Luna finirebbe un giorno a cadere sulla Terra. Nulladimeno dovettero rinfrancarsi e cessar di temere per le generazioni future, quando si apprese loro che, secondo i calcoli di Laplace, illustre matematico francese, questo acceleramento di moto racchiudesi in limiti ristrettissimi, e che una diminuzione proporzionale non tarderà a succedervi. Laonde l’equilibrio del mondo solare non poteva essere turbato nei secoli futuri.

Rimaneva in ultimo luogo la classe superstiziosa degli ignoranti: costoro non si contentano d’ignorare ciò che è; essi sanno ciò che non è, e a proposito della Luna la sanno lunga. Taluni consideravano il suo disco come un terso specchio, col mezzo del quale era possibile vedersi dai diversi punti della Terra e comunicarsi scambievolmente i propri pensieri. Gli altri pretendevano che sopra mille lune nuove osservate, novecentocinquanta avessero data occasione a notevoli turbamenti sopra la Terra, quali sarebbero cataclismi, rivoluzioni, terremoti, diluvio, ecc.: dessi credevano dunque all’influenza misteriosa dell’astro della notte sugli umani destini: lo ritenevano come il «vero contrappeso» dell’esistenza; pensavano che ogni selenite era unito a ciascun abitante della Terra da un legame simpatico; col dottor Mead sostenevano che il sistema vitale le è interamente sottomesso, pretendendo, senza cedere di un punto, che i bambini nascono specialmente durante la luna nuova, e le bambine durante l’ultimo quarto, ecc, ecc.: ma infine si dovette rinunziare a questi volgari errori, ritornare alla sola verità, e se la Luna, spoglia della sua influenza perdette tutti i poteri sull’animo di certi cortigiani, se alcuni le voltarono le spalle, la grande maggioranza si pronunziò per lei. Quanto agli Yankees, più non ebbero altra ambizione che di pigliare possesso di questo nuovo continente degli spazî, e d’inalberare sulla sua più alta vetta lo stendardo stellato degli Stati Uniti d’America.

Capitolo 7 L'inno della palla da cannone.

Nella sua memorabile lettera del 7 ottobre, l’Osservatorio di Cambridge aveva decisa la questione dal punto di vista astronomico; si trattava ormai di risolverla meccanicamente. Sotto tale aspetto, le difficoltà pratiche sarebbero state per sè insuperabili in qualsiasi altro paese che l’America: quivi fu un puro gioco.

Senza perder tempo, il presidente Barbicane aveva nominato in seno al Gun-Club un Comitato d’esecuzione. Questo Comitato doveva, in tre sedute, chiarire le tre grandi questioni: del cannone, del proiettile e delle polveri. Fu composto di quattro membri espertissimi, dottissimi in materia. Barbicane, con voto preponderante in caso di divisione, il generale Morgan, il maggiore Elphiston, ed infine l’inevitabile J. T. Maston, a cui furono affidate le funzioni di segretario relatore.

Il giorno 8 ottobre, il Comitato si radunò dal presidente Barbicane, Republican-Street, n. 3. Siccome era importante che lo stomaco non venisse a turbare colle sue grida così seria discussione, i quattro membri del Gun-Club presere posto ad una tavola coperta di sandwiches e di cogome da tè considerevoli. Tosto J. T. Maston assicurò la penna al suo appiccàgnolo di ferro, e la seduta cominciò.

Barbicane prese la parola:

«Miei cari colleghi, diss’egli, noi dobbiamo risolvere uno de’ più importanti problemi della balistica, la vera dottrina del moto dei proiettili, cioè dei corpi lanciati nello spazio da una forza d’impulso qualsiasi, poi abbandonati a sè stessi.

– Oh! la balistica, la balistica! esclamò J. T. Maston con voce commossa.

– Sarebbe forse parso più logico, riprese Barbicane, di consacrare questa prima seduta alla discussione sulla macchina di lanciare.

– Certo, rispose il generale Morgan.

– Tuttavia, riprese Barbicane, dopo matura riflessioni, mi è sembrato che la questione del proiettile debba avere la preminenza su quella del cannone, e che le dimensioni di questo debbano dipendere dalle dimensioni di quello.

– Domando la parola, esclamò J. T. Maston.

La parola gli fu accordata con quella deferenza che meritavasi il suo magnifico passato.

«Bravi amici, diss’egli con voce ispirata, il nostro presidente ha ragione di attribuire l’importanza maggiore alla quistione del proiettile! Questa palla che noi stiamo per lanciare nella luna è il nostro messaggero, il nostro ambasciatore, e vi chiedo licenza di considerarlo da un punto di vista puramente morale.»

Il modo novissimo di ragionare d’un proiettile punse non poco la curiosità dei membri del Comitato; essi accordarono quindi la più viva attenzione alle parole di J. T. Maston.

«Miei cari colleghi, ripigliò quest’ultimo, io sarò breve; lascerò da banda la palla fisica, la palla che uccide, per non considerare che la palla matematica, la palla morale. La palla è per me la più brillante manifestazione dell’umana potenza: è in essa che la nostra facoltà si riassume tutta intera, si fu nel crearla che l’uomo si avvicinò meglio al Creatore!

– Benissimo! disse il maggiore Elphiston.

– Infatti, proseguì l’oratore, se Dio ha fatto le stelle ed i pianeti, l’uomo ha fatto la palla, questo criterium di velocità terrestre, questa riduzione degli astri erranti nello spazio, e che non sono, per dire il vero, che proiettili! A Dio la velocità dell’elettricità, la velocità della luce, la velocità delle stelle, la velocità dei pianeti, la velocità dei satelliti, la velocità del suono, la velocità del senso; ma a noi la velocità della palla, cento volte superiore alla velocità dei convogli ferroviari e dei cavalli più rapidi!»

J. T. Maston era trasportato; la sua voce pigliava inflessioni liriche nel cantare il suo inno della palla da cannone.

«Volete delle cifre? ei riprese, eccone di eloquenti assai. Pigliate semplicemente la modesta palla da cannone da ventiquattro33: se corre ottocentomila volte meno velocemente dell’elettricità, seicentoquarantamila meno della luce, settantasei meno velocemente della Terra nel suo moto di traslazione intorno al Sole, però, al suo uscire dal cannone, supera essa la rapidità del suono34, fa duecento tese al secondo, duemila tese in dieci secondi, quattordicimila al minuto (6 leghe), ottocentoquaranta miglia all’ora (360 leghe), cioè la velocità dei punti dell’equatore nel movimento di rotazione del globo, sette milioni e trecentotrentaseimila e cinquecento miglia all’anno (3,155,760 leghe). Una palla impiegherebbe undici giorni per andare nella Luna, dodici anni per giungere al Sole, trecentosessant’anni per raggiungere Nettuno ai confini del mondo solare. Ecco ciò che farebbe questa modesta palla da cannone, l’opera delle nostre mani! Che sarà dunque allorchè, ventuplicando tal velocità, noi la lancieremo con una rapidità di sette miglia al secondo! Ah! palla superba! splendido proiettile! Mi riesce grato il pensare che sarai ricevuto lassù cogli onori dovuti ad un ambasciatore terrestre!»

La gonfia perorazione fu accolta da applausi, e J. T. Maston, commosso, sedette tra i complimenti dei suoi colleghi.

«Ed ora, disse Barbicane, che abbiamo fatto larga parte alla poesia, entriamo direttamente nella quistione.»

– Siamo pronti, risposero i membri del Comitato, sorbendo ciascuno mezza dozzina di sandwiches.

– Voi sapete qual è il quesito da risolvere, riprese il presidente: si tratta d’imprimere ad un proiettile una velocità di dodici mila iardi al secondo. Ho motivo di credere che ci riusciremo. Ma in tal momento esaminiamo le velocità ottenute fin qui, e il generale Morgan potrà edificarci in proposito.

– Tanto più facilmente, risposte il generale, che durante la guerra io era membro della Commissione degli esperimenti. Vi dirò dunque che i cannoni da cento di Dahlgreen, che portavano a duemila e cinquecento tese, imprimevano al proiettile una velocità iniziale di cinquecento iardi al secondo.

– Bene, e la Columbiad Rodman35? domandò il presidente.

– La Columbiad Rodman, provata nel forte Hamilton, vicino a Nuova-York, scagliava una palla del peso di mezza tonnellata, alla distanza di sei miglia, con una velocità di ottocento iardi ogni secondo, risultato non mai ottenuto da Armstrong a Palliser in Inghilterra.

– Oh! gli Inglesi! esclamò J. T. Maston dirigendo verso l’orizzonte dell’oriente il suo terribile appiccàgnolo di ferro.

– Per cui, riprese Barbicane, gli ottocento iardi sarebbero la velocità massima ottenuta finora? – Sì, rispose Morgan.

– Pure dirò, replicò J. T. Maston, che se il mio mortaio non fosse scoppiato…

– Sì, ma è scoppiato, aggiunse Barbicane con gesto benevolo. Pigliamo dunque per punto di partenza la velocità di ottocento iardi. Bisognerà ventuplicare. E però, serbando per altra seduta la discussione sui mezzi destinati a produrre questa velocità, io richiamerò la vostra attenzione, miei cari colleghi, sulle dimensioni che voglionsi dare alla palla. V’immaginerete certo che qui non si tratta di pensare a proiettili al di qua di una mezza tonnellata!

– E perchè no? domandò il maggiore.

– Perchè questa nostra palla, rispose vivamente J. T. Maston, dev’essere grossa abbastanza da attirare l’attenzione degli abitanti della Luna, se pure esistono.

– Certo, rispose Barbicane, e per altra ragione ancor più importante.

– Che volete dire, Barbicane? domandò il maggiore.

– Voglio dire che non basta lanciare un proiettile e poscia non darsene più pensiero; bisogna che lo si segua durante il viaggio fino al momento in cui esso raggiungerà la meta.

– Che! esclamarono il generale ed il maggiore un po’ sorpresi di quella proposta.

– Senza dubbio, riprese Barbicane da uomo sicuro del fatto suo, senza dubbio, altrimenti la nostra esperienza non darebbe alcun risultato.

– Ma allora, replicò il maggiore, darete dimensioni enormi al proiettile!

– No, vogliate ascoltarmi. Sapete che gli strumenti d’ottica hanno acquistato una grande perfezione: con certi telescopi si è giunti ad ottenere degl’ingrandimenti di seimila volte e ad avvicinare la Luna a quaranta miglia circa (sedici leghe). Ora, a questa distanza gli oggetti che hanno sessanta piedi di fianco sono perfettamente visibili. Se non si è spinta più in là la potenza di penetrazione dei telescopi, gli è che tal potenza non si esercita che a detrimento della chiarezza, e la Luna, la quale è solo uno specchio che riflette, non manda luce così intensa da permettere si possano portare gli ingrandimenti al di là di questo limite.

– Ebbene! che cosa farete allora? domandò il generale. Darete al vostro proiettile un diametro di sessanta piedi?

– No!

– V’incaricherete dunque di rendere la Luna più luminosa?

– Appunto.

– Quest’è bella! esclamò J. T. Maston.

– Sì, e semplicissima, rispose Barbicane. Infatti se io giungo a diminuire l’altezza dell’atmosfera attraversata dalla luce della Luna, non avrò reso questa stessa luce più intensa?

– Certamente.

– Dunque, per ottenere questo risultato, mi basterà di stabilire un telescopio su qualche elevata montagna. E così faremo.

– Mi arrendo, mi arrendo, rispose il maggiore. Avete un certo modo di semplificare le cose!… E quale ingrandimento sperate di ottenere in tal modo?

– Un ingrandimento di quarantottomila volte, che farà sembrare la Luna alla lontananza di sole cinque miglia, e per essere visibili, gli oggetti non avranno più bisogno che di nove metri di diametro.

– Benone! esclamò J. T. Maston, il nostro proiettile avrà quindi nove piedi di diametro?

– Precisamente.

– Permettetemi che vi dica però, riprese il maggiore Elphiston, che sarà ancora di tal peso…

– Oh! maggiore! interruppe Barbicane, prima di discutere il suo peso lasciatemi dire che i nostri padri facevano meraviglie in questo genere. Lungi da me il pensiero di pretendere che la balistica non abbia progredito; ma è bene sapere che fino dal medio evo ottenevansi risultati sorprendenti, oserò aggiungere, più sorprendenti dei nostri.

– Oh questa la mi piace, replicò Morgan.

– Giustificate le vostre parole! saltò su vivamente J. T. Maston.

– Non v’ha nulla di più facile, rispose Barbicane; vi offro esempi in appoggio alla mia asserzione. Così, all’assedio di Costantinopoli, fatto da Maometto II nel 1543, si lanciarono palle di pietra che pesavano mille e novecento libbre, e che dovevano essere di belle dimensioni.

– Oh! oh, esclamò il maggiore, mille e novecento libbre è un numero grosso!

– A Malta, nel tempo de’ cavalieri, un certo cannone del forte di Sant’Elmo lanciava proiettili del peso di duemila e cinquanta libbre.

– Non è possibile!

– Infine, secondo uno storico francese, sotto Luigi XI, un mortaio lanciava una bomba di cinquecento libbre soltanto; ma questa bomba partita dalla Bastiglia, luogo dove i pazzi rinchiudevano i saggi, andava a cadere a Charenton dove i saggi rinchiudevano i pazzi.

– Benissimo! disse J. T. Maston.

– In appresso che cosa abbiamo veduto insomma? I cannoni Armstrong lanciare palle da cinquecento libbre, e le Columbiads Rodman proiettili di mezza tonnellata! Sembra dunque che se i proiettili hanno guadagnato in portata hanno piuttosto perduto in peso. Ora, se rivolgiamo i nostri sforzi da questa parte, dobbiamo arrivare, col progresso della scienza, a decuplare il peso de’ proiettili di Maometto II e de’ cavalieri di Malta.

– È cosa evidente, aggiunse il maggiore; ma qual metallo fate conto di adoperare per il proiettile?

– Ferro fuso, semplicemente, disse il generale Morgan.

– Che! il ferro fuso! esclamò J. T. Maston con dispregio, è un metallo troppo comune per una palla destinata a recarsi nella Luna.

– Non esageriamo, mio onorevole amico, replicò Morgan, il ferro fuso basterà.

– Allora, ripigliò il maggiore Elphiston, poichè il peso della palla è in proporzione del suo volume, una palla di ferro fuso, del diametro di nove piedi, sarà ancora di un peso spaventevole!

– Sì, se è pieno; no, se è vuoto, disse Barbicane.

– Vôto? Sarà dunque un obice?

– Dove si potranno mettere i dispacci, replicò J. T. Maston, ed i campioni de’ nostri prodotti terrestri!

– Sì, un obice, riprese Barbicane, è assolutamente necessario; una palla massiccia di cent’otto pollici peserebbe più di dugentomila libbre, peso evidentemente troppo considerevole; però, siccome bisogna conservare una certa stabilità al proiettile, io propongo di dargli un peso di ventimila libbre.

– Quale sarà dunque la grossezza delle sue pareti? domandò il maggiore.

– Se badiamo alla proporzione di regola, riprese Morgan, un diametro di cent’otto pollici esigerà pareti di due piedi almeno.

– Sarebbe troppo, rispose Barbicane; pensateci bene, non si tratta qui di una palla destinata a forare corazze; basterà dunque darle pareti forti a sufficienza per resistere alla pressione dei gaz della polvere. Ecco dunque il problema: quale grossezza deve avere un obice di ferro fuso per non pesare che ventimila libbre?

Il nostro abile calcolatore, il bravo Maston, ce lo dirà seduta stante.

– Nulla di più facile», rispose l’onorevole segretario del Comitato.

Sì dicendo, egli tracciò sulla carta alcune formole algebriche: sotto la sua penna si videro comparire dei π e degli x innalzati alla seconda potenza. Parve anzi che d’improvviso estraesse una certa radice cubica, e disse:

– Le pareti avranno appena dodici pollici di grossezza. – Basteranno? domandò il maggiore con aria di dubbio.

– No, rispose il presidente Barbicane, no al certo.

– Ebbene! allora che fare? riprese Elphiston con aria imbarazzata.

– Adoperare un altro metallo invece del ferro fuso.

– Il rame? disse Morgan.

– No, è ancora troppo pesante! ho qualcosa di meglio da proporvi.

– Che dunque? domandò il maggiore.

– L’alluminio, rispose Barbicane.

– L’alluminio! esclamarono i tre colleghi del presidente.

– Sicuro, amici miei. Voi sapete che un illustre chimico francese, Enrico Sainte Claire Deville, giunse, nel 1854, ad ottenere l’alluminio in massa compatta. Ora questo prezioso metallo ha la bianchezza dell’argento, l’inalterabilità dell’oro, la tenacità del ferro, la fusibilità del rame e la leggerezza del vetro; lo si lavora facilmente, è molto sparso in natura, poichè l’alluminio forma la base della maggior parte delle rocce; è tre volte più leggero del ferro, e sembra sia stato creato espressamente per fornirci la materia del nostro proiettile.

– Viva l’alluminio! esclamò il segretario del Comitato, sempre rumorosissimo ne’ suoi momenti d’entusiasmo.

– Ma, mio caro presidente, disse il maggiore, il prezzo dell’alluminio è carissimo?

– Lo era nei primi tempi della sua scoperta: una libbra d’alluminio costava allora da dugentosessanta a dugentottanta dollari (1500 franchi circa), poi è caduto a ventisette dollari (150 franchi), ed oggi finalmente vale nove dollari (franchi 48.75).

– Ma nove dollari la libbra, replicò il maggiore, che non si arrendeva facilmente, è ancora un prezzo enorme!

– Senza dubbio, caro maggiore, ma non inavvicinabile.

– Qual peso avrà dunque il proiettile? domandò Morgan.

– Ecco ciò che risulta da’ miei calcoli, rispose Barbicane: una palla di cent’otto pollici di diametro e di dodici pollici36 di spessore peserebbe, se fosse di ferro fuso, sessantasettemila e quattrocento quaranta libbre; d’alluminio, il suo peso ridurrebbesi a diciannovemila e dugentocinquanta libbre.

– Benissimo, esclamò Maston, la cosa si spiega da sè.

– Ottimamente, ottimamente, replicò il maggiore; ma non sapete che, a diciotto dollari la libbra, questo proiettile costerà… .

– Centosettantatremila e dugentocinquanta dollari (928,437 lire e 50 c.), lo so benissimo; ma non temete di nulla, amici miei, il denaro non mancherà alla nostra impresa, ve lo guarentisco io.

– Pioverà nelle nostre casse! replicò J. T. Maston.

– Dunque, che cosa pensate voi dell’alluminio? domandò il presidente.

– Adottato, risposero i tre membri del Comitato.

– Quanto alla forma della palla, riprese Barbicane, importa poco; giacchè, oltrepassata che sia l’atmosfera, il proiettile si troverà nel vuoto; io propongo dunque la palla rotonda, che girerà su sè stessa, se così vorrà, e si comporterà a suo capriccio.

Qui ebbe fine la prima seduta del Comitato; la questione del proiettile era definitivamente risolta, e J. T. Maston si rallegrò assai al pensiero di mandare una palla d’alluminio ai seleniti, «la qual cosa darebbe loro una bizzarra idea degli abitanti della Terra!»

1.Scuola militare degli Stati Uniti.
2.Bietolone, balordo.
3.Letteralmente: "Club-cannone".
4.Il più infocato giornale abolizionista dell’Unione.
5.Coltello a larga lama.
6.Governo personale.
7.Amministratori della città eletti dalla popolazione.
8.Sedia ad altalena in uso negli Stati Uniti.
9.Si vedano le stupende immagini della luna, ottenute da M. Waren de la Rue.
10.Vale un po’ meno del metro, cioè 0,91.
11.Questo opuscolo fu pubblicato in Francia dal repubblicano Laviron, che fu ucciso all’assedio di Roma nel 1849.
12.Abitanti della Luna.
13.11,000 metri circa.
14.Espressione affatto americana per indicare le persone ingenue.
15.Mistura di rhum, di sugo d’arancio, can-di zucchero, di nella e di noce moscata. Questa bevanda di color giallo aspirasi in caraffe col mezzo di un tubetto di vetro. I bar-rooms sono specie di caffè.
16.Bevanda spaventosa del popolaccio. Letteralmente in inglese: through knock me down.
17.Sopranome della Nuova Orleans.
18.La velocità dell’elettrico.
19.Arme da tasca, fatta con una bacchetta di balena flessibile ed una palla di metallo.
20.Molto strepito per nulla, commedia di Shakespeare.
21.Come vorrete.
22.Lo zenit è il punto del cielo situato verticalmente al disopra della testa dell’osservatore.
23.Infatti non vi sono che le regioni del globo comprese fra l’equatore ed il ventottesimo parallelo, nelle quali la maggior vicinanza della Luna sia allo zenit: al di là del 28° grado, più ci avviciniamo ai poli e più la Luna rimane lontana dal nostro zenit.
24.Scientificamente Galassia, dalla parola greca γαλακτος, che significa latte.
25.Il diametro di Sirio, secondo Vollaston, deve superare dodici volte quello del Sole, cioè, 4,300,000 leghe.
26.Alcuni di questi asteroidi sono tanto piccoli che se ne potrebbe farne il giro nello spazio di un sol giorno camminando al passo di ginnastica.
27.Ventinove giorni e mezzo circa.
28.Vedasi i Fondatori dell’Astronomia moderna, libro ammirabile del signor I. Bertrand, dell’Istituto.
29.L’altezza del Monte Bianco sopra il livello del mare è di metri 4,813.
30.Ottocento sessantanove leghe, cioè poco più del quarto del raggio terrestre.
31.Trentotto milioni di chilometri quadrati.
32.È la durata della rivoluzione siderale, cioè il tempo impiegato dalla Luna per far ritorno ad una stessa stella.
33.Cioè del peso di 24 libbre.
34.Così quando si è udita la detonazione dell’arma da fuoco, non si può più essere colpito dalla palla.
35.Gli Americani davano il nome di Columbiad a questi enormi attrezzi di distruzione.
36.Trenta centimetri; il pollice americano equivale a 25 millimetri.

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Ograniczenie wiekowe:
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Data wydania na Litres:
02 września 2024
Objętość:
210 str. 1 ilustracja
ISBN:
9782378075644
Właściciel praw:
Bookwire
Format pobierania:

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