Czytaj książkę: «Il Re prega»

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Ferdinando Petruccelli della Gattina

Il Re prega

Romanzo


Pubblicato da Good Press, 2021

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066072117

Indice

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

XIX.

XX.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

XXVI.

XXVII ED ULTIMO.

I.

Indice

Don Diego Spani.

Sulla strada di Napoli alle Calabrie, in mezzo alla catena degli Apennini, a qualche miglio dal passo di Campotenese, trovasi un grosso borgo chiamato Lauria.

Il borgo, addossato alla montagna, ha due piani: Lauria inferiore, nera, immonda, dalle strette viuzze, dai casolari screpolati, si accoccola nella valle. Lauria superiore, più moderna, si attacca quasi alle vette della montagna, là dove passa la strada consolare. Questa parte del borgo è più aristocratica. Le piccole case del popolo grasso, la chiesa, il palazzo del vescovo, le locande, il convento dei cappuccini, la casa municipale giacciono quivi, e tutto ciò è nuovo, gaio, netto, con delle pretese architettoniche. Un sentiero angusto, pericoloso, ai lembi di un precipizio, riunisce le due braccia del villaggio sul dorso della montagna, mediante un piccolo ponte traballante, gettato sul torrente. Giù poi, nella valle, le due Laurie sono congiunte da una strada pietrosa che fa un lungo circuito.

La montagna è nuda e scarna: un agglomeramento di pietre grige e di argilla rossastra dall'aspetto desolato. Non alberi, non terra coltivabile, non giardini. Alcune capre etiche si disputano qua e là i tristi ciuffi di ginestro e le macchie di cipresso. Lontano, altre montagne ugualmente nude o rivestite di pini selvaggi e di frassini, dei precipizi violentemente trambustati, delle gore che divengono torrenti; e più lontano ancora, un'aria azzurrastra e vaporosa: il mar Tirreno.

L'aspetto degli abitanti non è guari più prospero di quello del borgo. Bronzati, squallidi, vestiti di fustagno o panno bruno—filato, tessuto, tinto in casa dalle femmine della famiglia—essi hanno il portamento grave e la solennità dei vecchi mastini.

All'estremità del borgo inferiore, vicino al letto del torrente, sorgeva una casetta isolata, di un sol piano, coverta di tegole rosse pizzicate di muschio. Un muro di pietre senza cemento, coronato di rovi, inquadrava questa povera e nera dimora, e proteggeva un pezzetto di giardino di un paio di jugeri, cui il proprietario aveva disputato al torrente. Qualche alberi fruttiferi, dei cavoli, dei finocchi, delle radici, ed altri legumi spuntano dal suolo accuratamente pettinato. Un sentieruolo coverto da una pergola correva lungo la casa; due vialuzzi dividevano il giardino a croce.

Una porta dell'abituro sporgeva sulla strada; un'altra, di rincontro, sul giardino: ambo si aprivano in una larga sala.

Il fumo aveva annerita questa stanza, la quale serviva nel tempo stesso di tinello, di cucina, di salone, di legnaia, di credenziera, di forno, di tutto—eccetto di camera da letto. Due altre cellucce, alle due estremità della sala, avevano questo ufficio. Due grossi alari di ferro sostenevano i ceppi del focolare dal vasto mantello ed impedivano ai tizzoni di rotolare sulla pignatta che bolliva innanzi al fuoco.

Un maiale terminava il suo pasto della sera in un angolo della sala. Esso brontolava, si avvicinava di tempo in tempo al camino ove andava a scomodare un cane steso tutto di lungo. E questo, così rimescolato da quel figliuolo viziato della casa, se gli slanciava alle orecchie, lo mordeva, e lo rimandava al suo truogolo. Un piccolo gatto grigio e macilento, mezzo cacciato nelle ceneri, sollevava allora la testa per contemplare il cattivo umore di quei signori, e spazzolava col suo zampino i suoi baffi un po' arrostiti. Alcuni polli dormivano di già, accoccolati su degli stecchi al disopra del maiale. Ai neri assiti della sala pendevano ancora qualche brani del predecessore di questo animale petulante, ma esso non vi badava, perocchè, modesto come un seminarista, non levava giammai gli occhi al cielo a mo' de' poeti e dei devoti.

Al mantello del camino restava appeso traversalmente un archibugio a pietra, sur una fila di fusi, rigonfi dal filo di canape, cui la massaia di casa destinava alla confezione delle camice, e dell'altra biancheria della famiglia. Ad un lato del camino, bilicava su tre banche attortigliate un guindolo festonato di matasse a mettere in gomitolo. Dall'altro lato, sopra una tavoletta conficcata nel muro, giacevano un breviario ingrassato e affumicato, e vari volumi, meglio appropriati: Hegel, Machiavello, Orazio, Omero in greco, Goethe, Victor Hugo, il Don Giovanni di Byron, i Conti di Hoffmann, Rabelais….

La porta sulla strada era chiusa; quella sul giardino, aperta. Di dentro, nessuno. I due abitanti della casa erano nel giardino. La porta del giardino, a vetri e cancello in su, rischiarava la sala. Una piccola finestra si apriva sul verziere, a mezza vita, ed inondava di luce il focolare.

La mediocrità al coperto dello stretto bisogno, la parsimonia coraggiosa, l'attenzione febbrile di nasconderla agli sguardi mordaci della gente della provincia, la quale addiziona le patate che mangiate, i bicchieri di vino che bevete, le lenzuola e le camice che possedete… ecco la fisonomia generale dell'abituro. Un osservatore perspicace non avrebbe guarentito che colà vi fosse dell'ordine,—il padre della ricchezza;—ma egli avrebbe constatato un sistema di vita dalle abitudini monastiche, quel tutto a posto, che talvolta è quel disordine in cui i monomani sanno rinvenirsi. L'indifferenza alle comodità traspirava da tutti i dettagli—dalle sedie in legno e del vasellame smussato, dal fumo che si librava constantemente nell'appartamento, dalle fessure delle finestre che fischiavano, dalle fanfare del vento, dai vetri rotti, dal suolo mal mattonato, dagli alari zoppi, dal candeliere di ottone ossidato di glutine verde, dalla promiscuità degli uomini e delle bestie, da tutto infine. Nulla di assolutamente necessario non mancava, tutto aveva l'aria ad un dipresso pulita, ma in tutte le cose si sarebbe potuto correggere qualche difetto che urtava la delicatezza, il comodo, il meglio. Mettete lì dentro un fanciullo che tocca a tutto, e voi avrete una dirotta.

L'ave maria suonava al convento dei cappuccini. Il tempo era grigio, ma si vedeva di lontano, dietro le montagne, quel tuono rosso che indica un buon tramonto sul mare e che promette bel giorno per l'indomani. Delle nuvole vaporose si ammonticchiavano sulla montagna e si stendevano placidamente nel cielo. Un rovaio freddo agitava l'aria, e lacerando qua e là il nugoleto, scopriva la pupilla ammiccante di una stella. Nel giorno aveva piovuto—quella specie di pioggia a metà rappresa, che non è più l'acqua e che non è ancora la neve, cui la gente della contrada addimanda acqua fradicia. I contadini ritornavano dalla campagna bagnati fino all'osso. E' si avviluppavano nei loro mantelli corti e stretti, detti cappuccio, di panno bianco sporco, il beschetto ribattuto sul volto. Portavano sul dorso la zappa e l'accetta ed un ramo di legno, mentre le loro femmine, la gonna rimboccata fino al ginocchio, senza calze, portavano sul capo la culla di un figliuolo o una manata di sterpi. I più ricchi si menavano innanzi un asino magrissimo, carico di legna raccolte alla foresta, che si vende ai borghesi per qualche soldo. I più miserabili si tiravano dietro una nidiata di bimbi e di bimbe sporchissimi, tutti rossi dalla fatica o dal freddo, carreggiando ciascuno il suo piccolo ciocco, le figliolette i piedi nudi, come la madre, i garzoncelli calzati di un pezzo di cuoio, incordato attorno alla gamba, che proteggeva la metà davanti del piede e lasciava a nudo i talloni. Li si chiama scarponi.

Tutte quelle povere genti, passando di presso al muro del giardino, salutavano umilmente il borghese che vi passeggiava, con un: Sia lodato Gesù e Maria! Ma quel borghese, distratto, il mento affondato nel petto, non rispondeva al loro saluto.

Don Diego Spani era un uomo di una quarantina d'anni, forte, alto, trascinando delle grosse scarpe con fibbia di ferro ed una cattiva giubba che gli ballocciava sul ventre. Indossava calze nere, brache di velluto di cotone, al collo un collare di cartone coperto di stoffa azzurra, orlato di bianco, un corpetto a bottoni di ferro imbrunito. La sua giacchetta di panno bleu era stata fabbricata e cucita in casa della lana filata da sua sorella. Tutto ciò era frusto, rattoppato, bruciato da qualche pezzetto di esca caduto dalla sua pipa, lercio del tabacco caduto dal suo naso, sciupato; ma non un bottone che mancasse, non uno squarcio che sbadigliasse.

Don Diego si teneva le mani in tasca e camminava lentamente, ma a passo fermo, come un uomo assorto; si dondolava come qualcuno che non guarda ove cacci il piede. Fumava una pipa di terra rossa, a tubo di canna ricurvo, o piuttosto serrava quell'infetto utensile fra i suoi denti, poichè il caminetto ne era spento.

Egli aveva la testa nuda, la parte culminante del cranio completamente calva, dal fronte all'occipite, mentre le lunghe ciocche di capelli alle tempia spaziavano al vento. Il vaiuolo aveva butterato alquanto il suo largo viso, e gli stigmati onde esso lo aveva forellato riflettevano la luce in un modo più vivo, rialzavano il tuono del colore della faccia. Egli aveva quel bruno che va sul giallo proprio dei temperamenti biliosi, il quale, nella collera, diviene livido o bianco pallore a seconda dell'intensità della passione. I muscoli del suo viso magro disegnavano delle protuberanze e dei solchi, e gli davano l'aria d'un uomo cui delle forti contenzioni dell'anima avevano devastato. Ma non bisogna confondere ciò con le macerazioni della vita ascetica nè con la consunzione della meditazione. Queste due ultime cause smungono altresì una faccia umana, rilevandone i lineamenti; ma esse le danno nel tempo stesso quel certo che di luminoso che emana dall'anima, dall'aspirazione verso l'alto dei santi e degli scienziati.

Sull'aspetto di colui che passeggiava nel giardino si delineavano passioni più umane. Vi si vedeva il riflesso di un fuoco interiore che faceva bollire il cuore prima d'infiammare il cervello. Le rughe irregolari che screpolavano la sua vasta fronte si armonizzavano con quel sembiante abbaruffato, con quelle labbra carnute, ma smorte, con dei denti acuti e giallastri, con un mento sporto in su e un naso fieramente aquilino dalle narici ovali, aperte, irritate, con delle sopracciglia aggrottate, lucenti e nere, tendenti a ravvicinarsi. Queste altere sopracciglia non temperavano punto il bagliore di due pupille piccole e nere, d'altrettanto più petulanti che erano fisse—direi quasi rapprese—sopra due globi, il cui bianco aveva del giallo di avorio con delle piccole serie rosse ed azzurre. Il tuono affoscato dell'orbita augumentava la profondità di quello sguardo di acciaio, immobile e ghiacciato come quello del tigre, una profondità iscandagliabile. L'insieme di questa testa esprimeva la violenza animale contenuta dalla volontà, degli appetiti feroci repressi dalla dignità del pensiero, l'ambizione accasciata sotto il mantello di piombo della rassegnazione—un essere abortito infine a causa degli ostacoli sociali che lo avevano retrospinto in lui stesso.

Non occorreva di vedere i residui del suo abbigliamento per indovinare che Don Diego Spani era prete.

Questo fatale carattere lo aveva afferrato nella sua morsa inesorabile e l'aveva contraffatto o fatto a suo modo.

Ciascuno dei suoi lineamenti portava le tracce di una violenza interna. Egli aveva dovuto ripiegare la larga stoffa che la natura gli aveva donata; egli aveva dovuto fare un gatto del leone. Don Diego era una mina carica a cui si era soppressa la miccia. La natura lo aveva dotato di un'attività potente, dell'ossatura fisica degli uomini di azione; il bisogno ne aveva abborracciato un prete di provincia. La sua mente poteva comprendere ed abbracciar tutto, adattarsi a tutto—perocchè essa sapeva trovar delle ragioni invincibili per giustificar tutti gli atti, anche il delitto. La sua coscienza era abituata a bazzicare le alte regioni del pensiero. In queste regioni, si sopprime Dio,—l'aria dell'anima,—come l'aria respirabile è soppressa nelle alti regioni del cielo. In queste regioni, le azioni umane hanno tutte lo stesso colore, quantunque d'intensità differente; il bene ed il male vi sono assorbiti dalla dottrina della necessità organica, dell'iniziativa umana, dell'identità universale. Questa coscienza non gli parlava più, non gli dettava alcuna regola. Don Diego obbediva unicamente alla legge sociale,—e questa legge non aveva per lui che un significato: parere!

Questa natura eminentemente attiva ed eminentemente assorbente si dibatteva nel vuoto. A quarant'anni egli era ancor puro. Egli non aveva baciato ancora neppure la fronte di sua sorella,—cherubino di diciassett'anni…. che brancolava nelle aiuole del giardino e coglieva l'insalata! Panteista, don Diego conservava tutto il decoro del prete cattolico, dal costume irreprovevole, dalle dottrine ortodosse. Attirato da un magnetismo irresistibile verso la donna, egli l'aveva fuggita, avviluppandosi in un corazza di ghiaccio e di disprezzo. Imperocchè egli sapeva che il giorno in cui avrebbe ceduto a questo celeste demonio, e' sarebbe perduto,—avendo a fare con colleghi altrettanto più rigidi quanto più erano indegni, invidiosi e sciocchi, con un vescovo di altrettanto più severo che Don Diego era senza menda su tutti i punti.

Don Diego aveva dei nemici. Il vescovo da prima, cui egli disprezzava. Poi l'arciprete, a cui aveva un dì disputato il posto e non l'aveva ottenuto a causa di una nota segreta della polizia mandata a monsignor di Policastro, il predecessore del vescovo attuale. Questo arciprete, don Baldassare Sarubi, aveva tentato di corrompere Bambina,—la sorella di don Diego,—alla confessione, per penetrare nei segreti della famiglia. Ma don Diego, nel suo severo silenzio, imponeva a quest'uomo. Senza curarsene, egli controllava le operazioni e la condotta di questo arciprete, il quale non osava nulla per paura d'aver poscia a renderne conto al suo subordinato nelle congreghe del capitolo della parrocchia.

Don Diego aveva inalzata una barriera insormontabile tra i suoi compatriotti e lui. Egli non andava al caffè come gli altri preti. Egli non giocava, perchè povero. Egli non aveva ganza, come tutti gli altri ecclesiastici,—mons. Laudisio non escluso. Egli non faceva mai visite e non riceveva alcuno in casa sua. Egli passeggiava solo, sulla strada di Calabria, lontano, ben lontano dal borgo. Egli non faceva del bene e disdegnava fare del male. Egli disprezzava gli uomini e s'incaricava poco del cielo. Non dimandava nulla, trovando tutto al di sotto della sua capacità, de' suoi desiderii, de' suoi mezzi; non manifestava alcuna ambizione avendole tutte; non lodava il governo, e se taluno de' suoi compatriotti gliene parlava, rispondeva con un sorriso grave di accuse: de deo pauca, de rege nihil! Lo si riputava carbonaro, massone, mazziniano, unitario; egli vagheggiava tout bonnement le dottrine di Saint-Just e di Robespierre, la libertà della dittatura.

Don Diego non comprendeva chiaramente che gli estremi. Era inflessibile. Lo Statuto o la Carta, come la si chiamava allora, l'eclettismo, la grazia, la misericordia, le due Camere, la confessione e l'assoluzione, la provvidenza, la forma ideale, in una parola tutto il giusto mezzo della scienza, della politica, delle belle arti, della teologia, della filosofia, della società civile—era a' suoi occhi un non senso. Tutto o niente! l'aut Cesar aut nihil del figlio di Alessandro VI: ecco la sua divisa. L'astinenza o l'orgia, l'ateismo o un dio-travicello, il rey neto o dei consoli al mese, l'aristocrazia o la plebe, la schiavitù della donna o l'amor libero al di fuori del matrimonio…, tali erano le sue credenze, la sua regola di condotta interna, pur subendo la legge inconseguente del mondo tal quale esiste. Il suo spirito non rinculava in faccia a qualsiasi abisso; la sua persona si curvava sotto il giogo sociale.

Si susurravano sul suo conto, nelle chiacchierate di provincia, le più infami, le più strane, le più assurde calunnie. Lo si credeva alchimista, amante di sua sorella, mago, fabbricatore di monete false, assassino di fanciulli e sacrilego, cospiratore, autore di libelli ingiuriosi, empio, socialista, ateo, santo che faceva dei miracoli per disannoiarsi, dotato della potenza di evocare gli spiriti, possessore di un demone famigliare, nasconditore di briganti, corruttore…. Don Diego subiva la calunnia come egli soffriva la miseria—con impazienza ma senza lamentarsi agl'impotenti, puntando il giorno, l'ora, l'occasione di uscirne, di spogliarsi del suo sordido inviluppo di larva e divenire essere alato. In che modo? quando? Giammai forse! e' si diceva. Ma egli concentrava tutte le forze ardenti della sua anima su questo punto, viveva di quest'ora di sogni.

—Vuoi delle ova? dimandò Bambina, passando a costa di suo fratello nel giardino e ribassando la sopragonna cui aveva riboccata sul capo.

—No, rispose Don Diego, continuando a passeggiare.

Bambina entrò nella sala, accese un candeliere con una miccia intinta nel zolfo,—come usavasi allora,—e cominciò a mondare l'insalata.

Ella pensava a qualcuno, che allora abitava Napoli, e borbottava il suo rosario, querelandosi nel tempo stesso col gatto, col cane e col porco. Quand'ella si ebbe accomodato in un piatto la scarola e la rughetta, guardò se la pignatta bolliva. E come l'acqua cantarellava di già, prese un pizzico di sale nel mortaio, una cucchiaiata di lardo triturato sul tagliere, e gittò il tutto nell'acqua bollente con qualche foglia di prezzemolo. Poi andò a prendere un piatto di farina di granturco e cominciò a versarla a guisa di neve, a piccoli pugni, nella pentola, agitando la mischianza col matterello. Quando pensò di aver messo abbastanza farina e di averla abbastanza rimescolata per frangere i grumi, si allontanò dal fuoco e lasciò che la polenta cuocesse dolcemente.

—Andiamo, su, Marco, diss'ella al maiale aprendo la porta della strada: è tempo di andarti a coricare. Hai mangiato come un vescovo.

Marco non oppose alcuna resistenza. Esso provò solamente di asciugare il suo grifo alla veste della giovinetta, la quale gli allungò un calcio. Bambina lo andò a rinchiudere nel piccolo porcile all'angolo della casa, mettendolo così al sicuro dai festini dei lupi, che si permettevano di tempo in tempo una discesa notturna nel borgo e si regalavano di prosciutto fresco, di piedi tartufati e di un sanguinaccio senza intingoli. Quest'operazione compiuta, Bambina rientrò, chiuse la porta a chiave, avvicinò al fuoco una tavola sulla quale spiegò una tovaglia grossolana e pulita, pose due forchette e due cucchiai di ferro, due piatti, il candeliere, l'orciuolo di creta a becco pieno di vino, un grosso pane nero raffermo di parecchi giorni, e l'insalata. Poi andò a chiamare il fratello.

Don Diego rientrò e venne a sedere al suo posto. Un'ora di notte sonava,—un'ora dopo l'Angelus. Io conto al mo' del mezzodì d'Italia.

—Ho incontrato la signora di Craco oggi, uscendo da vespro, disse

Bambina. Ha ricevuto una lettera di Don Tiberio.

—Ah! sclamò Don Diego, affondando la sua forchetta nel piatto dell'insalata.

Il fratello e la sorella mangiavano nello stesso piatto.

—Don Tiberio ha preso il suo diploma in dritto ed entra come aspirante nella carriera diplomatica.

—Tanto meglio.

—Sua madre crede nonpertanto che Don Tiberio farà nel mondo tutt'altro che della diplomazia.

—Tanto peggio.

—Cosa hai dunque, Diego? Tu non mangi e rispondi per monosillabi.

—E tu, figliuola mia, tu parli troppo dei De Craco.

Bambina arrossì.

Don Diego non la guardò.

Ella andò a pigliar la polenta senza rispondere e la versò in un gran piatto.

—Ho un presentimento, continuò Don Diego tuffando il suo cucchiaio nella polenta.

—Di guadagnare un terno alla lotteria? chiese Bambina, sorridendo.

—L'arciprete mi ha dimandato se voleva dare lezione ai suoi nipoti.

—Altri dicono: ai suoi figliuoli, obbiettò Bambina.

—Fanciulla mia, riprese Don Diego, non ripetere giammai ciò che si dice. Io sorrido di una malvagità che s'inventa. Una calunnia che si porta intorno, mi dà nausea.

—Portare intorno è più facile, osservò Bambina.

—Ebbene, rispose Don Diego, le avvenenze piaggiatrici di quell'uomo nascondono una trappola od una disgrazia.

—Perchè no un favore? sclamò Bambina togliendo su il tondo della polenta a cui suo fratello non toccava più, e mettendo sulla tavola qualche cipolla, qualche mela ed un pezzo di caccio di capra che civettava la pietra pomice.

—Un favore? replicò Don Diego sorridendo.

—Perchè no? quelle bestie lì sanno altrettanto bene leccare che mordere.

Il martello della porta scoccò tre colpi. L'orologio della chiesa suonò un'ora e mezzo. Il fratello e la sorella si guardarono negli occhi, come se arrivasse qualche cosa d'insolito e di straordinario.

—A quest'ora! disse Bambina.

Don Diego si alzò ed andò ad aprire.

—Buonasera a vossignoria, don Diego, disse entrando il famigliare della Curia (la cancelleria del vescovo). Vi porto una lettera del segretario di monsignore.

—Date qui, disse Don Diego prendendo la lettera. Vi occorre risposta?

—Non mi han detto nulla.

—Entrate, mastro Prospero, gridò Bambina. Che io vi versi un bicchiere di vino.

—Mille grazie, donna Bambina, rispose il famigliare, cioncando due bicchieri mentre Don Diego leggeva la lettera.

—No, disse questi: non vi è risposta a dare.

—Buona notte alle signorie vostre, disse il famigliare, e partì.

Don Diego richiuse la porta, poi ritornò a sedersi a tavola senza fiatare.

—Che vogliono dunque? chiese Bambina.

—Leggi e capisci se puoi, rispose Don Diego porgendole la lettera.

Bambina prese il foglio episcopale e lesse a voce alta:

«Signore reverendissimo,

«Sua Eccellenza Reverendissima monsignor di Policastro v'invita a passar domani al palazzo episcopale, dopo la messa, a quattordici ore, avendo talune cose a comunicarvi personalmente.

Di V.a S.a Riv.

«Umilis. e divot. servitore

«Il segr. ALBINIO CASALE.

—Hai tu compreso? dimandò Don Diego.

—Ciò non può essere un disastro, sclamò Bambina. Tu non hai fatto nulla.

—Ciò non può essere un favore, replicò Don Diego. Io non ho domandato nulla ed ho meritato così poco.

—In questo caso, che Dio ci protegga, esclamò Bambina. Io non c'intendo nulla ed ho paura di tutto.

Una lagrima spuntò negli occhi del prete, una lagrima appena comparsa che bruciata. Egli guardò sua sorella e sclamò:

—Ah! se io fossi solo!

—Due valgono ancora meglio! rispose costei ed andò a coricarsi.

Don Diego passeggiò nella camera fino a mezzanotte. Poi preso dal freddo,—il fuoco si era estinto,—andò anch'egli al suo giaciglio mormorando:

—Infine, vedremo.

II.

Indice

Come il vescovo di Policastro accudiva il suo ovile.

Monsignore Laudisio era un vescovo secondo il cuore del re. Egli si preoccupava mediocremente di esserlo secondo lo spirito di Dio. Lo si era innalzato a quel posto per dargli una ricompensa. Monsignor Laudisio aveva denunziato parecchie migliaia di carbonari, snidati al confessionale nel tempo delle sue missioni evangeliche, quando era monaco nella congregazione di San Alfonso de Liguori. Lo si era installato come vescovo in una provincia, in una diocesi, le più infette di liberalismo,—il Cilento,—ed egli dominava nel vescovato di Policastro e Lauria.

Egli esercitava le funzioni apparenti di vescovo; le funzioni intime di alto commissario di polizia della provincia. Monsignore Laudisio corrispondeva poco punto col papa e col ministro del culto; quasi tutti i giorni col ministro della polizia. Egli aveva aperto, oltre a ciò, un grande ufficio di collocamento di sudditi fedeli al trono ed all'altare. Si dibatteva il prezzo direttamente con lui, il sant'uomo, perocchè egli era avaro come un prete soppannato di un vescovo, un vescovo foderato di un monaco. Egli non faceva punto mistero di questo traffico; all'occorrenza avrebbe trattato innanzi notaro! Si depositava al Banco, al suo indirizzo, il danaro convenuto qual prezzo del posto, e monsignore andava a pigliarselo quando le convenzioni verbalmente stipulate erano adempite. Egli riceveva molti regali di ogni sorta. Ma una gran parte di questi doni, bisogna pur confessarlo, pigliava la volta di Napoli onde intrattenere le piccole amicizie degl'impiegati e richiamarsi alla memoria dei ministri. Re Ferdinando gli dava del tu e gli baciava la mano. La regina austriaca orlava per lui dei moccichini di seta delle Indie e gli regalava del tabacco da naso. Egli raccontava storielle ai piccoli principi, e le piccole principesse giuocarellavano col suo berrettino e con la sua croce episcopale.

Monsignor Laudisio portava la sua dignità con un'aria di gendarme. Aveva il verbo alto, la voce un poco rauca a causa del suo lungo predicare. Ei declamava, anche dicendo un: come stai, figliuolo mio? Aveva i modi vivi, intermittenti, mostrandosi a volta a volta brusco od insinuante, secondo la convenienza, le disposizioni dell'animo, la natura dell'affare, il carattere e la condotta dell'individuo con cui trattava. Egli piaggiava anche talvolta. Nella collera poi ruggiva, dava calci, pugni, schiaffi;—ma in quest'ultimo caso aveva cura di voltare al di dentro l'amatista del suo anello episcopale, per imprimerla sul viso dell'infelice cui batteva.

Egli mangiava enormemente, grossolanamente, ma beveva con sobrietà. Non si obbliava che a disegno. Monsignor Laudisio camminava sollecito, dritto, capo alto, seminando le sue benedizioni a manate, a chi ne voleva e sopratutto a chi non ne voleva. Il suo aspetto magro e pallido era dotato di una grande mobilità,—ciò che aumentava la sua grande forza di mimo, la quale lo aveva fatto riescire nella sua parte di missionario. Egli spremeva delle gocciole dalla sua glandola lagrimale a volontà, anche dicendo: Il diavolo ti pigli, figliuolo benedetto! Non uno dei suoi capelli grigi era caduto. Aveva non di meno cinquantasei anni e quattro o cinque divote morte…. sul campo del confessionale. La sua giovialità lo lasciava di rado. Non provava alcun rimorso, e non aveva a sperar altro che di succedere al santo ubbriacone Gregorio XVI. Vi pensava? Chi lo sa? Monsignor Laudisio opinava che col danaro si può tutto osare; che con una croce episcopale sul petto, e l'assenza di coscienza nel petto si può tutto sperare,—dal triregno e l'aureola di santo ad un posto nell'alcova della regina. L'espressione della sua fisonomia rassomigliava alquanto a quella del becco, ma addolcita, starei per dire femminizzata dalla pallidezza del suo colorito, dal sorriso schernitore che la rischiarava costantemente. La sua bocca poteva mordere e baciare, bevere e piaggiare.

Monsignor Laudisio gettava il terrore fra i liberali della provincia; ma egli rendeva volontieri servigio agli amici del re e della fede—mediante pecunia. Egli dava ordini ai prefetti, alla gendarmeria, ai presidenti dei tribunali: si sarebbe detto che avesse ministri e re nella scarsella. Sapeva di tutto. Ed in realtà, sapeva molto: lettere e scienze come affari. Nessuno raccontava un aneddoto bernesco o lugubre al pari di lui: egli possedeva la vena della buffoneria al grado supremo. Onde è che bisognava vedere come le religiose dei conventi ammattivano per lui e come le gonne correvano dietro alla sottana violetta.

Con i liberali, con i filosofi, con i liberi pensatori cui non terrorizzava, con coloro che punto nol temevano o non avevan bisogno di lui, egli prendeva un'aria untuosa, melliflua, e dava ad intendere che, se il suo mestiere di vescovo gl'imponeva una certa condotta, il suo cuore era lontano dal giustificarla. Egli mi ha detto un giorno, a me che scrivo queste pagine: «Nessuno fa il carnefice di cuore gaio; io sono più italiano di voi!»

Egli utilizzava tutto. Gli uomini, i fatti, gli avvenimenti, le passioni, divenivano nelle sue mani delle pedine che l'aiutavano a giuocar la sua partita di scacchi. Egli scandagliava un'anima, pesava un uomo con uno sguardo. Guai a chi era più forte di lui, o poteva divenire un ostacolo! Egli si serviva di una calunnia, che poteva partorire una sentenza capitale, come di un agnus dei a dare ad una beghina. Però egli largiva gratis un'assoluzione in articulo mortis alla sua vittima, e si scomodava per andarla a confessare in persona ed accompagnarla al patibolo.

Tale era l'uomo che aveva fatto chiamare Don Diego Spani.

Don Diego si trovò al palazzo vescovile all'ora indicata. Monsignor

Laudisio, da uomo che ha dell'ordine ed una buona memoria, era esatto.

E qui due osservazioni indispensabili per i lettori del 1872. Non bisogna paragonare il clero napolitano di quell'epoca col clero attuale e giudicarli come di un sol tipo. La specie è la stessa, differisce il genere. Non bisogna credere inoltre che io m'imbrigo a disegno nel clero e nella polizia per destare orrore. La società delle provincie dell'Italia meridionale di quei tempi sinistri era polizia e clero, o vittima di queste due instituzioni infernali. I Borboni di Napoli non hanno avuto del genio che nella polizia: Canosa, Intondi, Delcarretto, Picchineda, Mazza…. figuratevi il non plusultra del genere! Di qui la rivoluzione del 1848, poi il successo di Garibaldi sans coup férir!

Non appena il cameriere di monsignor Laudisio annunziò Don Diego, monsignore lo fece entrare. E' terminava un dispaccio per il ministro dei lavori pubblici. Perocchè monsignore aveva assunto l'impresa di una strada, alla quale non si lavorava punto, e per la quale il consiglio d'intendenza faceva istanza che fosse terminata. Monsignore rosicava nel tempo stesso una tavoletta di cioccolatte e dava dei colpi di piedi ad una mezza dozzina di gatti che si stropicciavano alle sue calze violette.

Perchè i vescovi amano i gatti?

Monsignor Laudisio stese la sua mano al prete che la baciò, piegando il ginocchio, e lo lasciò in piedi senza dir motto. Don Diego potè contemplare così a suo comodo il grande disordine del gabinetto episcopale.

In una biblioteca, alcuni volumi rovesciati, collocati di traverso con dei segnuoli di carta,—dei libri di teologia,—poi la Storia della Chiesa di Fleury, il Codice del Regno, i Commentari sul Codice, di Tullier, le opere di S. Alfonso di Liguori, l'Orlando Innamorato di Berni, La Scienza e la Fede, giornale dei gesuiti, un volume di Walter Scott…. Dei fasci di carta occupavano le poche sedie del gabinetto; dei fascicoli in carta bollata, dei pezzi di minerali—ferro, marmo, rame—giacevano in ogni angolo. In uno spigolo una coppia di capponi legati ancora dai piedi ed otto di quei caciocavalli di Pollino che i ghiottoni napolitani trovano deliziosi. Li aveva ricevuti in dono proprio allora, e monsignore non aveva pensato di farli torre via prima di ammettere il prete alla sua udienza. Un Cristo in avorio, grassotto e panciuto, pendeva dal muro alle sue spalle, fiancheggiato da un'immagine di San Alfonso all'aria di un doppione in galloria, dall'altra il ritratto del marchese di Sora. A portata della sua mano una sferza. Perchè monsignore infliggeva personalmente la ferula ai seminaristi… per fare della ginnastica! Sur una tavola, una disciplina di missionario, un paio di manette da gendarme, un sacco di libercoli sul Cuore di Gesù. Poi, dei bei ricami per le sue cotte ed i suoi camici, una manata di medaglie del Cuore di Maria, un paio di speroni,—perchè monsignore cavalcava benissimo a traverso le montagne della sua diocesi. Poi ancora, sul suo tavolo, dispacci suggellati pel ministro della polizia. In faccia, i busti in gesso del re e della regina. Sopra uno sgabello a sinistra una tazza di porcellana per dare a bere del latte ai suoi gatti, delle zuccheriere, due zaini di pelle di capretto ripieni di piastre, un oggetto di toiletta,—che io non oso nominare benchè Molière ne parli sovente,—una mezza dozzina di tabacchiere in argento ed in vermiglio e molte cartacce. Il Codice del Contenzioso era aperto innanzi a lui.

Monsignore portava la sottana nera del suo ordine, la croce d'oro gittata dietro le spalle, la berretta piantata di traverso sulle tempie, un collare aperto al collo, lasciando intravedere un collo di camicia di servizio da parecchi giorni.

Quando si ebbe terminato il suo dispaccio, e che l'ebbe suggellato e collocato con gli altri, levò il capo e disse a Don Diego, poggiando i gomiti sul tavolo e congiungendo le mani sotto il suo mento:

—Don Diego, figlio mio, tu vai a confessarti con me.

—Vi domando perdono, monsignore, non sono preparato.

—Ah! fece monsignore Laudisio, un prete che terminò or ora di dir la messa e che non è preparato per confessarsi al suo vescovo?

Don Diego lo guardò raddrizzandosi e piegando le braccia sul petto. Monsignor Laudisio fissò egualmente i suoi occhi schernitori sul prete. Ambi si misurarono dalla testa ai piedi, si compresero.

—Monsignor reverendissimo, dimandò Don Diego, codesta confessione è dessa indispensabile?

—Dubiteresti tu dunque dell'efficacia di un sacramento? sclamò il vescovo.

—Il sacramento può esser buono, monsignore, ma le disposizioni del penitente e del confessore non altrettanto. Il padre Sanchez l'ha detto.

—I gesuiti, figliuolo mio, facci attenzione, non sono sempre finamente ortodossi.

—Vostra Eccellenza appartiene alla compagnia di S. Alfonso.

—Così dunque?

—Sta bene monsignore.

—Allora vatti a raccogliere per qualche minuto nella camera qui presso, mentre io scrivo due parole al procuratore generale di Potenza.

Don Diego obbedì. Però monsignore lo udì a passeggiare nella camera ove ei doveva darsi alla preghiera ed all'esame di coscienza.

—Quest'uomo è pericoloso, mormorò monsignore scrivendo la lettera.

Dieci minuti dopo chiamava Don Diego, che si mise in ginocchio e fece sembiante di confessarsi male o bene. Monsignore non l'interruppe punto ed ascoltò. Quando Don Diego ebbe cessato di parlare, monsignor Laudisio dimandò:

—Hai finito, figliuolo?

—Sì, monsignore.

—Tu non obblii nulla?

—Nulla.

—Tu non commetti dunque che dei peccatuzzi veniali, eh!

—Ve ne occorrono dei mortali, monsignore? osservò Don Diego impertinentemente.

—Va benissimo, figliuolo mio: alzati

—Voi non mi date dunque l'assoluzione, monsignore?

—E' sarebbe uno sciupar le buone cose fuor di proposito. Tu non ne hai bisogno d'altronde.

Don Diego si levò.

—Ho voluto vedere, riprese monsignore cangiando tuono, fin dove si poteva spingere l'audacia del sacrilegio. L'ho visto.

—Prego Vostra Eccellenza Reverendissima di spiegarsi, disse Don Diego con calma, prendendo una sedia e sedendosi, con grande stupore del vescovo che lo aveva lasciato in piedi e l'avrebbe voluto a ginocchio.

—Io non ho che una parola a dirvi, a voi, Don Diego Spani, rispose il vescovo alzandosi: io v'interdico.

Don Diego non si mosse: restò assiso e chiese:

—Potrei pregare Vostra Eccellenza Reverendissima di darmi una ragione della severità di questo gastigo?

—Io non ho ragione a rendere dei miei atti che al re, al papa ed a

Dio, rispose il vescovo.

—Nonpertanto, monsignore, quando si batte sì duramente, sì crudelmente, si deve pur dire perchè,—non fosse che per lasciar venire il pentimento.

—Voi non siete uomo da pentirvi, replicò il vescovo.

—Chi sa, monsignore? se io fossi veramente colpevole! Ma voi sapete che per codesta punizione inesplicabile ed illimitata, voi mi rovinate. La messa è il mio pane,—e non solamente il mio, ma quello della mia povera sorella.

—Ah! sclamò il vescovo con un piccolo sorriso che esprimeva un mondo di cose.

Don Diego vide il sorriso, comprese il pensiero del suo superiore, si alzò, si avanzò di un passo verso il prelato e gridò:

—Monsignore, spezzatemi quanto volete: il prete è la cosa del vescovo. Ma non un sorriso di più, simile a quello che venite di smorfiare, non una parola, non un pensiero, non un aspetto… io ve l'ordino in nome del mio cuore, in nome della mia dignità di uomo.

Monsignore squadrò Don Diego impassibilmente poi soggiunse, giocando sulle parole:

—Voi date degli ordini troppo presto, figlio mio: procurate dapprima di esser vescovo.

Don Diego cadde a ginocchio e congiungendo le mani supplicò:

—Ve ne scongiuro, monsignore, ditemi di che mi accusano.

—Voglio soddisfarti, figlio mio, disse il vescovo sedendo di nuovo. Eccolo: 1.° tu sei incredulo; 2.° tu sei carbonaro; 3.° tu hai delle relazioni incestuose con tua sorella.

Don Diego si alzò lentamente, e poggiando la mano sinistra sul lembo della tavola del vescovo, rispose:

—Se sono incredulo, ciò riguarda Iddio. Se sono carbonaro, ciò riguarda il re. Se avessi le relazioni infami che dite voi, ciò riguarderebbe l'onore della mia famiglia, mia sorella e me. Il mondo non ha potuto mai sorprendere alcuno di questi delitti nella persona mia.

—Il mondo, chi sa? Ma Dio?

—Dio mi giudicherà quando la sua volta arriverà, ed io saprò che rispondere. A voi, monsignore, non ho a dire che questo: calunnia, calunnia, calunnia!

Vi era nella voce di don Diego tale solennità, nella sua aria un tal sentimento di fierezza, di verità, di dolore, che il vescovo si sentì come strangolare. E' stette in silenzio per qualche minuto affondando lo sguardo fisso nello sguardo immobile del prete.

—Calunnia! disse egli infine. Voi non siete dunque ateo?

—Monsignore, io sono prete.

—Voi non siete carbonaro?

—Monsignore, io obbedisco alle leggi dello Stato senza mormorare.

—E voi non amate vostra sorella?

—Io l'amo, monsignore. Mio padre era un povero sarto che andava in giornata, monsignore, e morì poco dopo la nascita di mia sorella. Mia madre guadagnava il nostro pane tessendo per la gente della comune. Ella morì di fatica lasciandomi sulle braccia una figliuolina di quattro anni. Mia sorella ha adesso diciassett'anni. Io ne ho quaranta. Io sono stato suo padre, il suo istitutore, la sua madre, la sua amica vera, monsignore,—ciò che le donne non incontrano mai. Io ho lavata, io ho coricata, io ho pettinata questa piccina. Io le ho insegnate le sue preghiere. Noi abbiamo pianto insieme. Noi abbiamo insieme digiunato quando non avevam pane. Io ho fatto la bisogna di casa in suo luogo, per risparmiare questo piccolo e gracile corpo. Io ho soppresso le mie camicie per comperarle una veste. Io ho sofferto la fame per nudrirla a seconda dei suoi bisogni. Io ho avuto il coraggio di sorridere, per non attristarla, quando il dolore e l'oltraggio mettevano a soqquadro l'anima mia. Breve, monsignore, questa figliuola è la mia anima. Il cielo non ha un cherubino più puro e più bello di Bambina.

Monsignor Laudisio aveva appoggiato il suo cubito sul braccio del seggiolone, il suo mento nella mano, ed ascoltava attentamente il prete, esaminando l'espressione illuminata di quella figura. Un'aria sarcastica svolazzava sul volto del vescovo.

—Tutti i preti della mia diocesi, disse infine il vescovo dopo un momento di silenzio, hanno delle ganze. I più onesti ne hanno due,—senza contare le cugine, le cognate, le religiose dei conventi. Io ho fatto tutto ciò che un vescovo, un ministro della polizia, un capitano di gendarmeria, un procuratore reale potevano fare per riformare questi infami costumi. Li ho interdetti. Li ho messi in prigione. Li ho relegati nei conventi a far penitenza. Li ho fatti mandare al bagno. Li ho ingiuriati dall'alto del trono della chiesa. Non sono riescito. Non mi resta che non aver più dei preti, se voglio averli morali. Un solo, in mezzo di questo branco immondo, si è preservato da ogni sozzura: voi!

—È vero, monsignore.

—Voi siete giovane, nondimeno, voi siete robusto. Le occasioni non vi sono mancate. Voi non avete nè cause, nè ragioni apparenti per condurvi differentemente degli altri…. Volete voi spiegarmi l'eccezione?

L'osservazione del vescovo era strana, ma profondamente giusta. Non si fa violenza alla natura quando le si può dare impunemente libero sfogo, quando non si è sotto l'imperio di una legge, di un bisogno; di una volontà superiore all'istinto. Laonde, Don Diego si trovò imbarazzato a rispondere.

—L'eccezione, monsignore, diss'egli infine dopo un istante di riflessione, tiene a delle cause moltiplici,—piccole cause forse, ma che, riunite in fascio, formano un ostacolo insormontabile, come i piccoli rami di vimini allacciati oppongono una diga all'innondamento del fiumi.

—Delle imagini! continuate.

—Ebbene, che so io? la miseria, le cure di casa mia, la mancanza di tutto, l'assenza delle tentazioni, la timidezza, l'assorbimento in altre occupazioni dello spirito, una fibra accasciata dal principio sotto il dominio della volontà, un altro corso dato all'attività della vita, un ideale qualunque che mi ha guidato per i cieli e mi ha fatto trovare la terra orribile e laida, quell'indomani che si sovrappone all'indomani per il compimento di un desiderio o di un disegno, l'isolamento, la stessa astinenza….

—E sopratutto, l'interruppe il vescovo con un sorriso ironico ed incredulo, perchè non si va al mercato a comperar delle pesche punticce quando se ne hanno delle così belle nel proprio verziere.

—Ah! sclamò don Diego d'un tuono freddo, abbassando la testa, incrociando le braccia sul petto.

—Un giorno, continuò il vescovo, un contadino spagnuolo ed un contadino Moro si presentarono all'arcivescovo di Toledo, il quale era altresì principe sovrano. I due villici si disputavano un cavallo, di cui entrambi si dicevano proprietari. Non testimoni da interrogare. Non giudizio di Dio per le armi, da tentare. Non documenti, che stabilissero la proprietà o il possesso, da consultare. Il Moro diceva: il cavallo è a me! Lo spagnuolo assicurava: No, esso è il mio! L'arcivescovo, a fine di spedirli, dette il giuramento sul vangelo ai due litiganti. Ambo giurarono. Se voi foste stato l'arcivescovo di Toledo, a chi avreste consegnato il cavallo?

—Anzi tutto, rispose don Diego io non avrei fatto giurare il Moro sul vangelo, ma sul Corano.

—L'arcivescovo non credeva al Corano; egli credeva al giuramento del cristiano sul vangelo.

—Allora?

—Allora, riprese monsignore con tuono altero e severo, io fo come l'arcivescovo di Toledo: io credo ciò che mi è stato attestato da un prete cattolico, realista, credente, piuttosto che la negativa sofistica di un carbonaro empio, e v'interdico per tutta la vita.

Don Diego restò come fulminato per alcuni minuti. Il viso di monsignor Laudisio, pallido di collera, esprimeva una determinazione irremovibile, i suoi occhi fiammeggiavano. Don Diego disfece allora lentamente il suo collare di prete, lo gettò a terra, vi pose su il piede e gridò:

—Voi lo volete, monsignore? ebbene sia pur così. Io era stato buono, puro, onesto. Io aveva sofferto la miseria con rassegnazione, vagheggiando il meglio, ma non mi movendo per realizzarlo, rispettando ciò che non credevo, subendo tutti i pregiudizi della società senza mormorare, senza violarli…. Voi mi fate sentire che fui un minchione. Voi mi spezzate prete: io mi rialzerò…

—Papa? interruppe monsignore ghignando.

—Monsignore, io conosco tal figliuolo di beccaio, il quale non seppe altro che la sua piccola teologia, ed ancora! Ebbene quel garzone si fe' vescovo. Vostro padre, il beccaio, valeva bene, io mi penso, il mio che era sarto. Ed il figliuolo di quest'ultimo conosce ben altre cose che la teologia, e non rincula più davanti a nulla, nulla! per conquistare il suo posto al sole della vita. Addio, monsignore.

—A rivederci, figliuolo mio, soggiunse il vescovo profondamente ferito dall'allusione del prete, ma sorridendo. Per facilitarvi il cammino, vado di questo punto, a raccomandarvi al ministro della polizia.

—Monsignore, al disopra del ministro vi è il re.

—No, bimbo mio, al disotto, brontolò il vescovo scrollando la testa; il re non governa, prega.

Don Diego salutò ed uscì. Monsignor Laudisio lo fece chiamare. Don

Diego ritornò.

—Ascoltate, disse Monsignore, io non voglio spezzare la zattera sotto i piedi un naufrago senza offrirgli una tavola. Codesta tavola, eccola qui. Voi siete stato carbonaro. Voi siete adesso mazziniano ed unitario. Voi sapete molte cose. Voi conoscete gli uomini ed i progetti. Volete rendere servizio al re, alla chiesa, al vostro paese?

—Ed a voi, monsignore!

—Io fo il mio dovere, rispose il vescovo alteramente: io adempio l'articolo 19 del Concordato del 1818 che fa dei vescovi dei guardiani dell'ordine pubblico.

—Monsignore, voi mi dimandate lì il vostro cappello di cardinale. Io ve lo rifiuto. Grazie dell'infame tentazione. Se io dovessi giammai divenire un Giuda, io non farei mai come quel povero calunniato di Galilea cui dicon venduto per trenta denari.

Don Diego, partì senza salutare.

Entrando in casa, egli era stravolto. Cadde affranto sur una sedia, la testa piegata sul petto, le braccia penzoloni. Vedendolo entrare, col sembiante così decomposto, Bambina divenne scialba come raggio di luna. Di uno slancio, ella saltò sulle ginocchia del fratello e cingendo delle sue braccia le testa fulminata del povero prete, se l'attirò sul petto.

—Di', che hai tu dunque, fratello, gridò dessa con voce lacerante.

—Tutto è perduto, povera ragazza mia, rispose Don Diego: il pane e l'onore.

III.

Indice

L'esodo dei pellegrini.

Il nome vero di Bambina era qualche cosa come Teresa, Luisa o Cristina, un nome senza colore, che non risvegliava in chi l'udiva alcuna idea, che poteva designare una duchessa come una cuciniera, una santa come una puledra, una cagnola o una damigella. Il nome di Bambina le era restato in seguito dell'abitudine di sua madre e di suo fratello che l'addimandavano così dall'età più tenera, abitudine che Don Diego non aveva dismessa ed a cui gli altri si erano conformati. Il nome, in realtà, esprimeva la cosa.

Quantunque dell'età di diciassette anni, quantunque di una taglia svelta, Bambina aveva l'aria d'una fanciulla. Ella era sì piccina, sì carezzevole sì tenera, sì svegliata! Le fanciulline che han perduta la madre e che sono allevate da uomini che l'amano, se non acquistano assolutamente una tempra forte ed uno stampo virile, diventano doppiamente femmine. Se l'affezione rude e profonda dell'uomo non le sminuisce, essa dà loro forbitezza e calore, come i raggi dei Tropici che, non avendo disseccato un fiore, gli han dato il colorito, il profumo, lo splendore ad un grado supremo. Don Diego, orbo delle delizie e delle leziosaggini del mondo, aveva riportata tutta la sua tenerezza cumulata sulla testa di questa piccola sorella. Aveva avuto per lei l'inesauribile attenzione di una madre, la camerateria di un fratello, l'amore ponderato e previdente di un padre. Questa triade d'amore—o per meglio dire questa triplice faccia dell'amore—sviluppando più precocemente la giovinetta al morale, aveva prolungato la durata dell'impronta infantile delle forme.

Naturalmente pallida—pallida altresì per la crescenza subita e di un sol getto—Bambina mostrava in apparenza la mollezza di una convalescente, piuttosto la neghianza di una giovine religiosa sprofondata nell'ozio. Le sue labbra rosse, pertanto, un po' rilevate agli angoli, un po' carnute davanti e ripiegate di fuori, annunziavano che la non era malaticcia e che non aveva la constituzione ascetica. Le sue grandi palpebre velavano sovente il bagliore delle sue pupille e le davano l'aria di una Vergine. Ma allorquando ella le rialzava, quelle trasparenti e bianche palpebre, i suoi occhi prendevano la petulanza di una baccante.

I suoi grandi occhi grigi, a filetti azzurri, potevano assumere a volontà, secondo l'animazione o la calma interna, il vellutato dell'amore, l'ardore del desiderio, la dolcezza dell'innocenza, il provocamento della cortigiana. Bambina poteva essere, con uno sguardo, un cherubino o una Driade, un giovine collegiale o un paggio corrotto, avere l'impertinenza delle marchese di Boucher o la purità serafica delle madonne di Filippo Lippi. Ella aveva l'ovale allungato delle fisonomie delle madonne di Murillo,—il pittore che abbia meglio compreso ed espresso la donna ideale. Il suo bel mento, bianco come il latte, era diviso da una bella piccola pozzetta, o piuttosto un piccolo solco. Bambina aveva, oltre a ciò, una ricca capigliatura castagno che rilevava il tuono della sua pallidezza ed inquadrava una fronte tagliata fieramente.

L'espressione generale ed ordinaria del viso di Bambina era il dolore, la tenerezza. Si sarebbe detto che questa giovinetta fosse un'edera la quale cercava perpetuamente il suo posto di appoggio, l'albero intorno a cui allacciarsi mollemente. Un certo languore nei suoi movimenti, un certo abbandono nelle sue pose, la nota della sua voce dolce ed allungata, il suo andare in cadenza, la sua testa inclinata, avrebbero dato a credere che in questa fanciulla la volontà fosse assente, agghiadata forse, e ch'ella si lasciasse trascinare dalla corrente della vita, faticandosi di volere, ed anche di pensare. Ma il suo naso un po' all'insù, le sue narici piccole, rosee, eccessivamente mobili, le sue fiere sopracciglia arditamente arcate, quel filo impercettibile di bianca madreperla che separava le due labbra e denunziava dei denti magnifici, quella riga appena visibile che partendo dalla radice del naso si perdeva sull'Olimpo della sua fronte pura, il movimento brusco col quale si raddrizzava in un istante come i fanciulli viziati, manifestavano altresì che sotto quella peluggine di eider si celava una scintilla che all'occorrenza poteva divampare, rischiarare, incendiare, che l'angelo poteva trasformarsi in demonio, la femmina in tigre.

La nullità si distingue di primo sguardo, ad un tratto caratteristico e rilevato; ma sotto quella superficie calma, sotto quell'abito indolente, proprio delle genti nulle, si annicchiano talvolta di quelle individualità strane che si chiamano Santa Caterina da Siena, Charlotte Corday, Imperia. Parvusque videri, sentirique ingens, come dice Marziale.

Bambina sapeva molto, senza dubitarsene. Ciò teneva all'abitudine di suo fratello che pensava e leggeva ad alta voce, non importa che, da una ballata di Hugo, un poema di Byron, un dramma di Shakespeare, un romanzo di Balzac fino alle severe lezioni della storia, della filosofia, della teologia, dell'economia politica, della scienza della natura. Di tutta questa scienza, di tutta questa poesia restava molto nello spirito di Bambina, la quale, non essendo distratta altrove, essendo tenuta a parte dal contatto della gente grossolana del borgo, occupava l'attività della sua intelligenza a queste curiosità. Ed era singolare vedere questa giovinetta, mondando i legumi, filando il lino o ferruzzando una calza in faccia a quella testa austera di Don Diego lavorando a voce alta, interrogarlo, per esempio, cosa era quell'amore misterioso di Manfredi; che avrebbe fatto la duchessa di Maufrigneuse quando avrebbe divorato il suo ultimo amore per D'Artez; come la concezione del me poteva creare Iddio; quale era la teoria vera del valore; e lo chiamava a discutere seco lei la politica di Caterina dei Medici o di Castruccio Castracani; a giustificare Alessandro VI come essendo stato lo più grande dei papi politici; a piangere sulla sorte di Esmeralda; e ridere fino alle lagrime delle fantasticherie di Falstaff. Tutto ciò era reale per la giovinetta; tutto ciò viveva, formava la sua società quotidiana, non aveva nulla di pedante per ciò appunto che le era ingenuo e poco o nulla in ordine. Queste grandi cose servivano di pupattola a questa figlia del povero! Bambina aveva per conseguenza quel marchio serio delle figure di donna in marmo, cui gli architetti dei mezzi tempi schieravano sul frontone delle cattedrali, ed ella covava all'interno una scintilla potente.

Quando Don Diego le ebbe raccontato la sua conversazione col vescovo, la prima impressione di Bambina fu di prorompere in pianto. Ella si sentì tutto ad un tratto presa alla gola dalla più spaventevole miseria. Don Diego la calmò. Poi egli cominciò a riflettere parlando alto secondo il suo costume, a discutere con sè stesso cosa gli restasse a fare. Egli vide, del primo colpo d'occhio, che bisognava uscire di quella vita materiale, indirizzita, nella quale aveva vegetato fino allora, e che bisognava trasportare nella realtà la lotta cui aveva sostenuta nel suo spirito. Non era più con le idee, con le passioni, con l'ambizione che doveva battersi d'oggi innanzi, ma altresì con gli uomini, e disputar loro il boccone di pane della sua tavola.

Ora, in provincia non si lotta.

Su questo piccolo scacchiere, tutti i posti son presi, ciascuno occupa il suo vano e vi si tiene, vi si bastiona, vi si radica, vi si fossilizza: my house is my castle! La morte sola vi fa la breccia.

Don Diego adottò quindi immediatamente la risoluzione energica di trasferirsi a Napoli. In quel vasto teatro egli poteva intraprender tutto. Egli era risoluto a non rinculare innanzi a checchessia. Da due ore in qua, il genere umano si rizzava davanti a lui come un nemico, cui egli odiava e che lo disprezzava.

Quando Don Diego espresse questa idea, Bambina, che lo ascoltava attentamente, fece sembiante di andare in busca di qualche cosa: temeva di mostrare la sua viva commozione.

Don Diego maturò questa risoluzione per parecchi giorni; dimandò consiglio al conte di Craco, il solo individuo ch'egli stimasse, la famiglia del quale Bambina e lui visitassero unicamente. Il conte approvò il progetto di Don Diego. Fu fermo. Ma lo si tenne nascosto.

Per render servigio a questa famiglia fulminata, il conte di Craco le comperò la casa ed il giardino,—a condizione di riscatto fra dieci anni,—e si lasciò fissarne il prezzo dal notaio. Il conte non volle spigolare dietro la sventura. Il notaio stimò largamente l'immobile cinquecento ducati: 2200 franchi. L'era tutta la fortuna degli eredi del sarto, il salario cumulato di trent'anni di lavoro e di parecchi giorni passati senza pane.

Don Diego non si credeva così ricco.

I testimoni che firmarono l'atto di vendita, il ricevitore del registro, propagarono la novella. Tutto il borgo fu istrutto della partenza di Don Diego. Si conobbe allora la sentenza d'interdetto pronunziata dal vescovo.

—Gli sta benissimo! dicevano gli uni,—i preti sopratutto, l'arciprete il primo, e dietro a lui i piccoli borghesi che Don Diego non aveva degnato vedere.

—Benissimo, benissimo, mormoravano gli altri noccolando la testa; gli è indegno, al contrario. Cosa ha egli fatto al postutto codest'uomo? Se i gesuiti vengono a ficcare così il naso nelle nostre case e gli occhi nelle nostre coscienze, malgrado nostro, alcuno non è più sicuro del suo domani. In conclusione chi ha a lamentarsi di quel povero diavolo?

—Gli è vero! rispondevano alcuni,—i liberali.

—Via dunque! un uomo orgoglioso che ci rendeva i suoi saluti e le sue parole come se fossero pan benedetto! che aveva sempre sulle labbra un ghigno di disprezzo per tutti! Lo si sarebbe detto un intendente, un marchese, codesto figlio di mastro Tommaso.

—E' non si tratta di codesto. Trattasi di sapere con qual diritto un vescovo gitta un povero prete sul lastrico a crepare di fame, senza cause reali, senza neppur l'apparenza di un delitto. Perchè, di che lo si accusa insomma?

—Ma! rispondeva l'arciprete, io l'ho detto a monsignore che mi ha fatto l'onore d'interrogarmi sulla condotta di questo ecclesiastico. Sua Eccellenza però ha risposto: Non mi parlate giammai di un uomo empio verso Dio, ribelle verso il re.

—Non vedete voi dunque che v'è della politica lì sotto?

—E monsignore mi ha dato ad intendere, continuava l'arciprete, che v'era altro di ben più grave e più immorale ancora. Egli sembra che in casa Don Diego Spani si passino delle cose…. Capperi! che non si dice di noi altri, i quali nonpertanto non ci nascondiamo di esser uomini e che abbiamo delle amiche a vista e saputa di ognuno?

—Oh! per esempio! sclamò un giovinetto gittando il mozzicone del suo sigaro. Con quella figliuola bella come una madonna?

—Voi non avete giammai visto, don Saverio, i gatti affamati mangiare i loro piccoli? replicò l'arciprete.

Questo fu il colpo di grazia. La reazione che cominciava ad operarsi in favore del condannato, quando la sua condanna aveva un causa politica o teologale, si cangiò in indignazione. La giovinezza, la bellezza di Bambina aumentavano il delitto. Era il sentimento della morale oltraggiata che provocava l'indignazione di quegli uomini? Oibò! Era la gelosia, era l'invidia: che fortunato ribaldo l'amante di quella giovine beltà! Ognuno nondimanco si credette in obbligo di andargli a fare una visita di condoglianza. Quel bellimbusto andava a Napoli. Non si sa che potesse avvenire. Le grandi città sono piene d'imprevisti: vi sono delle opportunità incredibili di fortuna e di favore. Don Diego poteva imbattersi in una di quelle opportunità, e ricordarsi più tardi del malvolere de' suoi compatriotti, vendicarsi, rifiutar loro un servizio.

D'altronde non era desso un dramma curioso a contemplare in che modo quest'uomo sosteneva il colpo che lo schiacciava? Non vi eran mille cose a leggere nello sguardo di Bambina, mille commenti a tirare dal suo viso, dal suo portamento, dalla sua persona, e giudicare di là della verità dell'accusa? Una processione di visite si aperse allora verso la casa dell'ex-prete. La freddezza, il disdegno col quale Don Diego accolse quegli atti vigliacchi ed ipocriti non scoraggiarono. Alcuna delle notabilità del borgo non se ne astenne.

Don Diego non restituì alcuna visita.

Bambina si tenne costantemente nella sua camera e non volle ricevere chicchessia,—ciò che accrebbe i sospetti. Ma il fratello e la sorella disprezzavano troppo quella gente per curarsi della loro opinione.

Infrattanto Bambina preparava i bauli pel viaggio.

Il conte di Craco aveva scritto a Napoli a suo figlio Tiberio, barone di Sanza,—e gli aveva dato incarico di trovare un modesto appartamento per gli emigranti. Questo alloggio fu presto trovato. La contessa aveva regalato a Bambina una veste. Perocchè la povera creatura non si era vestita fin lì che del panno turchino fabbricato da lei, come tutte le altre figlie del popolo. La cameriera della contessa cuciva quella bella gonna di merinos azzurro, la quale per Bambina valeva quasi il velluto. La contessa completò il dono con uno sciallo scozzese, molticolore ma caldo, di cui il popolo minuto del napolitano si copre la testa ed avviluppa il busto, risparmiando così cuffie e cappellini.

Nei bauli,—due triste casse di legno,—il fratello e la sorella rinsaccavano alla rinfusa biancheria, libri, stoviglia di casa non troppo maltrattata dal tempo, gli abiti ancora buoni ad usare in camera, del lardo, del cacio, la coltre, le lenzuola. Essi avvolsero pure i loro due materassi tra due tavole di abete, che appoggiate su due Cavalletti formavano lettiera; i cuscini, la tela dei pagliericci. Quella povera gente cacciava dentro nelle casse tutto ciò che poteva servir loro a ristabilire altrove i penati,—quell'home sì sacro e sì caro agl'inglesi,—e ad economizzar loro qualche scudo.

Quegli apparecchi eran lugubri; si facevano in silenzio. Imperocchè ognuno di quelli oggetti aveva la sua storia dolorosa: essi ricordavano una memoria cara, un cordoglio, una miseria, una gioia, una sofferenza. Essi avevano risparmiato tal boccone di pane, tal bicchiere di vino, tal pezzetto di carne per comperare quella giarra di cristallo, quello specchietto, quella pezzuola di seta, quelle fibbie di acciaro per le scarpe del prete, per la cintura della ragazza. Ecco il ferro a spianare del babbo,—le armi di famiglia! Ah! ecco il filatoio della madre…. ed i suoi orecchini d'argento, ricevuti il dì degli sponsali…. ed il telaio ove ella aveva tessuto per i clienti del villaggio: il Cristo del suo capezzale. Ecco il seggiolone dove il prete sedeva…. il suo calamaio screpolato, i suoi libri del seminario cacciati in un canto, il mazzetto di fiori di carta dipinta che sua madre avevagli regalato il giorno della sua prima messa! Bisognava affagottare, gittare, abbandonare tutto ciò!

Come questa casa sembrava miserabile adesso! Come tutto ciò aveva l'aria di vecchio e povero ora che lo si rimuoveva, che lo si traslocava! Questo disordine, queste ruine li ambasciavano. Tutto era polvere. Si perdeva il ritmo della vita. Confondendo tutti quegli oggetti, si disordinavano tutte le memorie; tutta la loro storia si affondava. Il fratello e la sorella si trovavano nel vacuo, fuori del tempo, nudi di tutto.

La miseria si affeziona ad ogni nonnulla e vi soffia dentro una fibra dell'anima. Tutto è una data per esso, pel povero, perchè tutto gli è costato un lembo della vita. E' si perdevano in questa Pompeia di cenci! Non sapevano a che toccare pel primo. Si confondevano nella scelta. Tutto pareva loro utile e buono, perchè tutto aveva loro servito. Essi avrebbero voluto impacchettare la casa e darle le ali, come la santa casa di Loreto.

—Bambina, figlia mia, non obbliare le mie pantofole. Potrei aver la gotta. Avrò forse a camminar tanto in quella Napoli e rientrerò co' piedi ammalati.

—Fratello, bisogna portar con noi la piletta ad acqua santa, che era al capezzale di nostra madre! è rotta e ricollata.

—Ove hai tu messo quell'involto di carte che io celava sotto il mio materasso?

—Sta tranquillo! susurrò Bambina con un segno d'intelligenza: dorme nel fondo della cassa.

—Gitta questi occhiali lì dentro: un giorno, chi sa! sarò miope.

—Brava! stavo per dimenticare il pacchetto di ferruzzi a calze!

Il cane ed il gatto che vedevano tutto quel garbuglio, sembravano inquieti. Si sarebbe detto che presentissero qualche cosa. Il gatto, per l'innanzi così sonnolente, non si stancava più di fare ru-ru attorno alla gonna di Bambina, di stropicciarsi a lei carezzevolmente, di saltar sulle ginocchia di Don Diego. Il cane seguiva tutti i passi dei padroni, testa giù, dovunque andassero. Il suo occhio, un dì sì dolcemente malinconico, ora era estinto. Non commetteva più guasti, ed assiso sulle lacche, allungava la testa con tristezza sulle ginocchia del fratello e della sorella. Il solo essere ingrato o noncurante della casa, era il maiale. E nonpertanto era desso che era stato il più colmo di attenzioni…. interessate. Se la Bambina negligeva un tantino la dose o la qualità delle sue pietanze, Marco grugniva, brontolava, s'impazientava pure, ed andava a rovesciar la pentola, tirava per la gonna la padroncina e sporcava le calze di lei. Infine, un mattino, un contadino venne, gli legò una corda al piede destro e lo condusse via fra le grida le più strepitose. Bambina si sentì commossa fino alle lagrime. L'aveva preso piccino piccino, ed a forza di cure ne aveva considerevolmente sviluppata la quadratura. Questi dettagli, ridicoli e volgari, formavano tutta un'iliade per i due emigranti: gli era l'addio per sempre al passato ed il baratro tenebroso dell'avvenire.

Infine, quindici giorni dopo la condanna del vescovo, tutto era pronto per la partenza. La vigilia, Don Diego andò all'albergo e fermò due posti d'interiore nella carrozzaccia squinternata che faceva il servizio da Lauria a Salerno. Il cocchiere s'impegnò a somministrargli un veicolo da Salerno a Napoli. Si doveva partire all'indomani, tredici ore.

La sera, il conte Craco mandò una lettera ed un pacchetto per il barone di Sanza, suo figlio, ed un paniere di commestibili per la via ai viaggiatori. Il conte li aveva fatti pregar pure di attendere a dormire in casa sua, lì, nel borgo superiore, vicino all'albergo. Don Diego lo ringraziò. Il fratello e la sorella, vestiti, coricarono sulle foglie di gran turco tolte dai pagliaricci. Che notte di freddo, d'insonnia, di angoscia, per il fratello! che notte di sogni d'iride per la sorella!

Infine, l'alba biancheggiò a traverso i vetri delle finestre senza bandinelle.

Don Diego respirò. Bambina si addormentò. Quando Don Diego entrò nella camera di sua sorella e vide la giovinetta accosciata sur un mucchio di foglie, avviluppata nel mantello, ma la bocca infraperta, le labbra rosse, il respiro leggero, la figura calma in un sorriso abbozzato, la fronte un po' madida, le braccia bellamente curvate sotto la testa, le sue grandi palpebre abbassate…. e' si sentì rimescolare il cuore. Una lagrima cadde sulla sua mano. E' s'inginocchiò e cercò nella sua memoria una preghiera per benedirla. Poi uscì. Accese il fuoco,—l'ultimo che doveva riscaldare quel focolaio che li aveva visti piangere, soffrire, balbettare le loro prime parole, che aveva riunito la povera famiglia per tante lunghe notti d'inverno, cui i due operai avevan passate lavorando. Il camino bruciava male. Don Diego terminò gli apparecchi di viaggio ed i pacchetti.

Il conte di Craco venne a dare loro un addio. I suoi domestici portarono ai pellegrini il cioccolatte dell'asciolvere. Don Diego andò a risvegliare la Bambina. L'ora della partenza avvicinava.

Bambina si acconciò ed uscì. Era gaia. Si sedè vicino il fuoco e si cioncò il cioccolatte, mentre i famigliari del conte portavan via i bauli ed i pacchi alla corriera. Nessuno parlava.

Bambina cercò il gatto per dargli un pezzetto del suo pan burrato. Il gatto era scomparso. Bambina cominciò a perdere il suo contegno calmo. Il cane restava al suo posto. Il conte gli fece passare un collare per condurselo a casa. Bisognò trascinarlo, strangolarlo, prenderlo in braccio per distaccarlo dalla casa. Non mordeva, gemeva come una Maddalena. Ciò scosse Bambina. I suoi occhi si umettarono. Infine bisognò lasciare quella dimora.

Don Diego ne uscì il primo, a passo fermo ma celere. Non osò voltarsi indietro. Era eccessivamente pallido. Le sue mani ed i suoi labbri tremolavano; la sua parola era male articolata. Bambina fece il giro della casa, ne uscì a passi lenti; ma, varcando la soglia, le sue lagrime esplosero, il singhiozzo la soffocò. Si sentì annichilita. Le parve mettere il piede sul vuoto e rotolar nell'abisso. Il conte le prese paternamente la mano, le diede il braccio, e la tolse via da quella porta ove la era caduta a ginocchio. Don Diego era partito e tirava su senza fermarsi. Premeva la mano sul cuore per reprimervi la tempesta. Bambina, annegata nelle lagrime, disse addio al conte e salì in vettura. Don Diego si fermò un istante per susurrare all'orecchio del conte:

—Al capezzale del mio letto, sotto i mattoni, è la cassa dei mille fucili che sapete. Li farete trasportare a Cammarota, al P. Giuseppe da Saponara, che ne conosce già il destino ulteriore o che gli sarà comunicato a suo tempo da Carduccio. Coraggio e costanza!—Dite a Tiberio di esser prudente. Bisogna esporre la vita, ma non isciuparla per nulla.

—Sarà mia cura. Addio.

—A rivederci in tempi più prosperi.

Don Diego salì nel veicolo e si partì.

La carrozza veniva di Calabria. Vi erano nell'interiore un capitano di gendarmeria e la madre di un giovane di Gerace, che era stato condannato a morte per delitto politico. La povera madre andava a dimandare la grazia al re…. mentre un generale lo faceva fucilare in una corte di prigione!

Il capitano era un padre di famiglia che esercitava il suo tristo mestiere per dar del pane ai figliuoli, bravo uomo, compito, avendo un fratello capo di ripartimento al ministero del Culto, disgustato delle sue funzioni, agendo male, pensando bene. Il capitano Taffa si mostrò pieno di attenzioni per le due signore e cordialissimo verso il prete.

Don Diego non aveva mai viaggiato; usciva per la prima volta dalla sua terra. Il tancheggio della vettura dava il mal di mare a Bambina. Ella si covigliò nel suo canticello, pallida come morta, sentendosi morire, e provò di dormire. Si apersero tutti gli sportelli per darle aria. La signora calabrese se la poggiò sul petto maternamente. Alla prima salita sullo stradale si scese di cocchio, e ciò sollevò Bambina quantunque non stesse bene il giorno intero.

Il fratello della dama calabrese, che aveva ceduto il suo posto a Bambina, ed un cappuccino, occupavano la predella del cocchiere che si appollaiava sulle stanche.

Grazie alle spallette del capitano tutto andò a modo. Il cocchiere camminò bene. Negli alberghi si ebbe pronto e pulito servizio. I mendicanti del cammino accompagnarono la vettura per una mezz'ora solamente, pigolando, assassinando i viaggiatori di Eccellenza! di rinfrescate le anime del Purgatorio! di obbligate la S. Vergine! Il prezzo dei desinari fu discreto. Si ottennero lenzuola nette ai letti, una tovaglia senza chiazze a tavola, dei maccheroni cotti al punto. Le serve spinsero la deferenza verso la cocolla e verso l'uniforme fino a mettere una camicia di bucato, quantunque non si fosse che al venerdì e ne avessero già messa una la domenica. I carrettieri ebbero la delicatezza di cedere un po' di posto accanto al fuoco. Lo zoccolante offrì del tabacco da naso a tutti, non escluse le donne, e si ostinò a voler confessare le serve. Io credo ch'e' si lavò perfino le mani prima di mettersi a tavola; perocchè tutti i viaggiatori della stessa vettura desinavano insieme.

La prima sera si fe' alto a Sala. Aveva piovuto quasi tutta la giornata. Si era in marzo. Il cielo carreggiava dei grossi nuvoloni grigi, neri, bianchi, che voltolavano come le onde del mare sotto il soffio di un freddo rovato. La strada era malinconica, senza orizzonte,—eccetto la catena degli Apennini, l'Alpi, il monte Sireno vicino Lagonegro, che ammantellato interamente di neve, sembrava nondimanco come a scorruccio. Se il cappuccino non avesse intonato di tempo in tempo un Dominus vobiscum! con una bella voce di basso, se il cocchiere non avesse di tempo in tempo zufolato e canticchiato una strofa della canzone Graziella, nulla avrebbe sgrinzita la serietà, il lugubre anzi dei viaggiatori. Ciascuno aveva un pensiero, peggio ancora forse, un dolore che lo ripiegava in sè,—tranne il cappuccino che da un lercio convento di Calabria andava a pascolo nel ricco convento di Eboli. Si riparò a letto di buon'ora, appena dopo cena.

Il domani, aprendo le finestre, si poteva credersi sulle sponde dell'Oceano. La nebbia copriva la pianura di Diano, ed il vento l'agitava come i flutti in tempesta. La notte però aveva nevicato.

I viaggiatori, nel secondo giorno, si mostrarono più comunicativi. Si avvicinavano ancora di una tappa alla meta delle loro speranze. Pochi alberi nella campagna. Sulle colline pietose qualche pianta malaticcia di olivo, lacera per vecchiezza.

La dama calabrese raccontò allora perchè si recasse in Napoli, perchè era vestita a lutto, perchè piangesse in silenzio e non schiudesse le labbra, perchè dei singhiozzi profondi la strangolassero anche quando i suoi occhi erano asciutti. La parola di questa povera madre gettò il terrore tra i viaggiatori. Lo stesso francescano si tacque e sporse la sua tabacchiera alla dama. Il capitano arrossì. Don Diego impallidì. Bambina avvinghiò le sue braccia attorno al collo della povera madre, l'abbracciò e pianse con lei.

Al ponte di Campestrino, il capitano, ad un tratto, chiuse di autorità gli sportelli della carrozza per la ragione seguente.

In questo sito, i briganti svaligiavano spessissimamente i viaggiatori. Il governo vi aveva fatto piantare delle palanche, e su queste si erano esposte le teste mozze dei briganti impiccati. Il capitano volle sottrarre alla vista della povera madre quelle teste di condannati. Ei si curò poco di orbare i viaggiatori dello spettacolo di quel ponte monumentale, uno dei più belli d'Europa, che congiunge due colline, anzi due montagne. L'architetto, secondo la leggenda, avendo domandato a re Nasone, che volle visitarlo stando a caccia a Persano, come trovasse l'opera sua, re Ferdinando rispose:

—Eccellente.

—Sire, ne sono incantato.

—Qualche cosa vi manca però, riprese quel re beffardo.

—Che cosa, sire?

—La tua testa.

Il ponte aveva costato tre milioni. Gittandolo un po' più in su, l'architetto avrebbe risparmiato allo Stato tre quarti della somma. Ma egli avrebbe altresì guadagnato di meno. L'osservazione del re, pur troppo giusta, lo spaventò: quindi a poco morì di paura!

A mezzodì il sole comparve e si salì a piedi l'erta a picco dello Scorzo, altrettanto per alleggerire i cavalli che per sdolenzirsi. Faceva freddo. Le montagne di Postiglione erano belle nelle loro bianche drapperie dorate, da raggi ridenti. L'Olborno abbarbagliava. Il Sele travolgeva flutti torbidi e corrucciati. La foresta di Persano, caccia reale, sembrava un'immensa macchia nera nel mezzo del piano, ove degli olivi grossi come querce secolari, screpolati, fessi, attortigliati, mutilati come invalidi, popolano la campagna di Eboli. Ai lembi della pianura, sulle sponde del mare. Pesto. Alla vetta della montagna di Scorzo, i viaggiatori scorsero in lontananza, come un'immensa lamina arancio ed azzurro, il mare e le montagne di Amalfi.

Ad Eboli il cappuccino si fermò. Il capitano si fermò a Salerno. Però egli scrisse, alla matita, due parole a suo fratello per raccomandargli Don Diego. E grazie a lui, il calesse che doveva condurre i viaggiatori a Napoli fu trovato immantinente, ed il cocchiere fu obbligato a mostrarsi ragionevole e cortese.

Vi sono delle circostanze in cui il despotismo si benedice!

Si giunse a Napoli la sera. Il cocchiere depositò le sue vittime in una locanduccia del Pendino.

Un'ora dopo, il barone di Sanza stringeva la mano del suo compaesano.

IV.

Indice

Un benvenuto! che non vale neppure un vatti a fare impiccare!

In Francia, un prete interdetto se ne va a Parigi, e quivi egli è ancora un uomo, un cittadino. Al momento in cui scrivo, vi sono in quella capitale più di ottocento cocchieri di fiacre ex-preti, senza parlare di coloro che trafficano alla Borsa, sono impiegati come garzoni nei caffè, domestici nelle case mobigliate, commessi qua e là e segugi di polizia. In Francia, la dignità dell'uomo è sua mercè, sua proprietà: può conservarla, abbassarla, insozzarla, venderla. A Napoli, non era così in sul finire del 1846. L'uomo non si apparteneva: egli era alla polizia, che l'allevava, lo istruiva, lo contaminava, lo spezzava, lo uccideva senza responsabilità, senza render conto dell'opera sua alla società.

Don Diego Spano si era recato a Napoli. Monsignor Laudisio aveva annunziato quest'arrivo al ministro della polizia con un rapporto particolare, il quale si riassumeva in questi termini:

«Uomo pericoloso, ateo, ex-carbonaro, mazziniano, capace di tutto, uno dei capi della Giovane Italia. Da sorvegliare, da comperare se può esser utile, da neutralizzare ad ogni costo. Sa cose che bisognerebbe strappargli; o ridurlo al silenzio con tutti i mezzi.»

Il ministro conservò per lui questa santa denunzia e dette qualche istruzione al Prefetto.

L'appartamento che il barone di Sanza aveva trovato al suo conterraneo, vico Canalone, all'estremità della strada di Forcella, dava sur uno sporco e scuro chiassuolo circoscritto dalle alte mura di due conventi e di una chiesa. Il fitto non era caro; ma non si poteva immaginar nulla di più lugubre di quell'alloggio.

Don Diego occupava il primo piano, il più a buon patto ed il meno ricercato degli altri cinque appartamenti di quella casa, a causa dell'aria e della luce di cui era completamente orbato. Non essendovi portinaio, la corte apparteneva, di giorno come di notte, ai lazzaroni, ai mendicanti, ai musici ambulanti, alle prostitute, agli animali perduti, ai fanciulli scostumati: era il salone del vizio e della miseria. Un materassaio vi veniva a battere il suo crine e cardar la sua lana, perchè gli accomodava così, non curandosi punto se il rumore e la polvere incomodassero gl'inquilini. Una cagnaccia vi veniva a trafficare del suo commercio di frittura all'olio, e tanto peggio se le esalazioni appestassero gli abitanti del luogo. Un ganascione vi veniva a tosare i suoi barboni, a castrare i gatti ed i porcelli. I cialtroni di tutto il quartiere vi davano la caccia ai loro insetti e vi medicavano le loro piaghe come a casa propria.

Del resto, don Gregorio, l'inquilino del sesto, esciva alle sei del mattino e rientrava a mezzanotte, lasciando almanaccar forte i suoi vicini sulla sua persona e sulle sue occupazioni. Al quinto, dimorava un prete di provincia che sorvegliava l'educazione dei suoi due nipoti e li nudriva del prodotto delle due o tre messe al dì ch'egli andava a rappresentare nei rioni i più opposti della città. Una monaca di casa stanziava al quarto, e questa religiosa a domicilio, giovane e bella, ma molto pia, riceveva il suo confessore,—un frate di Santa Maria la Nuova, da un'ora a sei del pomeriggio, e suo cugino, avendo paura dei ladri la notte, dalle nove della sera alle sei del mattino. Un impiegato alla lotteria abitava il terzo piano in compagnia di sua moglie, sei bambocci, qualche coniglio, molti polli e un cacatoes bianco che ripeteva tutta la giornata la famosa interiezione tanto usata dai romani, alla quale Benedetto XIV voleva annettere l'indulgenza plenaria, e cui io non oso scrivere. Il secondo piano era vuoto.

Eccetto Don Gregorio, tutti gl'inquilini fecero visita al nuovo venuto, quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, secondo l'uso napolitano di quei tempi. Otto giorni dopo, Don Diego restituì la visita, e si cessò di vedersi, limitandosi tutti a scambiare un saluto quando s'incontravano per le scale.

L'alloggio di Don Diego componevasi di due camere da letto, un salone, un gabinetto scuro ed una cucina, che serviva altresì di sala da pranzo. Le mura erano state tinte a terra gialla in colla forse vent'anni innanzi. Il suolo era a quadrelli; il soffitto a travi coperti di carta gialla a gigli turchini. Dei piccoli vetri anneriti dalla polvere oscuravano le finestre, ed i ragnateli tenevano luogo di cortine. Tutto ciò aveva l'aria sinistra e gocciolava la tristezza e la solitudine. Un romito vi poteva pregare; un malfattore scannare e fondere moneta falsa.

Al piccolo mobilio portato di provincia, Don Diego aggiunse alcune sedie, un vecchio canapè coperto di tela di crine e borrato di pietre, una tavola, un vecchio stipo, una mensola a mezza luna, verniciata nero, a marmo bianco smussato. Don Tiberio diede il consiglio di allogar su quella mensola i busti in gesso del re e della regina, e di appendere in qualche angolo del salone un gran Cristo, ch'e' gli somministrò. Bisognava mobigliar quella camera per ricevere la polizia ed i messi dell'arcivescovo di Napoli, e, per conseguenza, alla convenienza di costoro. Del resto, non seggioloni, non tende, non tappeti, non specchi, non orologi, non candelabri: in mezzo del salone, al posto della lumiera, una gabbia con un canarino che non cantava più.

Erano degli avanzi che ornavano una tomba!

Bambina si sentiva soffocata; Don Diego, rotto e schiacciato. Egli, l'ho detto, dava alla sua dimora la toiletta appropriata ad ammortire i sospetti della gente officiale che sarebbe venuta a snidarlo.

La toiletta delle persone fu in armonia. Don Diego pigliò un costume mezzo prete e mezzo laico, non senza una certa eleganza: cappello tondo, cravatta e panciotto neri, soprabito bleu lungo, brache di drappo nero, e stivali che salivano fino al ginocchio, alla scudiera. Bambina si vestì da una beghina di religiosa.

Queste spese e quelle di viaggio avevano assorbito una parte della piccola somma portata da Lauria. Restava nondimeno di che vivere un anno per bussare alle porte della fortuna prima di mendicare.

—E quando tutto sarà finito, disse Don Diego a sua sorella, se non saremo riesciti, tu entrerai in un convento, io…. mi brucierò le cervella.

—Bravo! interruppe Bambina, bruciarti le cervella? Tu saresti ridicolo agli occhi dei napolitani. Tu perderesti la loro considerazione se non ti precipitassi da un quinto piano e ti fracassassi il cranio sul lastrico come un semplice vecchio coccio. Speriamo fratello,—soggiunse ella in tuono più serio. Il barone di Sanza ci aiuterà.

—Noi siamo poveri, figliuola, e tocchi dalla disgrazia. Non abbiamo dunque amici. Gli uomini sono come i cani: abbaiano ai mendichi e si gettano addosso ai più deboli. Si divora il ferito, come tra le bestie feroci. Non hai tu osservato come Don Tiberio si è mostrato glaciale verso di noi?

Don Diego non aveva visto sua sorella arrossire ed il barone di Sanza impallidire, al loro primo incontro, all'arrivo. Bambina si guardò di comunicare quest'osservazione a suo fratello e replicò:

—È vero. Ma noi siamo dei provinciali, e lui… un elegante della città, che frequenta di già ambasciatori e ministri.

Il barone di Sanza, in fatti, venne a vedere i suoi amici di Lauria due o tre volte, suggerì qualche consiglio molto utile; ma si addimostrò in generale freddo e riservato, come un uomo che non vuole svegliare speranze, cui non potrebbe poi realizzare. Non dimandò neppure a Don Diego ciò che voleva fare. Don Diego, del rimanente, sarebbe stato forse imbarazzato egli stesso a rispondere a questa dimanda. E' non sapeva che una cosa, come diceva a sua sorella, che egli era un cacciatore esausto, per il quale ogni selvaggiume era buono.

Don Diego ebbe della pena ad orientarsi nella città. Napoli è vecchia. Le sue strade, i suoi edifizi datano da molti secoli, appropriati alle esigenze di quei secoli ed oggimai un incomodo anacronismo. Strade anguste, vicoli sporchi, oscuri, poco o punto lastricati, ingombri di depositi d'immondizie, in cui sguazzano cani, maiali e monelli. Casamenti altissimi, male intonacati, male aerati, affollatissimi di abitanti malpropri, edifizi tortuosi, sovente guerci. Chiese e conventi che occupano ed attristano due quinti della città, o dei palazzi immensi e solitari che tengono tutta una strada. La vecchia Napoli è infetta, malsana, male abitata, piena di sgorbi, storpia in tutte le membra, senza logica. Un fetore orrendo, cui gli abitanti non percepiscono più, l'avviluppa. Don Diego perdeva la sua strada ad ogni passo o faceva dei lunghi giri. La città gli spiacque. E' sentì, dai primi giorni, la nostalgia dell'aer puro, delle foglie verdi, del cielo e dello spazio. La gente, nondimanco, gli parve buona. Egli non fu in contatto da principio che col popolo, il quale a Napoli è caritatevole, sente e si affeziona. È un cane: ha bisogno di amare qualcuno, o qualcosa, obbedire, consacrarsi; abbaierà talvolta per non importa chi e non importa che, ma non morde giammai. La libertà di già lo corrompe. Il borghese poi è altra cosa; del pessimo, pessimo. Ma Don Diego nol conobbe che più tardi.

Aveva appena terminato d'installarsi che, un mattino, un ispettore di polizia gli si presentò in casa. Quell'uomo ruppe quasi il campanello suonando. Entrò, cappello in testa, senza salutare. Si assise senza scovrirsi il capo, senza esservi invitato lasciando Don Diego in piedi. Squadrò insolentemente Bambina. Incrociò le gambe, rimuginò dello sguardo in ogni angolo e dimandò infine, parlando alto ed in tuono corrucciato:

—Sei tu Don Diego Spani?

—Si, signore, rispose Don Diego alquanto stupefatto dei modi del messere.

—Di Lauria?

—Di Lauria.

—Arrivato a Napoli da alcuni giorni?

—Sì, signore. Ma…

—Giù ai ma! cos'è codesto ma?

—Infine, signore, a chi ho l'onore di parlare?

—Sono io che ti parlo, replicò il poliziotto. Io sono l'ispettore di polizia del quartiere.

Don Diego salutò il destino.

—E vengo ad ordinarti, continuò l'ispettore, di presentarti dal commissario signor Campobasso.

—Non mancherò, signore.

—Eh! vorrei ben vedere che tu mancassi. Hai tu ben compreso?

—A mezzodì, signore, replicò Don Diego con molta dignità.

—Quanto paghi tu qui?

—Non caro, signore.

—Lo credo bene. Chi diavolo ha scoperto questo canile?

—Ciascuno si alloggia come può.

—Tu parli come un almanacco. E quel piccolo gioiello lì è tua figlia?

—È mia sorella, signore, rispose Don Diego, facendo segno a Bambina di ritirarsi.

Bambina salutò ed uscì. L'ispettore la seguì degli occhi, poi si alzò.

—E dire che ciò viene di Calabria! sclamò desso. A mezzodì dunque.

Poi dando un ultimo colpo d'occhio alla casa ed all'uomo, partì come era entrato, senza cavare il cappello, senza salutare. Alla porta però si fermò, mise la mano in tasca, ne cavò fuori una piastra e disse a Don Diego che l'aveva pulitamente accompagnato.

—Potete voi darmi della piccola moneta di questo, per pagare il cocchiere?

Don Diego tirò innocentemente di tasca un pugno di piccola moneta in argento e rame, e la presentò all'ispettore onde prendesse il valore della sua piastra. Il poliziotto intascò la moneta di Don Diego e la sua, non disse neppur grazia, chiuse la porta con fracasso e discese le scale borbottando.

Don Diego restò come allampanato e, testa giù e passo lento, ritornò in sala.

A mezzodì meno un quarto, ei saliva la scala del commissariato del quartiere Pendino, al primo piano di una casa sudicia e scura, al fondo di un angiporto. Nella corte gironzavano alcuni di quei birri ostensibili che lo straniero incontrava nelle strade di Toledo e di Chiaja, bardati di uniforme, un coltellaccio ai fianchi. Gli sbirri reali, i veri, i più numerosi, coloro che menavano la bisogna nei quartieri cui lo straniero non visitava giammai, gli sbirri pel popolo infine, formavano quella categoria a parte chiamata i feroci. Essi vestivano un largo calzone di velluto in cotone grigio, largo, una giacchetta ed un corpetto di velluto di cotone nero, stretto alla vita da una fascia di seta rossa, un berretto di pelle di coniglio o di lontra. Questi manigoldi, che si sarebbero detti da Opera Comica, coi loro baffi neri, e le facce bestiali ed atroci, violenti, grossolani, crudeli, ai quali la vigliaccheria delle vittime dava un potere terribile, erano in realtà degli abbietti vigliacchi. Il primo venuto,—straniero ben inteso,—di un man rovescio ne faceva una pecora, malgrado le sacche piene di coltelli e di pistole e le mani armate di anella e di randelli. Questa roba guardava di un'aria truce le persone che entravano, pronta a stender la mano per dimandare una mancia senza pretesto, se colui che veniva in quella bolgia aveva un aspetto di persona comoda.

Don Diego traversò la corte ciottolata di quei ceffi sinistri. Essi si avanzarono e si scovrirono innanzi ad un signore che saliva le scale nel tempo stesso. Questo signore, vedendosi seguito da un uomo dai lineamenti imponenti e malinconici, si fermò sulla soglia e voltandosi l'interpellò.

—Di chi chiedete?

—Del signor commissario, rispose Don Diego.

—Sono io, disse l'altro. Chi siete?

—Don Diego Spani.

—Ah! fece Campobasso. Vieni

Al suo passar dall'anticamera zeppa di gente, tutti si alzarono. Campobasso tirò innanzi senza salutare e si diresse verso il suo gabinetto.

Un ispettore gli parlò a voce bassa.

—Fatela entrare, rispose il commissario.

Si assise e lasciò Don Diego in piedi in un angolo della camera.

Il commissario Campobasso era un uomo di una quarantina di anni, alto, snello, brunissimo, un po' calvo, gli occhi neri fiammeggianti, i lineamenti pronunziati e duri, avendo mustacchi neri, labbra crudeli, naso aquilino, braccia lunghe, mani grasse ed uncinate, la voce forte, la parola breve. Portava un diamante per bottone di camicia, dei cornetti contro la jettatura per breloques. In una parola, una fisonomia petulante, piena di vita, di violenza, di passioni sensuali, prontissima alla collera. Egli era carnefice, tra i carnefici commissari di polizia in Napoli. È restato come una leggenda.

Conservò il suo cappello sul capo.

La camera era dipinta a verde. Sopra due plinti, i busti del re e della regina in gesso; un Cristo in un angolo; un cattivo canapè coperto di tela gialla e qualche sedia.

Una signora entrò. Era vivamente commossa, pallida, tremante.

—Signora! disse Campobasso lasciandola in piedi dinanzi al suo tavolo, voi avete cacciato di casa vostra una giovane serva a cui noi portiamo interesse. Andrete a riprenderla.

—Ma, signor commissario, ella mi rubava.

—Voi non la pagavate abbastanza.

—Ma, signore, ella restava fuori tutto il giorno, Dio sa dove, mi mancava di rispetto, non faceva il suo dovere, mi dava degli ordini….

—E voi, non avete i vostri difetti, voi!

—I miei pensionari se ne lamentavano.

—Ah! Ebbene, essi avevano torto, e voi avete torto. Scegliete. Domani, o la serva rientra in casa vostra, e voi la compenserete di averla licenziata, o darete congedo ai vostri locatari e non affitterete più camere.

—Ma, l'è la mia sola risorsa per vivere, signor commissario.

—È dunque indispensabile che voi viviate? Ho detto. Uscite.

La signora salutò e si ritirò a ritroso.

Gli occhi del commissario si illuminavano.

L'ispettore rientrò. Campobasso fece un segno della testa, e due minuti dopo comparvero due bei giovanotti di una ventina d'anni. Restarono, cappello in mano, nel mezzo della stanza.

—Avvicinatevi, gridò Campobasso, alzandosi.

I due studenti avanzavano. Campobasso ne prese uno per le orecchie, e gli applicò, senza dir verbo, parecchi schiaffi sul viso. Poscia prese l'altro della medesima maniera e gli regalò la stessa correzione.

—Briganti! gridò egli in seguito, perchè non siete voi andati alla congregazione domenica scorsa?

—Mio fratello era ammalato, rispose il più giovane degli studenti, ed io restai a casa per accudirlo.

—Voi mentite, urlò il commissario. Voi siete due empi e mal pensanti. Il priore della congregazione si lamenta di voi. Non confessione, distratti alla messa, poco rispetto verso monsignor Scotti…. E poi, e poi, cosa sono codeste setole che portate sulle labbra?

I due giovanotti non risposero. Campobasso li riprese per le orecchie e, scuotendoli con violenza, strappò loro come potè la neofita lanuggine delle labbra.

—Dei mustacchi dunque? dei segni di libertini? Peste e sangue! noi vedremo codesto. Don Severio!

L'ispettore chiamato comparve.

—Un barbiere, all'istante. Fate radere fino al sangue questi due galuppi e metteteli in segreta, a digiuno. Andate! soggiunse egli poi allungando un calcio alle spalle dei due disgraziati giovanotti, pallidi come due statue d'avorio.

Dopo ciò, come se nulla avesse fatto, Campobasso si fregò le mani, si riassise e disse a Don Diego: Avvicinati.

Don Diego era tutto in iscompiglio. Delle idee di tutti i colori turbinavano nel suo capo. Ciò che aveva udito e veduto lo annientava. Campobasso impiombò i suoi occhi freddi, ironici, pieni di disprezzo, crudeli, su quel sembiante decomposto e disse:

—Sei tu Don Diego Spani di Lauria?

—Sì, signor commissario.

—Interdetto da Sua Eccellenza Reverendissima monsignore di

Policastro?

Don Diego abbassò gli occhi senza rispondere.

—Perchè quel santo vescovo di monsignore Laudisio ti ha desso interdetto?

—Egli non m'ha fatto l'onore di dirmelo.

—Egli! Egli! tu potresti ben dire Sua Eccellenza Reverendissima, mi pare? Infine, perchè sei tu partito da Lauria, innanzi tutto?

—Perchè non avevo più nulla a fare in quel paese, ed io ho bisogno di fare qualcosa; perchè quel soggiorno non mi era più possibile, dopo la mia disgrazia.

—Insomma, che cosa vieni a fare qui?

—Cercare un posto e del pane. Io sono pronto a tutto. Procurerò di apprendere, se mi chiede cosa che io ignori.

—Quando si sloggia, vendendo tutto ciò che si ha nel paese ove si è nato, si ha uno scopo. Quale è codesto tuo? Rispondi categoricamente.

—Vorrei darmi all'insegnamento.

—Per far ciò, occorre il nostro permesso, che noi non accordiamo, ed il permesso dell'arcivescovo e del presidente della pubblica istruzione, monsignor Apuzzo, che lo rifiutano agli empii.

—Vedrò allora di collocarmi come segretario presso di qualche persona.

—Noi l'impediremo, dando sul tuo conto dei cattivi ragguagli.

—Mi procurerò un impiego come potrò, continuò Don Diego, cominciando a turbarsi.

—Lo Stato non nudrisce i suoi nemici, li schiaccia. Noi respingiamo i carbonari.

—Potrei domandare di scrivere in un giornale, almeno?

—E quale? Non vi sono giornali qui, anzitutto. Se qualcuno ne apparisce, se qualcuno alligna, esso è nostro; e noi ci opporremo. Quali dottrine possono professare gli atei ed i demagoghi? Va poi a fregarti con Scrugli e con Ruffa—due convertiti.

—Ebbene, cercherò di trafficare di una piccola industria.

—Io non ti accordo la patente.

—Procurerò in questo caso di entrare come commesso nel commercio, come prefetto in un liceo, in un seminario….

—Noi noi permetteremmo. Lo Stato e la gente onesta vogliono in codesti posti persone fedeli e non sospette di fellonia contro la Chiesa e lo Stato.

—Ma, signor commissario, se voi mi sbarrate tutte le vie per le quali io potrei utilizzare la mia educazione, e' non mi rimane che divenire commissionario, facchino, ed io sono abbastanza forte….

—Affatto! Ti occorre un autorizzamento che la polizia non è disposta a concederti.

—Signore, e' non mi resta allora che morire di fame quando avrò terminate le mie ultime risorse. Infrattanto, studierò la medicina o altra cosa per espatriarmi di poi.

—Ed il passaporto? Ma hai tu insomma di che vivere qualche tempo!

—Ho di che non morire d'inedia per un anno, signore.

—Tu ti presenterai qui ogni otto giorni. Andrai alla congregazione degli studenti, a S. Domenico Soriano ogni domenica. Ti confesserai a monsignor Scotti. Noi teniamo gli occhi aperti sopra di te. Sovvientene.

Don Diego, fulminato, piegò il capo e partì. Uscita finta, come al teatro. Il commissario lo richiamò.

—Don Diego, nel vostro paese si trovano degli eccellenti formaggi, cui il prefetto gradisce molto, ed io egualmente. Fate venirne un cantaro e mandatemeli. Voi ci direte poi il prezzo.

—Io mi stimo fortunatissimo, signor commissario, di rendervi servigio, rispose l'infelice taglieggiato, ritirandosi.

Nella strada, Don Diego mancò trovarsi male. L'imagine lurida della miseria, l'imagine pura di sua sorella, s'incrociarono nel suo spirito. Egli vide queste due terribili potenze, il clero e la polizia, rizzarsi come due boa innanzi a lui, per assalirlo dovunque e' si volgesse. E' vide le sue facoltà, la sua forza, la sua intelligenza, stritolate, annichilite: la polizia ed il clero gli rubavano tutto ciò che Dio gli aveva prodigamente largito. Gli si lasciava unicamente il diritto di mendicare e di morire.

Rientrò in casa e non disse nulla a Bambina. Delle idee sinistre gli ottenebravano la mente. Ei non poteva neppure sbarazzarsi interamente delle sue spoglie di prete e farsi cantabanco, giocoliere: doveva restare e crepare sotto la corrosiva bardatura.

La sera Don Diego cercò il viglietto di introduzione che il capitano Taffa gli aveva dato per suo fratello, capo di ripartimento, passato pocanzi dalla polizia al culto. Quest'ultima speranza però riluceva appena. Si recò, malgrado ciò, dal barone di Sanza e gli raccontò la sua conversazione col commissario.

—Ma, già! sclamò il giovane, gli è così, ed essi han ragione.

Ciascuno per sè. Ebbene gli è giustamente questa rete infame di prete

e di sbirro, la quale avvinghia la società, che trattasi di tagliare.

Ci pensate voi sempre?

Don Diego sorrise ed uscì.

V.

Indice

L'entrata nella vita civile.

Don Domenico Taffa, capo di dipartimento al ministero degli affari ecclesiastici, come dicevamo testè, toccava un mensile di cinquanta ducati—180 lire gravate di ritenute. Egli dimorava al terzo piano di una bella casa alla salita di Magnocavallo, il quartiere elegante della ricca borghesia, e pagava 2500 lire l'anno. L'appartamento, vasto, ben aerato, lindo e gaio, mobigliato con ricercatezza: del palissandro,—allora prezioso ancora,—cortine di seta, tappeti, porcellane, quadri, una bella biblioteca, dei bei cristalli, degli specchi dovunque. Un lacchè in livrea si teneva stecchito nell'anticamera. Una donna confezionava, starei quasi per dire, ricamava la cucina. Una graziosissima cameriera riempiva gli uffici di governante.

All'istante in cui Don Diego si presentò, la tavola non era ancora disservita, ed ei potè intravvedere la bella argenteria, la bella biancheria di Sassonia ed i residui di un ricco dessert.

Don Domenico fiutava e sorbiva il moka nel salone con alcuni amici, e Don Diego rimarcò, quantunque poco conoscitore, il bel servizio di porcellana inglese di Minton e la cristalleria di Boemia. Tutto ciò, mediante 180 lire al mese! Era la ripetizione in permanenza del famoso miracolo dei pani e dei pesci, di cui, a vero dire, gli impiegati di S. M. Siciliana conoscevano tutti il secreto. L'han dessi dimenticato di poi, o non ne han lasciato memoria?

Questa opulenza sembrò quasi regale a Don Diego, ed ei provò una specie di trepidazione involontaria. Ebbe per un momento l'aria goffa ed imbarazzata. Aveva dato il viglietto del capitano Taffa al domestico, ed aveva fatto domandare se lo si poteva ricevere. Cinque minuti dopo, Don Diego era introdotto nel gabinetto di Don Domenico.

Questo personaggio avviluppato in una calda zimarruola, uno steccadenti fra le labbra, entrò quindi a poco e toccò un piccolo campanello per chiamare un domestico che venisse a rimuovere il fuoco del braciere.

Ei navigava fra i cinquant'anni e di già si brizzolava. La sua taglia tendeva all'adipe. Aveva viso aperto, rubicondo, quadrato, minuziosamente raso, da brav'uomo; era lindissimo e si dondolava camminando. Le sue labbra erano carnose, rosse, grosse, i suoi occhi vivaci. Parlava il dialetto napolitano, si fregava le mani ad ogni frase, mirava al concettino, aveva maniere senza ritegno, la voce mingherlina. Egli adorava Pulcinella, al teatro San Carlino, Casaciello, al teatro Nuovo.

La biblioteca era chiusa a chiave, ed alcuno non si avvisava di toccare a quelle opere così bene legate, così bene in ordine dietro i cristalli, come dei mobili appropriati al gabinetto. Il tavolo era coperto di carte, una corrispondenza di larghi dispacci, coi grandi suggelli di cera rossa stemmati. Don Domenico era l'amico ed il confidente di due potenze: il ministro degli affari ecclesiastici, il confessore del Re. Egli provvedeva di vescovi il ministro che s'intendeva col confessore, e costui li faceva approvare da S. M., nel cui nome erano proposti alla Santa Sede.

Ciò spiega l'importanza di Don Domenico e la sorgente della sua fortuna.

Uscito il domestico, chiuse le porte, il provveditore di vescovi che aveva fatto sedere il povero prete accanto a lui, credendolo un cliente, gli dimandò con voce affatto melliflua:

—Vogliate dirmi, signore, qualche parola sulla vostra persona, e che cosa posso fare per voi, perchè mio fratello vi raccomanda a me con interesse.

Don Diego raccontò la sua storia senza nulla omettere, eccetto le sue opinioni politiche e religiose.

Don Domenico cangiò portamento.

—Riconosco ben là mons. Laudisio, diss'egli. Quel diavolo di uomo ci dà più bisogna egli solo che tutto l'episcopato del Regno preso insieme. Gli è un uomo fuori classe quello lì. Doveva essere prefetto di polizia: se n'è fatto un vescovo.

—Il vescovo non ha assorbito il prefetto di polizia, osservò Don

Diego.

—Ebbene, figliuolo mio, ripigliò Don Domenico, giuocherellando col curadenti, io non so proprio, io non so assolutamente che fare per voi. Voi siete povero….

—Poverissimo, interruppe Don Diego.

—E ciò che è peggio ancora, soggiunse l'impiegato, voi sembrate aver del merito, della dignità e dell'ambizione.

—Dell'ambizione propriamente, no, rispose Don Diego. Ma io ho bisogno di vivere e di dare a vivere a mia sorella.

—Diavolo! voi siete afflitto ancora di una sorella?

—Sì, sclamò Don Diego: potrei quasi dire di una figlia.

—Che età ha dunque vostra sorella?

—Non ancora diciotto anni.

—È dessa bella?

Don Diego guardò il suo interlocutore di un'aria malcontenta, esitò a rispondere, poi disse, sospirando:

—È bella come la Vergine Maria, e pura come ella.

—Diavolo! diavolo! incalzò Don Domenico; ciò complica la situazione….

—E triplica la spesa, soggiunse Don Diego, ghignando.

—È dessa maritata, vostra sorella?

—No.

Don Domenico restò qualche tempo a riflettere, poi proruppe:

—In fede mia, no: io non posso nulla fare per voi. Di un cattivo prete, toccato dalla Grazia ed inscritto al Gran Libro, si può ancora, a peggio andare, tirare un vescovo, un monsignor romano, un canonico, un abate. Ma voi avete su di voi gli occhi della polizia e siete povero. Accomodate ciò, se potete.

—L'è proprio così, sì: sorvegliato, pitocco, e non un amico.

—Oh! gli amici poi non si scontano al Banco di Napoli, e non se ne trovano che per averli a pranzo o per farsi mettere a male. Il migliore amico di questo mondo, mio caro, è il re….

—Fosse anche un travicello?

—Fosse anche un re a Statuto, purchè impresso alla zecca su delle rotelle di argento e d'oro.

—In questo caso, sclamò Don Diego, io sono sans-culottes.

—Se voi aveste solamente sei poveri mille ducati!

—Una miseria! che!

—Gli è che monsignor Cocle, dappoi che egli ha quella piccola

Passaro, diviene un baratro spaventevole. E' non trova mai che basti.

—Un confessore di re? pensate mo! Allora?

—Ebbene, dei sei mila ducati, tre mila a monsignor Cocle, due mila a Sua Eccellenza, il mio ministro, e mille per il vostro umilissimo servitore. Gli è per un boccone di pane! E' mi rubano, quei briganti tonsurati. Almeno se mi lasciassero le mani libere! Se quei maledetti vescovi morissero almeno presto! Ora i miei superiori cominciano perfino a trovare la mia mercanzia un cotal poco punticcia. C'è per dio da disgustarsi del mestiere.

—E se io trovassi codesti sei mila ducati? domandò Don Diego.

—Ah! per tutti i santi! procurate di averli e fate presto. Un'occasione superba, in questo momento. Il vescovo di Teramo è morto d'indigestione, disse egli. Il suo posto è a riempire. Il vescovado rende quattro mila ducati l'anno, forse anco cinque mila, rinfocolando un po' la religione. Potete inventare una madonna che guarda bieco che piange…. Insomma, un poco più della rendita di un anno, e voi sarete patta. Voi vedete! gli è per un mille crazie! per un tozzo!

—Ma! gli è precisamente codesto tozzo che mi manca.

—Tanto peggio per voi allora. Io non posso ribatterne un carlino. La piccola Passaro pretende anch'essa cinquecento ducati per le sue spille, adesso, l'orrida cammella! Fosse bella almeno!

—E voi non pensate a farla saltare, eh?

—Perdio! Se ci penso! Ma con un'altra sarebbe la stessa minestra. A meno che io non metta a quel posto una guidoncella di mia conoscenza che per riconoscenza non mi ricatti.

—L'è giusto.

—Ma quel porco grossolano monaco….

—Qual monaco?

—Monsignor Cocle, perdio! che vede pertanto delle belle dame alla corte e passa al bucato la coscienza del re e della regina…. sissignore! egli si è impaniato in quella moresca butterata…

—Che specie di femmina è dunque codesta piccola Passaro? domandò Don Diego, intrigato perchè colui parlasse di codesto, e così liberamente, con lui, cui punto non conosceva.

—Ma l'è di lei che io parlo. Figuratevi un botticello, cremisino, a grosse labbra di mora, senza vita e senza spirito, con un subbisso di ciccia che sbocca ed inonda dovunque, che s'ubbriaca con Monsignore, che mangia quanto lui, vale a dire come quattro uscieri; un compagnone d'indigestione in gonnella!

—E nient'altro che questo?

—Ma! vi debbe essere altresì qualche altra cosa…. ma poco.

—Ebbene, bisognerebbe presentare a monsignore un partner dei suoi piaceri di un altro stampo.

—Ah! se avessi una sgualdrinella parigina sotto la mano! Lo farei marciare il vecchio maiale, veh! Ma non parliamo più di ciò! Quanto a voi, ve lo ripeto, sono impotente. Pas d'argent, pas de saucisses! soggiunse egli ridendo.

—Lo so. Una chiave d'oro, è la sola chiave che apre tutte le porte qui.

—La sola, no. Una bella donna, un segreto di Stato, un servizio reso alla polizia, l'abilità a manipolare un miracolo… che so ancora? No, vi sono altre risorse nel nostro bel paese, grazie a Dio. Laonde non bisogna disperare. Cercate, sappiate cercare, e troverete.

—In un parola, bisogna essere vile ed infame, osservò Don Diego.

—Ah! sclamò Don Domenico come allocchito, se voi apprendete la lingua nei cattivi dizionari, se voi avete dei principj, aprite una finestra e gettatevi nella corte…. Questo mondo non è per i gaglioffi, soggiunse Don Domenico, con umore, alzandosi.

—Scusate, signore, disse Don Diego, accorgendosi d'aver offeso l'impiegato che da una mezz'ora gli parlava a cuore aperto. Perdono, davvero. Non è dei principj che io proclamo qui; è la mia inesperienza di linguaggio che mi fa chiamar oca un papagallo. Arrivo di provincia. Ma mi formerò….

—Oh sì, mio caro, formatevi e poi venite a vedermi. In questo mondo non si vive mica solamente di vescovadi. Voi potete fare altra cosa.

—Ah! se io non avessi a lottare contro la polizia….

—Corbellerie! La polizia non esiste. Voi non avete a lottare che

contro la miseria. Abbiate dei quattrini, e vi si darà il Padre

Eterno. D'altronde, voi sarete ricco quando non avrete più pregiudizi.

Voi avete una mina….

—Sì, rispose Don Diego sorridendo: la mine d'un homme condamné au suicide.

Don Domenico alzò le spalle come un uomo che si dice: Non ci è nulla da cavare da questo idiota! Ed aprì la porta del suo gabinetto.

Don Diego uscì. Era già nella corte, quando il domestico corse dietro a lui e lo pregò di risalire.

Il suo padrone aveva un'ultima parola a dirgli. Don Diego risalì. Don Domenico l'attendeva sulla soglia della porta del suo gabinetto ove era restato a riflettere.

—Udite, diss'egli, un ultimo consiglio. Mio fratello mi ha pregato d'interessarmi del caso vostro….

—Grazie, signore, rispose Don Diego con dignità.

—Mandate vostra sorella a confessione…. Voi dite ch'ella è bella…

—Signore, interruppe Don Diego, mia sorella è straniera ai miei affari, ed io non vedo perchè….

—Infatti! replicò l'impiegato con disprezzo. Ritornate dunque al vostro villaggio ed andate a zapparvi la terra. Io non so perchè siate venuto a Napoli. Io aveva creduto veder lampeggiare sul vostro sembiante altra cosa. Ma, e' pare che la natura si piace talvolta dare al tacchino la forma dell'avoltoio. Addio, signore.

—Scusatemi ancora una volta, signore, riprese Don Diego. Datemi ad ogni modo il vostro consiglio. Voi siete buono in sostanza. Fate come l'agricoltore che getta la sua semenza e non guarda se qualche granello cade sulla pietra.

—Non si semina sul tufo, in generale, replicò Don Domenico con impazienza. Ad ogni evento, ecco ciò che avevo a consigliarvi. Mandate vostra sorella a confessione dal P. Piombini della Compagnia di Gesù ed aspettate. Addio.

E dicendo ciò. Don Domenico volse le spalle al provinciale e rientrò nel salone dove i suoi amici l'attendevano per giuocare una partita di mediatore—una specie di whist bastardo che si giuoca nel napolitano.

Don Diego andò a passeggiare alla sponda del mare, la testa piena di pensieri, il cuore pieno di dubbi. Quella conversazione cinica apriva innanzi ai suoi occhi un nuovo orizzonte. Rientrò tardi, molto distratto e silenzioso. Egli meditava le proposizioni,—cabalistiche allora per lui,—seimila ducati per esser vescovo! un secreto di Stato! un servizio alla polizia! un confessore per sua sorella! una mina!… Ei levò la testa e scorse in faccia a lui Bambina che lavorava. Ei la contemplò lungamente. La vedeva forse per la prima volta. Poi si alzò di balzo e prese la volta della sua camera senza schiudere le labbra.

—Non mi abbracci dunque questa sera? disse Bambina. Cosa hai dunque?

Non mi racconti la tua visita?

—No, rispose Don Diego. Non ti racconto nulla. Questa città è un inferno popolato di vigliacchi e d'infami.

Ed uscì. Bambina sclamò sorridendo:

—Mio caro Seneca, io vorrei che il tuo inferno fosse almeno un poco più caldo, perocchè ti confesso che io agghiado, e ti prevengo che domani bisogna comperar dei carboni.

L'indomani, questa povera famiglia fu risvegliata alle sette del mattino da un birro che veniva ad ordinare a Don Diego di presentarsi di nuovo al commissario di polizia, a mezzodì. E gli estorse due carlini per essersi… scomodato!

—Che mi vogliono ancora? mormorò Don Diego. Non mi sbarazzerò dunque giammai di codesta orrida ribaldaglia.

All'ora indicata, nondimanco, si trovò alla presenza di Campobasso, il quale lo ricevè con un piglio più brutale che mai. Egli intimò alla sua vittima di avere a lasciar Napoli fra quindici giorni, per ordine del prefetto di polizia. Fu un colpo di fulmine per quel disgraziato che aveva appena speso quasi intero il minimo peculio per installarsi su quell'angolo di terra da cui ora lo si espelleva senza pietà e senza pretesto. Se avesse saputo ove andare almeno! se almeno fosse stato solo!

Le lagrime gli rotolavano per gli occhi. Divenne orribilmente pallido.

Barcollò. L'atroce commissario si sentì quasi intenerito.

—Gli è per ordine del ministro, disse egli. Non ci è a recedere.

—Ma che ho dunque fatto? domandò Don Diego con una voce soffocata, che ho dunque fatto che mi si tratta peggio dei forzati?

—Ciò che i forzati non fanno, rispose il commissario. Voi vi mischiate degli affari del vostro paese, della sua morale, del suo governo, di libertà, di dignità e di non so che altre fandonie. Ma quando si ha la perversità di cospirare contro lo Stato, si dovrebbe almanco avere abbastanza spirito per scegliere i suoi complici.

—Ma io non cospiro, gridò Don Diego.

—Contatela ad altri, figliuolo, replicò il commissario. Non sono forse i vostri amici che vi hanno denunziato?

—I miei amici! Ma io non ho amici, io.

—I vostri complici, se vi piace meglio, Insomma, coloro che conoscono i vostri fatti ed i vostri pensieri.

Don Diego parve schiacciato.

—Voi non sapete mica dunque, innocente provinciale, continuò Campobasso, che quando voi cospirate, noi altri, noi, siamo sempre un po' della partita. Cercate bene nella vostra memoria, e vi ricorderete chi ha potuto essere il vostro Giuda.

—Io non ne conosco alcuno, replicò Don Diego con semplicità.

Poi soggiunse, per correggere lo sbaglio:

—D'altronde, io non ho giammai cospirato.

—Davvero! sclamò Campobasso, voi mi fate pietà. Voi avete una natura generosa, senza fiele; io m'interesso a voi. Al vostro posto, io mi vendicherei; ma vi hanno di già sobbillato nel quartiere che io sono un tristo. Perciò rassegnatevi, rendete il bene pel male ed abbandonate Napoli avanti che spiri il termine fisso dal ministro.

—Ma, signor commissario, poichè voi dite che le mie disgrazie vi toccano, non potreste voi suggerirmi un mezzo per far rivocare da Sua Eccellenza l'ordine che mi precipita in un abisso di disastri.

—Io non ne conosco che uno: provare a Sua Eccellenza che le persone che vi hanno calunniato sono vostri nemici e che dessi vendono la vostra pelle per salvare la loro.

—Ma io non li conosco codesti nemici, gridò Don Diego in tuono commiserevole.

—Per Dio! non è poi difficile a comprendere, e' mi sembra. Il ministro ha scoverta la cospirazione di cui voi fate parte. Qualcuno dei vostri complici ne ha parlato caricando il delitto sugli altri. Ora, ei bisogna provare al ministro che voi siete innocente, tutto al più un accalappiato, e che gli altri sono i rimestatori.

Don Diego udì il commissario attentamente, riflettè qualche secondo, indovinò infine la trappola e rispose con calma:

—Io non conosco alcuno, non ho fatto giammai parte di alcuna società segreta. Vedo dunque che la mia sventura è senza rimedio e che debbo soccombere.

—Sta bene, ruggì il commissario sconcertato. Fra quindici giorni, a mezzodì, voi avrete lasciato Napoli. Se no, voi avrete a fare con me.

Don Diego uscì. Gli era troppo: si sentì piegare sotto il peso. Gli si dimandava infamie sopra infamie; lo si circondava di trappole grossolane, cui non si degnava neppure dissimulare; gli si proponeva, senza mercè, ogni specie di cose orribili ed odiose: comprate una carica, siate spia, vendete vostra sorella, prostituitela al confessionale di un gesuita, denunziate i vostri amici, infangate la vostra anima, abjurate le vostre credenze morali e politiche; siate Caino o morite di fame! Il cuore di Don Diego si spezzava e si abbronzava.

Adesso, egli vedeva il suo cammino: solamente aveva a scegliere. Gli si dimandava una metempsicosi infernale. E si trattava forse di un semplice problema di psicologia e di fisiologia sociale? No.

Nella scelta che gli si proponeva era implicata l'esistenza di sua sorella come la sua: la quistione morale si complicava di una quistione di vita o di morte. La scelta sarebbe stata libera, se si fosse trattato da lui solo: non l'era più dal momento in cui l'onore, la vita, l'anima, l'avvenire di Bambina vi erano compresi. Gli si domandava, inoltre, un'eccezione unica alla regola, ovvero quell'abbominevole governo gli proibiva di divenire l'esempio solenne di un prete, colpito dal vescovo ed assolto dalla società, condannato a morte dal potere spirituale e salvo dalla società laica? Il governo si credeva nel suo diritto mettendo in atto l'editto dell'interdetto episcopale, quando non poteva vantarsi d'aver fatto grazia ad un amico, ad un fedele, ad un complice, ad uno strumento.

Don Diego si trovò, senza saper come, nella Villa Reale, assiso sul muro che corre sul mare. La sua testa era abbattuta, le gambe penzolavano, le braccia s'incrociavano sul petto: meditava e piangeva. Sentì le sue guance molli a sua insaputa, quando il tramonto lo fece avvedere che era colà da parecchie ore. Si levò allora, passò le mani sul volto, che si addolcì.

Aveva egli risoluto il suo problema?

Bambina fu stupita a veder suo fratello quasi gaio. Mangiò molto, e si divertì a far delle pallottole di mollica di pane, pensando Dio sa che. S'informò di Don Tiberio e scherzò su i suoi vicini. Infine condusse sua sorella ad udire la musica innanzi al palazzo reale e la ricondusse in carrozza dopo averle fatto bere un sorbetto della regina. Bambina gli disse:

—Come dunque? tu mi vizii adesso?

—Ti do una ricompensa prima di dimandarti un sacrifizio.

—Vedete un po'! E qual sacrifizio don Agamennone degna dimandare a donna Ifigenia?

—Domani tu andrai a confessarti.

—Oh! oh! scoppiò Bambina ridendo. A confessarmi!

—Che vuoi, piccina mia? Siamo a Napoli: ciò è alla moda. Bisogna far dunque come tutti fanno.

—Ed ove andrò a confessarmi, di'?

—Dai gesuiti, dal loro confessore in voga, al padre Piombini che spilluzzica le anime di tutte le dame del gran mondo napoletano.

—E cosa occorre dire a quel rigattiere di cenci d'anime?

—Tutto ciò che ti passerà pel capo. Ma trattasi meno di dire che di lasciar parlare ed ascoltare. Resterai dieci minuti sotto l'alito fetido di quel monaco che t'insozzerà il viso. E che Dio ti riconduca così pura da quella gogna di corruzione come vi sarai andata, tesoro mio.

—Ciò ti farà piacere, fratello?

—Ciò è utile.

—Sia. Andrò e mi divertirò forte a giuocare di astuzia con un gesuita. Poi se non dirà che ha confessato la Vergine Maria, io rinunzio ad esser donna. Buona sera.

Mentre Don Diego se n'era andato alla Villa Reale, il commissario Campobasso si era recato dal prefetto, e questi, in seguito, dal ministro per rendergli conto dell'interrogatorio del prete.

—Ebbene? dimandò il marchese di Sora.

—Eccellenza, è sembrato estremamente abbattuto dell'ordine di espulsione.

—Si è desso lamentato?

—Sì, ma non fino alla bassezza.

—Quale ragione avete voi data dell'adozione di questa misura?

—La denunzia di qualcuno dei suoi complici, che l'ha accusato per mettere in salvo la propria testa.

—E non ha nominato alcuno?

—No, Eccellenza. Assicura anzi non aver complici.

—E poi?

—Si è rassegnato a lasciar la capitale.

—Sta bene. Aspettate miei ordini per dar seguito a questo affare.

—Lo lasceremo tranquillo allora?

—Ora, che uno dei nostri agenti travestiti dia questa lettera ad un commissionario per ricapitarla al suo indirizzo.

Il marchese di Sora prese un foglio di carta e vi scrisse qualche parola in cifre. Poi piegò la lettera in un certo modo, la suggellò senza alcuno stemma e la rimise al prefetto.

—Scusi, Eccellenza, e l'indirizzo?

—Ah! sì, sclamò il marchese. Scrivete.

Il prefetto prese la penna, il marchese dettò:

—Al signor Antonio, mercante di tabacco, Piazza della Carità.

—È fatto. Ora Vostra Eccellenza vuole ella il rapporto della giornata?

—Me lo comunicherete stasera nel mio palco a S. Carlo. Nulla di urgente?

—-No, Eccellenza. Il rapporto del n. 7.

—Datemelo codesto. Barcolla sempre il Reverendo Padre?

—Più che giammai. La Compagnia esita. Cattivo segno.

—Credete?

—È arrivato al Gesù Nuovo un corriere di Roma nella notte ed è ripartito la notte stessa.

—Ed il n. 15 non ne fiata?

—Non ha potuto saper nulla. Tutto si è passato nel piccolo consiglio.

—Sta bene. Andate.

L'indomani alle otto del mattino, il barone di Sanza venne da Don

Diego, e gli disse:

—Andiamo. Vi presenterò ad un uomo che può esservi utile.

Bambina entrò. Lo sguardo di Tiberio le andò incontro.

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Ograniczenie wiekowe:
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Data wydania na Litres:
16 stycznia 2025
Objętość:
380 str. 1 ilustracja
ISBN:
4064066072117
Wydawca:
Właściciel praw:
Bookwire
Format pobierania:

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