Czytaj książkę: «Gli amori»

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Federico De Roberto

Gli amori


Pubblicato da Good Press, 2020

goodpress@okpublishing.info

EAN 4064066071165

Indice

PREFAZIONE

LA MUTA COMUNIONE

L'INDISCRETA DOMANDA

L'OMONIMO

LA VEGLIA

IL SOSPETTO

LA CERTEZZA

UN'INTENZIONE DELLA DUFFREDI

L'INDOVINELLO

FINO A MORIRNE

OMISSIONI

UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI

UN GIGLIO

LA VENERE DI SIRACUSA

L'ESTRO

ANACRONISMO

IL GRAN RAPPORTO

L'AFFARE DEI QUATTRINI

UN'EQUAZIONE MORALE

LE CICATRICI

LA TOSCANINA

LO SCANDALO

LA JETTATRICE

LA CONSOLATRICE

LE PROVE

DIBATTIMENTO

IRONIE

L'ASSURDO

LETTERE DI COMMIATO

L'AMOR SUPREMO

PREFAZIONE

Indice

Milano, 7 agosto 1897.

Mia cara amica,

Questo volume è suo. Dirò anzi di più: come senza di lei non lo avrei scritto, così senza il suo permesso non lo potrei pubblicare. Le lettere che lo compongono le appartengono; raccogliendole insieme io mi uniformo al suo desiderio — al suo comandamento.

Il suo giudizio sul mio libro dell' Amore si compendiò in queste parole: «L'amore c'è soltanto nel titolo.» Le mie teorie la sdegnarono; ella si rifiutò di ammetterle, osservando che di teorie, di sistemi, di ipotesi, ciascuno può costruirne quanti ne vuole, ma che i fatti importano unicamente. Ecco come e perchè mi sentii nell'obbligo di addurle alcuni esempii delle astratte proposizioni enunziate in quello studio. Già dissi a lei, ma debbo ora ripetere ai miei — ai nostri! — nuovi lettori, che non uno di questi esempii è inventato: io non ho fatto e non ho voluto fare opera di fantasia, ma di osservazione. Il gran pubblico che non sa delle nostre amabili liti, che s'interessa mediocremente ai particolari modi di vedere intorno ai rapporti dei sessi, forse potrà accordare un poco di attenzione a queste lettere per spirito di verità che mi animò nello scriverle.

Vede come ho fatto miei i suoi ragionamenti? Ma ella già sapeva che non è un'impresa disperata quella di persuadere a un autore che l'opera sua vale qualcosa... Mi lasci ora sperare — per me e per lei — che il pubblico non sia del parere contrario, e voglia gradire ancora una volta l'espressione della singolare reverenza con la quale sono

di Lei, gentilissima Amica,

dev.mo ed obb.mo

F. de Roberto

All'illustrissima Signora

la Contessa R. V.

Siena

[pg!1]

LA MUTA COMUNIONE

Indice

Contessa gentilissima e furibonda amica,

Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!... Non basterà picchiarsi il petto, accusarsi umilmente, implorare perdono? Ella dice di no? La colpa mia è proprio irremissibile?... Via, mi lasci almeno sperare. Ella sa del resto benissimo che la speranza non ha bisogno, non che di permessi, ma neppure d'argomenti per farci accogliere le sue persuasioni. Se pure ella non vuole, io posso egualmente credere che un giorno o l'altro la troverò meno severa contro questo povero signor Me Stesso... E dire che era tanto disposta all'indulgenza! Mi faceva buone tante cose! Tollerava la mia freddezza, il mio scetticismo, la «scettica e spietata freddezza» con la quale esposi le teorie più sconfortate; scusava, se pure non giustificava, il «vandalismo morale» col quale mi ero messo a sfrondare, ad abbattere, a disperdere ogni poesia e ogni idealità! Ma una cosa l'ha rivoltata, una goccia «di fiele» ha fatto traboccare il suo sdegno. Quando io ho detto che gli uomini non possono intendersi, che le anime non possono comunicare, che il pensiero e il sentimento [pg!2] sono intrasmissibili, non m'è valso riferire il giudizio d'un filosofo come Taine, non m'è giovato citare un poeta come Baudelaire, è stato inutile tentare lunghe e minute e pazienti dimostrazioni: sono stato giudicato!... Tuttavia bisogna credere o che ella speri di convertirmi, o che non sia poi tanto sicura delle sue opinioni e quasi cerchi, con la discussione, affermarle; perchè, dopo aver dichiarato di non voler discutere più, trovo ancora nella sua lettera questi eloquenti passaggi: «E allora, se gli uomini non possono intendersi, perchè mai, di grazia, venite enunziando queste vostre eresie? Se tutto ciò che vi passa per il capo è frutto particolarissimo della vostra costituzione, dell'educazione, dell'ambiente, di non so quante altre diavolerie; se le vostre escogitazioni sono tutte vostre, perchè mai le partecipate al prossimo? Io avevo finora creduto che quando uno esprime una cosa, parlando o scrivendo, oppure gestendo, se non ha rotto lo scilinguagnolo, costui crede che gli altri potranno credere questa cosa, pensarla a loro volta, riesprimerla e comunicarla ad altri successivamente! Ma se voi siete persuaso di non potervi intendere con nessuno al mondo, mi pare che vi converrebbe cominciare, per esser conseguente, con lo starvene zitto!... Secondo voi ogni creatura umana fa razza da sè, parla un linguaggio che nessun'altra creatura umana capisce; il mondo sarebbe come un'immensa torre di Babele. Ma voi sapete benissimo che quella torre non fu potuta finire, che per la confusione delle lingue l'impresa andò all'aria. Invece io vedo che il mondo, bene o male, e se vi piace più male che bene, pure sussiste; e che ogni giorno, ogni minuto, gli uomini s'accordano in una moltitudine di affetti, d'idee, di persuasioni! Voi credete invece di parlar turco in mezzo a un pubblico che del turco non conosce neppure la canzonatoria strofetta:

C'est par là,

Par Allah!

Qu'Abdallah

S'en alla!

[pg!3] O non è dunque fiato sprecato? E allora, scusate, perchè non smettete?...»

Io le potrei dar causa vinta, signora, e risponderle che il suo consiglio è veramente da seguire. Potrei risponderle che se appunto ella, d'ordinario così indulgente con me, si è tanto sdegnata, ciò prova luminosamente che quando due persone, grazie ad una lunga ed assidua dimestichezza intellettuale, sembrano capaci d'intendersi, a un tratto, per un'idea, per una parola, per una intonazione di voce, non s'intendono più, anzi si crucciano — nè sempre manifestano il loro cruccio con lo spirito amabilmente sardonico che ella mette nel manifestarmi il suo.

Queste risposte che potrei darle le tengo tuttavia per me. A lei dico, contessa, che dopo la sua lettera e grazie a nuove riflessioni, mi sono ricreduto. No, non è vero che ogni cervello sia un mondo e che questi mondi s'aggirino eternamente separati, senza speranza di poter mai comunicare. Sì, tra gli uomini che più sembrano diversi, tra un viaggiatore europeo, sapiente, cosciente, raffinato, e l'ultimo Zulù, c'è un fondo comune, se non propriamente di pensieri, almeno d'istinti, che li affratella. E tra gli uomini e le donne — il punto controverso era questo! — le differenze del sesso non sono così profonde da rendere impossibile o molto difficile la comprensione reciproca. Uomini e donne non solamente s'intendono quando s'amano, s'accostano e si parlano, ma possono anche intendersi a distanza, senza vedersi; e intendersi a segno da accordare le loro volontà e da uniformare i loro atti a queste volontà concordi!... Ella dice che adesso è troppo? Che casco nell'eccesso contrario? Che vengo a parlarle di spiritismo e di telepatia quando la discussione s'aggirava intorno a un argomento tutto morale? No, mia cara amica: non le parlo di telepatia nè di magnetismo: resto nell'argomento. Ed io, guardi, mi sono ricreduto appunto perchè, dopo la sua lettera, ho rammentato un fatto che dimostra appunto la possibilità di quest'accordo a distanza, di questa muta intesa!... «Una storiella?» mi par d'udirla [pg!4] esclamare, con una scrollatina di spalle, con un sorrisetto canzonatorio, come per significarmi che ella non crede ai fatti narrati dai narratori di professione. Io vorrei pregarla di credere che non invento. Potrà anche darsi che il fatto non sia vero; garantisco soltanto che m'è stato riferito, dagli stessi protagonisti, così come glie lo racconterò.

Noi cantastorie siamo spesso presi a confidenti dalla gente che ha qualcosa sullo stomaco. La confessione non fu detta molto propriamente Sacramento della penitenza; prima che penitenza è sollievo. I nostri secreti ci rodono, ci opprimono, ci soffocano; il pensiero assiduo, cocente, tende ad esprimersi, spinge all'azione ed alla rivelazione. La psicologia fisiologica spiega molto bene questo rapporto tra la funzione ideatrice e la motrice; ma noi lasceremo da parte la scienza e le sue spiegazioni. Io voglio soltanto dirle che, come i confessori, i narratori ne odono spesso d'ogni colore. Oltre l'istintivo e spesso incosciente bisogno di comunicare l'invasante pensiero, un interesse tutto personale, la salute dell'anima, spinge i credenti a confessarsi. L'egoismo che spinge a noi i confidenti si chiama vanità. Essi vengono a narrarci i fatti loro perchè, presumendo che questi fatti siano straordinarii e che a nessuno mai potrebbero capitarne altrettali, noi riveliamo al gran pubblico e tramandiamo ai posteri i rari e fatali avvenimenti. A onor del vero, non tutti sono così vani; alcuni, più modesti, più semplici, vengono a noi imaginando che la nostra scienza sappia leggere là dov'essi non comprendono; altri ancora — e sono quelli che ci fanno maggior piacere — non vengono a noi, ci mandano le loro confessioni scritte, dentro una busta. Uno per applaudirci e confermare le nostre idee, un altro per dimostrarci che siamo semplicemente idioti, ci narrano una quantità di cose, ci forniscono una quantità di documenti umani ai quali facciamo sempre festa. Edmondo de Goncourt ne chiese alle sue lettrici per scrivere Chérie; più valore hanno quelli offerti spontaneamente, senza la pretesa di far della storia. Io ne ho da parte una cartella, e qualche [pg!5] volta la vuoterò. Oggi, dopo questo già troppo lungo esordio, vengo al fatterello che le ho promesso per giustificare la sua fede antica e la mia conversione recente: le anime s'intendono, s'accordano — anche da lontano — senza che gli occhi vedano, senza che le orecchie odano.

C'era dunque una volta un signore e una signora che s'erano molto amati — anche questa è una prova per lei! — ma che poi non s'amavano più — e ciò darebbe ragione alla mia prima idea. Ma le ripeto che mi sono ricreduto! Insomma, questo signore e questa signora, dopo essere stati insieme qualcosa come cinque anni — un lustro! — se n'erano andati ciascuno per la sua via. Ho detto: dopo essere stati insieme, e non ho detto bene. Non erano stati precisamente insieme, sotto lo stesso tetto: la signora non era interamente libera, e doveva salvare certe apparenze. L'amico suo avrebbe potuto andare da lei anche tutti i giorni; ma ella sa che giorno significa quello spazio di tempo il quale comprende anche la notte; e gli amanti, da che mondo è mondo, hanno sempre preferito le tenebre alla luce; senza contare che il signore del quale le parlo aveva molte occupazioni durante il giorno propriamente detto. Dunque, perchè di giorno egli aveva da fare e perchè le ombre sono maggiormente propizie ai ludi erotici, egli preferiva i convegni notturni. Ora questi erano molto più difficili: nè la signora sapeva quando poteva ricevere l'amico suo; nè, prevedendo d'esser libera, aveva sempre modo di mandargli un biglietto. Ecco dunque la combinazione imaginata dai nostri amici per rimediare: quando il signore, passando a tarda sera sotto la casa della signora, vedeva illuminata una certa finestra, una finestra che in nessun'altra occasione e per nessun altro motivo poteva essere illuminata, questa straordinaria illuminazione significava che la signora era di sopra ad aspettarlo. Per gli amanti, la finestra dietro alla quale si struggeva una candela stearica non era più una finestra, ma un faro, il solo Faro, il Faro per antonomasia. Egli era poeta ed ella comprendeva la poesia: intorno [pg!6] a questo Faro, a quest'Occhio della Notte, a questo Sguardo vigilante ed amico, egli aveva scritto certi versi che ella aveva mandati a memoria. I fari sogliono essere particolarmente utili durante il cattivo tempo; e appunto quando tirava vento, quando c'era nebbia, quando pioveva, quando nevicava, la finestra soleva splendere e indicare che l'approdo era libero; nelle notti serene, siccome la signora doveva andar fuori per suo conto, o riceveva visite, tutto restava buio e il nocchiero filava al largo.

Queste notizie, diciamo così nautiche, sono necessarie all'intelligenza della storiella. La quale meriterebbe d'essere narrata in uno stile un poco più serio; perchè, come durante cinque anni i miei due protagonisti si erano amati d'un amore dolce e forte ad un tempo, così, anzi a più forte ragione, dopo la rottura non ebbero di che ridere. Perchè ruppero, allora? Se io pensassi oggi come ieri, le direi che ruppero per quella tale impossibilità di comprendersi bene, per quella intellettuale e sentimentale discordia che m'ha valso i suoi vivaci rimproveri; ma io mi sono, come le ho detto, convertito; e quand'anche non fossi ancora convertito, non vorrei farla arrabbiare ripetendole una cosa che tanto le dispiace; le dirò quindi che l'amor loro s'intepidì e s'avviò alla morte come tutte le cose che hanno avuto nascimento. E come l'amor loro era stato una bella cosa, ed entrambi sentivano che la fine di una cosa bella è molto triste e che bisognerebbe a ogni costo impedirla, così essi ostinavansi a ravvivare il loro sentimento agonizzante; ma poichè l'impresa era disperata e gli sforzi si rompevano contro la fatalità della morte, così, vedendo inutili gli sforzi, e non potendo prendersela col destino irresponsabile, e dovendo per un bisogno tutto umano prendersela con qualcuno, ciascuno dei due se la prendeva con l'altro. S'accusarono, adunque, di colpe in piccola parte vere, in molta parte imaginarie; dalle accuse futili passarono ben presto alle maggiori e da queste arrivarono subito alla massima che, per due amanti, è quella del tradimento. Credendo ciascuno d'esser tradito dall'altro, [pg!7] naturalmente entrambi pensarono di potere, anzi di dover tradire a propria volta; talchè, come sempre accade, ciò che era dapprima ingiusta imaginazione divenne tosto ingrata realtà. Egli amò un'altra donna, ella un altro uomo. Persuasi d'aver ricevuto un torto, il torto estremo, non si videro più. I loro nuovi amori finirono rapidamente, ma essi continuarono ad evitarsi. Un giorno, impensatamente, s'incontrarono, per la via. Mentre egli scantonava, ella gli apparve dinanzi: i loro sguardi s'incrociarono un istante. E allora, tumultuariamente, le sopite memorie si ridestarono nel cuore di lui. Aveva più d'una volta pensato a lei, ma con un sentimento torbido, fatto di rancore e di sdegno; ora, a un tratto, per averla guardata negli occhi, tutte le dolcezze antiche gli rifluivano al cuore... Come s'erano amati! Era possibile dimenticare quella passione? Credeva d'averla dimenticata, aveva voluto cancellarne i ricordi; ed ecco che risorgevano, immortali!... Da quel punto egli non visse più della vita reale; le impressioni del presente si perderono nella continua evocazione d'un passato non tanto passato come pareva. Perchè, infatti, i sentimenti muoiono forse proprio come gli esseri, per non più rinascere? E si può mai ricordare un affetto senza ancora in certa guisa provarlo? Quando noi non lo comprendiamo più abbiamo un bel tentare di evocarne la memoria: essa ci sfugge. Rammenteremo bensì le circostanze concomitanti, le condizioni esteriori: penseremo a un nome, rivedremo una imagine; ma il moto dell'anima, ma il cordiale turbamento non si ridestano, anzi sono così ribelli al nostro sforzo che noi neghiamo perfino d'averli provati mai. E invece egli sentiva il cuore battergli in petto, al pensiero di lei, come la prima volta che l'aveva veduta. E non sapeva far altro che chiudersi in casa, rileggere le sue lettere, rivedere le reliquie del perduto amore, ricordare i tramontati giorni felici. E a poco a poco l'assiduità di quelle appassionate cogitazioni produsse in lui un mirifico inganno: gli parve che il tempo trascorso dalla rottura, tutto il triste tempo della nuova sterile prova e della solitudine [pg!8] fredda non fosse trascorso realmente; gli parve d'aver sognato queste cose e di rivivere nella stagione dell'amore beato. Che faceva egli allora? Pensava a lei, sempre — come ora! Le scriveva — e come allora egli si metteva ora alla scrivania, per cominciare una lettera. Le antiche espressioni ferventi gli spuntavano sotto la penna; con la stessa tenerezza d'una volta egli tracciava sopra una busta il nome di lei, il bel nome tante volte, quante volte mormorato tenendola fra le braccia!... Andava anche da lei, allora — e guardando ora il cielo nebbioso, udendo i fischi del vento, lo scrosciar della pioggia, egli vedeva con gli occhi del cuore il Faro splendente nella notte, la guida fedele additargli il Porto delle Soavità. Ora, pensando che se fosse passato dalla nota via, dalla via della quale conosceva ogni angolo, ogni sasso, egli non avrebbe più visto risplendere il Faro, che tutto sarebbe stato chiuso ed oscuro, che quel porto gli era vietato, che quelle soavità erano finite, ei pianse le lacrime del rimpianto e del rimorso. La propria colpa gli apparve evidente e il dolore lo schiacciò. Qual riparo tentare? Che fare per vivere ancora? Mandarle una di quelle lettere che veniva scrivendo e poi lasciava dov'erano? Ma come l'avrebbe ella accolta?... Non era stata di lei stessa la colpa? Che sperare da chi lo aveva tradito?... E la disposizione del suo spirito mutò; egli credette un momento d'essersi agguerrito contro la lusinga, contro sè stesso. Ma il dubbio tornò ad occuparlo: non aveva tradito egli stesso? Il torto non era suo proprio? Sì, suo: principalmente suo. E che pensava ella di lui? Lo incolpava? Aveva tutto dimenticato?... Non era possibile! Vedendolo, guardandolo negli occhi, improvvisamente, le memorie avevano dovuto travolgere anche lei: ne era sicuro. Ella aveva dovuto pensare alla forza, alla dolcezza della loro passione; dire a sè stessa — come lui — che una passione simile non si dimentica. Anch'ella aveva dovuto tentare d'uccidere la memoria; ma i suoi sforzi dovevano essere rimasti sterili — come quelli di lui. Che faceva ella in quei giorni? Come lui, senza dubbio, evocava il [pg!9] passato; ricercava, rivedeva le mute e inerti testimonianze dell'amor loro; come lui s'incolpava d'aver ucciso questo amore. Era possibile che pensasse ad altro, che provasse altro? Guardando quel cielo costantemente grigio, i vetri rigati dalla pioggia, i tetti imbiancati dalla neve, che altro poteva pensare se non che meno d'un anno addietro, nelle notti come quelle, illuminato il Faro, ella stava ad aspettar l'amato, dietro un uscio, per gettargli le braccia al collo appena varcava la soglia della sua casa? E come egli, all'ora dell'amore, si struggeva dalla tentazione di ripassare da quella casa, con la lusinga di poter vedere ancora una volta risplendere il Faro, non provava anch'ella la tentazione d'illuminarlo ancora una volta e d'aspettare la venuta di lui? Quest'idea, l'idea di rivedersi al modo antico, ora che s'erano incontrati, ora che l'amarezza della separazione era passata, ora che la stessa stagione correva propizia ai convegni, che lo stesso cielo pareva favorirli; quest'idea che occupava e invadeva lo spirito di lui e ogni sera gli suggeriva di rifare la via consueta, non doveva occupare e invadere lo spirito di lei? Logicamente, necessariamente, il contemporaneo risveglio di comuni memorie non doveva produrre in due anime che avevano vibrato all'unisono un identico stato di coscienza, la stessa disposizione sentimentale, eguali speranze, bisogni simili, gli stessi impulsi? Egli ne ebbe in breve la morale certezza. Senza aver parlato con lei, senza aver saputo nulla di lei, senza neppure averla riveduta dal giorno dell'incontro, fortuito, la sentì tutta piena dei ricordi dell'amore, tutta amante, aspettarlo ansiosa dopo aver disposto l'usato segnale... e una sera, una notte che la neve fioccava a larghe falde, egli s'avviò...

Non s'era ingannato, contessa. E vede come io avessi ragione d'assicurarle che lo spiritismo non entrava per nulla nel mio fatterello? L'analisi psicologica, la legge secondo la quale le idee si associano e i moti dell'animo si seguono, basta a spiegare un'intuizione simile. L'amica nel cuore della quale egli leggeva a distanza, leggeva anch'ella nel cuore di lui. Tutti i [pg!10] sentimenti per i quali egli era passato, dopo l'incontro imprevisto, avevano occupato successivamente, e con lo stesso ordine, l'anima di lei. Ella aveva realmente evocato e rimpianto il passato, aveva tentato di scrivere all'amico, poi lo aveva accusato, poi aveva accusata sè stessa; ad un tratto era stata sicura che anch'egli pensava a lei com'ella pensava a lui. Vedendo quella successione di sere propizie ai convegni s'era sentita struggere all'idea d'averne ancora uno: e certa che egli partecipava a quel desiderio, a quel bisogno, una sera che pioveva a diluvio dispose il segnale ed aspettò. Aspettò, tremante di freddo e ardente di rancore, dalle nove a mezzanotte: non venne nessuno... Egli era passato la sera prima, quando nevicava soltanto; se n'era tornato indietro con la morte nel cuore e l'ironia sulle labbra vedendo che il Faro era spento... Sì, contessa, ella ha ragione: le anime si comprendono, i cuori s'accordano, le volontà s'uniformano; senza parlarsi, senza vedersi, i nostri amanti provarono gli stessi sentimenti, obbedirono agli stessi impulsi; solamente, sbagliarono giorno...

[pg!11]

L'INDISCRETA DOMANDA

Indice

Spiritosa contessa ed amica spirituale,

Quando, per darle a intendere che ero d'accordo con lei e che mi accostavo alla sua tesi della comprensibilità delle anime, io le narravo l'apologo della Muta Comunione, sapevo bene quel che facevo. Con una dama arguta come lei, siano pure gravi ed incomponibili i divarii delle opinioni, si è sempre certi di potersi accordare in quella media e sensata verità nella quale le menti equilibrate s'acquetano. Se pur misi una punta ironica nella mia narrazione, ella mi ha dato ragione, perchè «la vita è piena d'un umorismo come il vostro amaro e dissolvente;» e mentre io ho fatto un passo verso di lei, anch'ella ne ha mosso uno verso di me temperando la vivacità delle sue prime recriminazioni.

Nondimeno, quantunque ella ponga ora una maggiore indulgenza nel ribattere le mie idee, non per questo è disposta ad accettarle. Una specialmente le dispiace: ella rifiuta di credere che, in amore, la fredda, impassibile e vuota bellezza delle forme sia, da parte [pg!12] delle donne, maggiormente apprezzata del valore morale e dell'intellettuale grandezza negli uomini. Il caso di Mirabeau, che a onor del vero io stesso citai, le pare dimostrazione della regola e non mai, come io sostengo dell'eccezione. Ella dice che ogni Mirabeau, cioè ogni uomo fisicamente orribile, con un piede storto, col viso crivellato dal vaiolo, «brutto come Satana» — diceva lo stesso padre del grande oratore — ma grande moralmente, troverà una ed anche più d'una marchesa de Monnier capace d'amarlo di un immortale amore. Io dico, sì, che ad un genio sovrano la bruttezza non impedirà d'essere amato, ma che alla media umanità un poco di bellezza giova più di molta grandezza; perchè la bellezza si rivela immediatamente allo sguardo e basta aver occhi per apprezzarla; mentre le qualità del cuore e della mente richiedono una più o meno assidua frequentazione avanti d'essere riconosciute; quindi un uomo bello ma stupido produce una prima impressione favorevole, mentre un grand'uomo orrido produce una prima impressione repulsiva; ora ella non ignora che le prime impressioni sono le più importanti e sogliono anche resistere alle contrarie impressioni susseguenti. Il vantaggio dello stupido Adone sul Genio mostruoso mi pare quindi evidente; senza contare che la bellezza plastica, l'armonia delle proporzioni, la freschezza della gioventù, come sono immediatamente riconoscibili, così non si possono neppure negare; mentre le qualità morali sono, perchè morali, di più ambigua natura e più discutibile essenza, e corrono il rischio, pertanto, di restare disconosciute. Senza contare ancora che, mentre l'assoluta bellezza plastica, quantunque rara, pure esiste, l'assoluta simpatia, la perfetta grandezza morale e intellettuale non esistono; anzi, come ha luminosamente dimostrato un filosofo che è onore d'Italia, il Genio più alto ha più lati manchevoli. Con questo non voglio negare ciò che le ho già concesso, cioè che il Genio, a dispetto delle brutte forme, possa esercitare ed eserciti una forte attrazione. E guardi come sono arrendevole; non mi basta d'averle addotto l'esempio di [pg!13] Mirabeau; ne voglio aggiungere ancora un altro, forse più significativo!

Sofia de Monnier era una donna moderna — o press'a poco — e come tale s'intende che il fascino dell'ingegno la facesse passar sopra alla diabolica bruttezza di Onorato Gabriele di Riquetti. Di più, aveva un marito di settant'anni, e ciò spiega una quantità di cose... Ipparchia, invece, della quale le voglio narrar l'avventura, era una fanciulla greca, e quantunque l'avessero educata come per farne un'etera — ella sa che in Grecia le etere erano le sole donne cui s'impartissero gli alti insegnamenti della filosofia — pure è maggiormente notevole che s'innamorasse di Crate, celebre filosofo cinico, il quale era poverissimo, gobbo ed orribile. La passione d'Ipparchia divampò così gagliarda, che ella volle lasciar tutto per vivere con costui, a dispetto di quanti la accusavano di pazzia, a dispetto dello stesso filosofo — che non doveva poi esser tanto cinico quanto pareva, se le mise sotto gli occhi la propria miseria e la propria infermità. Tutto fu inutile: Ipparchia rispose a lui, come ai parenti ansiosi di distoglierla da quell'amore, che non avrebbe mai potuto trovare un marito più bello d'un tal filosofo. Allora Crate, il quale non poteva sempre dimenticare i precetti della sua canina filosofia, la condusse nel Pecile, che era uno dei portici più frequentati d'Atene — come dire quelli della Galleria qui a Milano — e lì... ma io non farò come Sant'Agostino, che ricamò pepati commenti su quanto accadde lì tra quei due; farò piuttosto come fece un amico del cinico, traversando per caso il Pecile nel punto culminante dell'avventura: getterò sulla coppia un mantello...

E poi? Che cosa importa? Due, dieci, cento, mille eccezioni potranno infirmar mai la regola? E la regola è che, per l'opera di seduzione, le qualità fisiche esercitano un'azione più pronta e producono un risultato più decisivo delle morali virtù; che, per essere amati, è più importante, è necessario essere semplicemente belli, e giova meno possedere una grande bontà, un'anima ardente, un'intelligenza sovrana. Se [pg!14] noi distingueremo l'amor sensuale dall'amor morale, potremo forse dire che la bellezza fisica accenderà il primo e che le qualità morali susciteranno il secondo. Ma se ciò sta bene astrattamente, la distinzione non è così facile in pratica. Imaginiamo un caso. C'è un uomo brutto, ma quest'uomo possiede — e la gente sa che possiede — un grande ingegno, una squisita sensibilità, le migliori disposizioni del cuore e della mente. La sua bruttezza gli nocerà, dinanzi alle donne, più che non gli gioveranno queste magnifiche disposizioni, oppure quest'ultime faranno dimenticare la prima? Ella m'ha detto che la cosa dipende «dall'indole diversa delle diverse donne,» e va bene; perchè, evidentemente, una donna superiore, che nell'amore cerca l'appagamento di cordiali e ideali bisogni, apprezzerà le virtù e passerà sopra alla bruttezza; ma su cento donne prese a caso in mezzo alla folla, quante provano a un tal grado questi bisogni? Reciprocamente, se c'è un Adone inanimato come la statua del bellissimo dio, le sue probabilità di riuscita non saranno maggiori, paragonate a quelle del brutto grand'uomo?

«Sois beau!» dice l'amabile autore dei Consigli ad un giovane che si dedica all'amore. «Sinon, n'aime pas. Sans beauté l'on peut être choisi; il arrive aux plus jolies de préférer les plus laids; c'est une histoire souvent renouvelée que celle de la femme de Joconde. Toi cependant, mon élève, docile aux bons conseils, qui te fais enfin de l'amour l'idée qu'il convient d'en avoir, défends toi d'aimer si tu n'as pas reçu les dons qui charment les yeux...» — «Un'altra citazione?...» l'odo esclamare di qui; «e avete il coraggio di citarmi proprio quel gran moralista che si chiama Catulle Mendes?...» Non vada in collera, contessa: io lascerò lì subito l'autore di Zo' har, e le narrerò invece un altro fatterello: va bene così? Le narrerò un fatterello che dimostra appunto quanto sia grande e superiore a quello esercitato dalla eccellenza morale, l'impero della plastica e corporea bellezza.

Ella conosce la storia del mio povero amico Raeli. Nella breve esperienza di questo infelice vi furono [pg!15] molte cose che sarebbero state degne di nota; disgraziatamente la più gran parte egli le portò via con sè, nel sepolcro che troppo presto si schiuse. Io posseggo tuttavia molte sue lettere ed anche un suo libro di memorie, del quale una volta o l'altra le riferirò alcuni curiosi passaggi. Già narrai, tempo addietro, la crisi tremenda che spinse l'amico mio a togliersi la vita; la strana fatalità per la quale ad un uomo come lui, disgustato dei reali amori, assetato di purezza, doveva venire incontro un'altra disgraziata che non poteva più dargli ciò che le avevano portato via. Ma prima di questa tragica avventura egli aveva amato, una volta: se ne rammenta? Egli s'era acceso, a Vienna, della Woiwosky, d'una dama che avrebbe fatto — ed aveva fatto veramente! — la felicità di molti uomini, ma con la quale egli non poteva andare a lungo d'accordo. L'amor loro finì male, come ella sa; e la brutta fine di quest'amore non fu una delle minori ragioni che resero Ermanno Raeli così esigente e tanto dolorosamente sensibile; ma, sul principio, la felicità sorrise ad entrambi. La Woiwosky non aveva ancora idea delle delicatezze ingenue, delle poetiche fantasie, delle invenzioni sentimentali che un uomo come Raeli sapeva mettere nella passione. Con una cultura fuor del comune, con un'anima bizzarramente complicata e quasi duplice, ora sottilmente indagatrice, ora tumultuosamente appassionata; con uno spirito ora critico, ora inventivo, mezzo tedesco e mezzo arabo, scettico per esperienza, tollerante per persuasione, buono in fondo d'una bontà candida, a quel giovane non mancava proprio nessuna delle doti intellettuali, delle morali disposizioni che, secondo lei, importano principalmente. Ne aveva fin troppe ad un tempo, ed appunto per ciò egli sofferse tanto e non potè mai contentarsi di quel che la vita gli diede. Ma ora io non voglio ragionare di queste cose; voglio rammentarle che pochi uomini avevano un'anima ed uno spirito più riccamente dotati dei suoi. E non era neppur brutto! Bello non si poteva dire, nel preciso senso di questa parola; ma la curiosa fusione del tipo nordico e del [pg!16] meridionale dava alla sua persona un gran carattere, oltre che la sua espressione era delle più simpatiche. Ed alla Woiwosky egli era dapprima piaciuto fisicamente; costei aveva cominciato ad apprezzare più tardi la rarità del suo spirito. Ma, pure amandola e sentendosi amato da lei, Raeli, che fu chiamato con Byron the child of doubt and death, indagava assiduamente, come sempre, il proprio sentimento e l'altrui. Egli pensava, ed era nel vero, che le sue proprie qualità morali sopravanzavano di gran lunga le fisiche, e che, se pochi uomini potevano stargli a fronte nel campo del pensiero e del sentimento, moltissimi altri erano senza fine più avvenenti di lui. Allora, curioso come quei bambini che spezzano i balocchi pur di vederne il congegno, egli cominciò a smontare l'amore dell'amica sua per vedere com'era fatto. Discutendo tra sè il problema che ci occupa e ci divide, egli pensava come me, contessa: che la bellezza preme sopra ogni cosa. A questa persuasione lo aveva condotto non l'astratto ragionamento, ma il positivo studio della storia naturale. Grazie a questo studio egli sapeva che in tutto il mondo vivente c'è una scelta sessuale e che questa scelta è fatta con i criterii della vistosità delle forme, della vivacità delle colorazioni, della ricchezza degli ornamenti. Gli uomini, animali ragionevoli, sono, prima che ragionevoli, animali; quindi obbediscono a quelle stesse leggi che regolano tutto il mondo animato: in forza di questa argomentazione egli non dubitava della capitale importanza della venustà. Così pensando, si proponeva questo problema: «Che cosa varranno le mie doti morali e quella poca bellezza che posseggo, se un giorno un uomo veramente bello tenterà di portarmi via il mio bene?...» Egli non prevedeva ancora, non sospettava neppure che l'amica sua l'avrebbe tradito, — nè realmente ella poi lo tradì per un Adone! — ma, pur concedendo che la virtù di costei avrebbe saputo resistere a ogni seduzione, egli temeva d'essere menomato nel concetto di lei, di dover necessariamente scapitare ai suoi occhi quando ella avrebbe conosciuto un vero Adone.

[pg!17] Un giorno essi andarono insieme a Schönbrunn. Provveduti d'un permesso, visitarono il Palazzo d'estate. Nella corte, mentre stavano per avviarsi alla scalea, apparve dinanzi alla coppia amante un militare, un alfiere delle Guardie del Corpo. Ermanno Raeli soffermossi, turbato dalla maraviglia. Quell'uomo aveva la bellezza d'un Dio. Alto oltre la media, e tanto che appena un poco più sarebbe parso sgraziato, la sua dominatrice statura, il portamento marziale, la stupenda proporzione delle membra, la felice armonia dei lineamenti, l'agile forza che rivelavasi all'incesso, alle mosse; la delicata morbidezza della carnagione, la serica biondezza dei capelli e dei baffi, la dolce e nobile espressione degli occhi, le stesse smaglianze della divisa che non pareva sovrapposta alla persona ma far tutt'uno con essa, mortificavano ed avvilivano ogni altra figura, intorno a lui. Ed Ermanno, con una stretta acutissima al cuore, sentiva di non valere più niente, d'esser meschino, povero, inutile, spregevole; ma tuttavia il senso di felicità che la vista di quella miracolosa creatura gli procurava, il sentimento estasiato che lo invadeva quasi contemplando una sublime opera d'arte, erano ancora più forti della sua umiliazione. Se in lui, uomo, rivale, si produceva un effetto tanto profondo, che cosa doveva provare l'amica sua?... Egli si volse verso di lei: la donna non esprimeva meraviglia alcuna. Quando il militare, allontanatosi, non potè più udirli, le domandò:

— Hai visto che bella figura?

Ella rispose semplicemente:

— Sì, molto bella.

Più tardi, quando furono proprio soli, intimamente, egli tornò a interrogare:

— È proprio vero che sei rimasta indifferente dinanzi a quell'uomo?... Ne vedesti mai di più belli?... Non è possibile che tu non abbia nulla provato!...

Ella continuò a rispondere che gli era parso molto bello, che non rammentava d'averne visti altri così, e che aveva appunto pensato: «Ecco propriamente un bell'uomo!....»

[pg!18] Ma da quel giorno egli non la lasciò più in pace, cupido di sapere. Le descriveva con calore la divina bellezza del militare, le domandava se lo avrebbe amato; ella rispondeva che le persone non si amano così, per averle viste a pie' d'una scala. Le diceva ancora:

— Se io sembro una marionetta, vicino a lui, come ti posso ancora piacere?

Ed ella rispondeva:

— Tu non mi piaci soltanto, ti amo.

— Riconosci dunque che è più bello di me?

— È bello come una statua. Le statue s'ammirano, non si amano.

— Se non amassi me?...

— Che idea!

Gli sfuggiva; ma Raeli sentiva che in fondo al pensiero di lei c'era qualcosa che ella non diceva, che non voleva dire. Naturalmente la paura di offender l'amato, di perdere la stima di lui, la vergogna e il morale pudore le impedivano di rivelare il proprio sentimento, di confessare che la sola venustà della forma bastava ad accendere il suo desiderio. Ermanno voleva però ad ogni costo ottenerne la confessione. E una volta, in uno di quei momenti che ogni pudore è dimenticato e la sincerità trionfa di tutte le vergogne, dopo aver ripreso a descrivere, ammirato, la bellezza del militare, egli le domandò improvvisamente, prendendole una mano, guardandola negli occhi:

— Ascolta: se io partissi, se tu non avessi più notizie di me, se fossi come perduto, come morto per te; se in queste condizioni tu ti trovassi sola con lui e se egli ti cadesse ai piedi, che cosa faresti?...

Ella liberò la mano dalla stretta, chiuse gli occhi, portò le mani agli occhi chiusi, stette un istante così, in silenzio, come per raccogliere tutta la propria pazienza contro l'offensiva insistenza dell'amico suo; poi, molto piano, rispose:

— Non me lo domandare...

[pg!19]

L'OMONIMO

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Mia cara amica,

E va bene! Ancora una volta ella ha ragione!... Noi dovevamo discutere se l'impero della bellezza è maggiore del prestigio del genio, e per dimostrare che il genio è posposto alla bellezza io le ho riferito il sentimento d'una donna che del genio non poteva comprendere il valore. «Questa vostra signora Woiwosky, per vostra stessa confessione, non aveva ancora idea d'una sensibilità squisita, d'una imaginazione feconda, d'un intelletto acuto come quelli del vostro amico. Ed aveva avuto altri amanti prima di lui, e lo tradì: come volete dunque che io la prenda sul serio? Era, evidentemente, una di quelle disgraziate che non obbediscono se non agli istinti, che ignorano il mondo superno dei sentimenti e delle idee: e vi meravigliate, allora, che un paio di baffi biondi la titillasse e che ad un paio di baffi biondi ammettesse di poter sacrificare un'anima come quella del vostro amico? Ma se voi volete provare che la musica è superiore alla pittura, fatemi un poco il piacere di non addurmi il giudizio d'un cieco!...»

[pg!20] E se io le dicessi, contessa, che rispetto al genio tutte le donne sono cieche?... Ella non si offenderebbe di questo giudizio; perchè, se noi non andiamo spesso d'accordo, molte volte ella ha riconosciuto, con una schiettezza che non so se faccia più onore alla sua intelligenza o alla sua modestia, l'intellettuale inferiorità delle donne. Così stando le cose, se la mente muliebre non vive nè arriva alle altezze dove il maschio intelletto opera e spazia, che cosa importerà alle donne la grandezza intellettuale? Che cosa faranno esse di ciò che non intendono?... Naturalmente, noi metteremo da parte le eccezioni. Nè mi dica che la galanteria mi suggerisce questa concessione. Io non commetterò ora l'insulsaggine di lodare l'intelligenza di lei; ma, se dobbiamo discutere il nostro problema, il quale, mentre mi pareva risolto con un assioma, sta per diventare — grazie alla sua ostinazione! — un apòro, io le ripeterò che alle donne di molta levatura sicuramente la grandezza importa più della bellezza; farò anzi di meglio: le riferirò il motto d'una non volgare Amatrice dinanzi a cui qualcuno, riferendo certe fortune galanti di Guy de Maupassant, diceva, quasi per giustificarle, che il grande scrittore era anche un bell'uomo.

— Chi si chiama Maupassant non ha bisogno di essere bello, — rispose costei; ed ella batta pure le mani, si giovi fin che vuole di questa risposta: io debbo dichiararle che questi ed altri simili esempii sono tutti esempii dell'eccezione, non mai della regola. Esempio della regola è quello che racconta Chamfort e che ella mi permetterà di riferirle. Il filosofo Elvezio era, da giovane, bello come l'amore. Una sera che se ne stava, al teatro, tranquillamente seduto vicino alla celebre Gaussin, un molto ricco e noto banchiere venne a dire all'attrice: «Mademoiselle, vous serait-il agréable d'accepter six-cents louis, en échange de quelques complaisances?...» L'attrice rispose, forte abbastanza perchè il giovane filosofo potesse udire, e additandolo: «Monsieur, je vous en donnerai deux-cents, si vous voulez venir demain matin chez moi avec cette figure-là...»

[pg!21] La regola, signora mia, è che al più gran numero delle donne il genio importa poco e che quasi tutte gli preferiscono un bel viso. Se noi enunzieremo il nostro psicologico problema così: «Dato un uomo di genio, il quale sia anche un bell'uomo, trionferà egli più presto per il suo genio o per la sua bellezza?» io dico che la soluzione non può esser dubbia: la bellezza eserciterà l'azione più pronta ed efficace. E se le ho dianzi citato un esempio storico, glie ne aggiungo un altro che non è storico ancora, ma sarà tale, perchè riguarda un genio non meno grande nell'arte di quel che fosse Elvezio nella filosofia. Stia un poco attenta: la storiella che le narrerò è una delle più graziose fra quante mi furono confidate.

Crede ella che sia permesso ignorare, in Italia, chi è Guglielmo Valdara? Chi non ha letto i suoi magnifici versi, chi non ha almeno udito ripetere i più famosi, quelli divenuti popolari, entrati ad arricchire il patrimonio della lingua parlata, come i proverbii e i modi di dire? Ma se a nessuno riesce nuovo il suo nome, molti non avranno idea della sua persona e non sapranno che egli possiede quel genere di maschia bellezza destinata a piacere alle donne ed a formare l'invidia degli uomini. È alto, magro ed agile; ha lineamenti nobili e puri, capelli folti e dorati come nella prima gioventù. I suoi amici gli chieggono, scherzando, di quale tintura si serve; ma Valdara è veramente un miracolo di conservazione — poichè, come ella saprà, è più vicino ai cinquanta che non sia lontano dai quaranta. Ma il tempo passa per lui senza offenderlo, e la sua figura è di quelle la felice armonia delle quali muta di carattere, ma non si distrugge. Quando le sue chiome saranno tutte d'argento, sembrerà ch'egli abbia messo, per civetteria, una bella parrucca — e piacerà ancora. Quando non avrà più capelli, la sua testa parrà scolpita nel marmo pario — e non dispiacerà. Ma veniamo all'avventura della quale fu l'eroe.

Due anni addietro, sul principio dell'estate, egli andò ai bagni d'Aix, dove trovò parecchi connazionali, [pg!22] ma nessuno di sua conoscenza. Qualcuno di quegli Italiani, tuttavia, avendo letto il suo nome sulla lista dei viaggiatori, lo considerava con l'occhio attento ed un poco attonito col quale si guardano i grandi uomini, le bellissime donne e le bestie rare. Certuni gli gironzavano attorno, cercando l'occasione di dirgli che sapevano chi era; ma, naturalmente nemico di questo genere di esposizioni, Valdara evitava costoro, ed era molto contento quando lo scambiavano con uno dei tanti Valdara così numerosi nell'alta Italia, specialmente col proprietario o direttore che sia del celebre lanificio di Biella.

La corte degli uomini lo seccava; però egli faceva la corte alle signore. Una sopra tutte gli piaceva: la moglie graziosissima ed elegantissima d'un ingegnere piemontese, il cui nome si omette per discrezione. Fin dal primo giorno che costei apparve alla table d'hôte, Valdara le piantò gli occhi addosso, con una persistenza legittimata dalle occhiate rapide e frequenti che anche ella gli rivolgeva. La sera, al Casino, uno di quei curiosi che era finalmente riuscito ad esprimergli la propria ammirazione e che conosceva l'ingegnere e la moglie, lo presentò alla coppia di fresco arrivata. E, credendo di riescirgli particolarmente gradito, si mise a parlare di letteratura. Valdara, lieto della conoscenza fatta, era un po' seccato da quel discorso, temendo da un momento all'altro di sentir citare le proprie opere o di dover rispondere alla solita incresciosa domanda: «E che cosa ci regalerà di nuovo?» Per fortuna il seccatore ebbe il buon gusto di non alludere a lui; nè la signora, la quale del resto era un poco stanca e si ritirò molto presto, gli fece gl'immancabili ed immancabilmente stupidi complimenti.

Fin dal domani Valdara cominciò l'assedio, e con gran piacere s'accorse che le cose si mettevano bene. Il seccatore se ne partì, l'ingegnere stava poco bene, quindi egli ebbe l'agio di veder spesso sola la dama dei suoi pensieri. Una settimana dopo, ottenne di fare con lei una passeggiata clandestina. Parlarono di tutto, fuorchè di letteratura; anzi, non di tutto, ma d'una [pg!23] cosa sola. Ella indovina quale. Valdara disse alla sua bella connazionale, con tutta l'eloquenza che gli era consentita dall'assoluta solitudine, quanto gli piaceva — e la sua bella connazionale se lo lasciò dire. Dopo un'altra settimana di colloquii, di balli, di strette di mano furtive, di baci un po' rubati e un po' concessi, ella andò a trovarlo in camera sua. E allora, come facilmente comprenderà, non parlarono di niente. Le visite si rinnovarono, e furono tutte poco verbose, perchè necessariamente brevi. Insomma, Valdara assaporava beatamente la dolcezza dell'avventura, e come non chiedeva null'altro all'amica, così non gli faceva senso che neppur ella gli chiedesse null'altro.

Ora, un giorno, mentre l'aspettava, la posta gli portò due pacchi contenenti sedici copie del suo nuovo volume Le Memorande, che l'editore proprio in quei giorni doveva diffondere per tutta la penisola. Siccome mancava più d'un'ora al convegno, egli si mise a scrivere le dediche su quei volumi che s'era fatti mandare appunto per spedirli agli amici. Non aveva ancora finito che l'uscio si schiuse e l'amica sua gli venne incontro. Egli lasciò a mezzo le dediche e tese le braccia alla dama, esclamando, a bassa voce, ma con l'accento della più lieta meraviglia:

— Che piacere!... Tanto più presto!... Non vi speravo ancora!...

Ella spiegò che una felice circostanza l'aveva lasciata libera prima dell'ora consueta e che perciò avrebbero potuto restare insieme più a lungo del solito.

— Ma io non disturbo?... — domandò con un discreto sorriso, per farsi assicurare del contrario; e Valdara:

— Voi?... Se non mi par vero?... Se m'avete risparmiato la febbre dell'attesa!...

Accennando alla scrivania, ella soggiunse:

— Facevate però qualche cosa... — e andò a vedere.

Le copie delle Memorande erano distribuite in due pile: da una parte quelle dove la dedica era già fatta, dall'altra quelle dov'era ancora da fare; nel mezzo, [pg!24] aperto alla prima pagina bianca, l'esemplare dove Valdara stava scrivendo; «A Giuseppe Giacosa, fraternam...» Ella guardò curiosamente quei libri, prese l'esemplare aperto e considerò un poco la dedica.

— Questo libro è dunque vostro? — domandò, senza nessuna espressione di compiacimento o di stupore; e Valdara, stupito invece un poco per proprio conto, rispose:

— Si, è mio... Ne gradite una copia?...

Allora, con l'espressione di chi si sovviene a un tratto di qualche cosa, la dama insistè:

— Dunque voi siete Valdara, il poeta?... L'autore delle Elegie d'autunno?... — E naturalmente, tranquillamente, come se il sapere che l'amico suo era uno dei più grandi poeti della patria non gli aggiungesse nè gli togliesse nulla, ella continuò: — Io avevo creduto che foste quell'altro, quello del lanificio...

Per la verità debbo aggiungere che Valdara, quella volta, restò un po' male.

[pg!25]

LA VEGLIA

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Cara Contessa,

Pare che l'avventura di Guglielmo Valdara, se non l'ha proprio convinta, l'abbia scossa, almeno, e indotta a dubitare di ciò che prima asseriva con troppa fermezza. Infatti, concedendomi che le donne stiano attente alla bellezza degli uomini da amare più che non alla morale altitudine di essi, ella mi domanda: «E gli uomini, allora? Che altro cercano, se non le qualità fisiche? Che prezzo dànno alla bontà, all'intelligenza, alla virtù? E allora oserete fare una colpa a noi donne se la bellezza ci seduce? Ma se noi le diamo tanta importanza, se la cerchiamo con tanto impegno, se non amiamo senza trovarla vuol dire, mi pare, che siamo ad essa sensibili; voialtri, invece, non ne fate anche a meno, tantissime volte? Non avete riconosciuto che una donna qualunque, una femmina purchessia, è dai maschi desiderata e cercata? Dite benissimo; ma la conseguenza che traete da queste premesse è storta, stravagante e tutta opposta a quella che dovrebbe essere; perchè mentre la logica dovrebbe farvi riconoscere che gli uomini amano meno bene, la presunzione vi fa dire che essi soli sanno amare!...»

[pg!26] Io direi, contessa, di non ingolfarci in questo dibattito. Tanto, è fuori di dubbio che, dopo avere versato fiumi d'inchiostro, ciascuno s'affermerà nella propria opinione. Sarà anche inutile tirare in ballo i grandi scrittori passati e presenti; perchè, se Shakespeare ha detto che «l'impronta dell'amore nel cuore delle donne è come la figura disegnata sulla neve, che un raggio di sole cancella,» ella mi rovescerà addosso una quantità di moralisti, di pensatori, di poeti che dànno ragione a lei. Dunque, lasciamola lì. Soltanto, perchè ella non mi scambii le carte in mano — tutte le signore sono felici quando riescono a barare al giuoco — la pregherò di notare che noi parlavamo d'uomini e di donne, non già di maschi e di femmine. Nella bruta ed infima umanità, come in tutto il regno animato, l'ardenza dei bisogni mascolini è tale, che fa passar sopra ad ogni qualità nelle femmine da amare, mentre la freddezza femminile ha bisogno dello stimolo e dell'eccitazione prodotti da maschi appetibili per bellezza o per forza. Ma questi amori meccanici sono amori nell'umano senso della parola? Amori sono quelli delle creature dotate di spirito, d'anima, di mente, di cuore: or siccome il cuore, la mente, l'anima, lo spirito degli uomini sono più vasti, più potenti, più alti, più forti di quelli muliebri, così gli uomini amano meglio delle donne. L'istinto inferiore potrà bensì talvolta vincerli; ma anche allora essi trovano modo di riscattare le loro cadute. Ella mi dice che nessuna donna va in cerca del solo piacere, e sia come ella vuole; mentre un'infinità di uomini, soggiunge, e non già dei volgari ma dei più nobili, cercano un'infinità di volte «la pura — l'impura! — e semplice soddisfazione degli appetiti;» ma ciò che a lei par semplice non è poi tanto semplice come le pare; e ancora quando uno di costoro si trova in cospetto d'una mercenaria, sa ella che cosa prova? Invece d'imaginare i sentimenti che questi uomini possono provare in tali circostanze, ascolti piuttosto il fatto che voglio narrarle.

Non posso dirle a chi lo debbo. Il cantastorie di professione non avrebbe difficoltà di attribuirlo ad un [pg!27] personaggio fantastico, del quale foggerebbe lì per lì il nome e il cognome; ma se così facessi mi parrebbe di scemare la verità, di menomare il valore di questo fatto. E mi basterebbe, per un altro verso, dire il nome del mio confidente, che è uno dei più potenti e venerati Principi del Pensiero, perchè ella si disponesse a udirmi con più intensa curiosità e m'accordasse più sicura fede; ma io non posso e non debbo dirlo: giacchè, quand'anche l'usanza non vietasse di narrare intime cose del Genio finchè la manchevole vita lo tiene e quasi menoma la grandezza sua, il rispetto che ho per gli scrupoli di questo mio grande Maestro, i quali sono fra i più gelosi e delicati che la sensitiva Anima abbia mai educati, mi vieterebbe di tradire la confidenza della quale egli mi onorò. Ella si contenterà pertanto ch'io lo chiami Protagonista, senz'altro.

Protagonista significa, secondo l'etimologia, primo gareggiatore, ed egli era veramente alla sua prima gara d'amore. Non aveva ancora, non che posseduta, ma neppur vista una donna; intendo che il mistero della forma muliebre gli era sconosciuto. E doveva ancora compiere vent'anni, il che le dica se sentisse ardenti gli stimoli dell'istinto. E s'era abbeverato di poesia, il che le dica con quanto struggimento aspettasse e sognasse d'amare. Ma il tempo passava, egli avanzava nella vita, e la Terra Promessa non appariva. Egli sentivasi solo, monco, incompiuto: ma la metà di sè stesso della quale era privo, l'essere del quale aveva bisogno, non compariva ancora. Per appagare, con l'ardente bisogno, l'esasperata curiosità, egli non trovò di meglio che varcare, una sera, la soglia d'uno di quei luoghi dove si vende il Piacere, ma si compra il Disgusto. Quanti uomini sono stati iniziati alla vita nuziale in modo meno indegno? Pochi uomini, in verità; tanto pochi che non è da stupire se, dopo questo primo avvilimento, s'ode poi così spesso negare ogni ideale richiamo nei rapporti d'amore e tutto ridurre alla soddisfazione del cieco appetito. Ma la sete di qualche altra cosa, se fu provata una volta, potrà mai spegnersi del tutto, qualunque sia stato l'orror della prova? Ed [pg!28] ella udrà che cosa fece, per questa sete, il mio Protagonista.

Era la prima volta che aveva denaro da buttar via, e alle miserevoli creature che annegano la tristezza nel vino egli pagò da bere. Voleva forse annegare la sua propria tristezza? No, non era triste; era risoluto, cosciente di sè; aveva precisamente deliberato di fare ciò che faceva. Pagò del vino di Sciampagna, il vino delle cortigiane, e ne bevve anch'egli; poi condusse con sè una di quelle sciagurate. Seppe scegliere: in mezzo alle maschere di belletto e di cerussa, alle forme deturpate dal vizio, alle animalesche bellezze destituite d'ogni espressione, egli vide e preferì la figura più umana. Denudato, il corpo della Mercenaria appariva perfetto. Come mai, dirà ella, poteva costui giudicare intorno a questa perfezione, se ancora non aveva visto altre donne? Vive donne non aveva vedute; ma la pura idea della Bellezza che l'arte miracolosa ha saputo esprimere dalla greggia realtà gli stava da tempo dinanzi agli occhi dell'anima; e di che senso d'arte egli fosse e sia dotato, dissero e dicono i prestigi delle sue opere. Quand'anche il suo giudizio d'allora non paresse troppo attendibile perchè egli non aveva termini di paragone, i paragoni che più tardi istituì, nel corso d'una molto variata e sagace esperienza d'amore, gli fecero riconoscere che non l'accesa imaginazione nè la violenza dei desiderii conferivano a quella donna qualità che non possedeva, ma che veramente egli si trovò, per un caso fortunato e troppo infrequente, dinanzi a una grande bellezza avvilita.

Dunque la sua vista pascevasi alfine del fantasticato spettacolo, questa volta alfine non i sogni lo visitavano; materiata di elastiche polpe e di purpureo sangue, palpitante di vita, docile e pronta gli stava al fianco una donna, la Donna. Perchè, dove ogni altro avrebbe visto una femmina, il Protagonista, dimentico del luogo che l'accoglieva e del mestiere che vi esercitava, o non dimentico, anzi cosciente di queste cose, vedeva e sentiva che, nonostante, la creatura distesa accanto a lui era la creatura aspettata e promessa, il sospiro delle [pg!29] sue solitarie notti, il bisogno della sua monca esistenza; vedeva e sentiva che, qualunque fortuna l'avvenire gli potesse serbare, mai più egli sarebbe riuscito a dimenticare la turbata meraviglia, il piacer trepido e quasi pauroso del quale era pieno in quell'iniziale momento. Di chi la colpa, se la prima donna ch'egli aveva al fianco non era una vergine come lui ignara e turbata, ma una mercenaria? Non di lui, non di lei. La colpa era degli uomini, delle loro dure leggi, o piuttosto della più dura, dell'iniqua e incorreggibile legge della vita. E un bisogno di ribellarsi alla stolta logica umana, di giudicare con la sua mente e col suo cuore, dall'alto; di correggere la tristezza della profanazione che questa vita gli faceva commettere; e una tenerezza pietosa per la sciagurata che gli s'offeriva, e un istinto di nobiltà e di rispetto dal quale ella potrà giudicarlo; il cumulo di queste e d'altre ragioni non bene precise nella sua coscienza, lo indussero... a che cosa? A restare tutta una notte con la mercenaria, senza toccarla.

Ella sa l'usanza della cavalleria, ai tempi andati: un libro immortale, il romanzo di Don Chisciotte, l'ha fatta nota a chi meno s'intende delle cose della Tavola Rotonda. Il giovane signore, prima che fosse armato cavaliere, doveva passare tutta una notte vegliando l'arme. Rammenta ella la scena che descrive Cervantes? Don Chisciotte, raccolti e indossati i pezzi spaiati d'un'arruginita armatura, li dispone entro una pila, accanto a un lavatoio, nel cortile d'una taverna: per l'imaginoso hidalgo della Mancia quegli oggetti in quel luogo si trasformano prodigiosamente, sono il più forbito e prezioso arnese nella chiesetta del più signorile e potente castello; la qualità reale delle cose sfugge ai sensi del sognatore: l'anima sua accesa dalla bellezza conferisce a tutto le qualità desiderate. Come l'eroe leggendario, il Protagonista non vide, dimenticò, volle ignorare la mercenaria e la suburra: egli si sentì come dinanzi a una Sposa, e come dinanzi a una Sposa restò timido e trepidante.

Ella sorride; anzi non sorride, deride. Ella pensa un bisticcio e dice tra sè che anche questo mio Cavaliere [pg!30] fece una «trista figura.» Io debbo disingannarla. Certo non è raro che il morale turbamento impedisca le operazioni dell'istinto, ed è vero che il segno del massimo amore consiste nel non potere temporaneamente amare. L'amor proprio, che si caccia dovunque, rende insoffribile agli uomini il fiasco stendhaliano che invece suol essere molto lusinghiero all'amor proprio delle donne. Ne godono esse perchè è sintomo del sentimentale invasamento, o non piuttosto perchè, l'amore essendo fatto di odio e l'abbraccio dei due amanti somigliando troppo alla lotta di due nemici, le sconfitte e le mortificazioni dell'uno sono naturalmente vittorie ed esaltazioni dell'altra? Lasciamo che ciascuno risponda a suo modo: il fatto è innegabile, e una donna molto esperta, ad un amante che, per assicurarla dell'amor suo, le rammentava la foga del primo amplesso, ebbe ragione di dire: «Ciò non prova nulla, al contrario!...» Ma, per tornare al nostro soggetto, tutt'altro fu il caso del Protagonista. Non i sensi gli disobbedirono, ma egli stesso si dominò. A cogliere il frutto delizioso egli era pronto; niente e nessuno gl'impediva d'assaporarlo, fuorchè la sua propria volontà. Egli non doveva metter opera ad eccitarsi, come accade a coloro cui manca d'improvviso l'ardire; al contrario, faceva di tutto per domarsi, per resistere a un impulso veemente.

E comprende ella lo sbalordimento di quella donna? Alla sciagurata per cui le fantasie dei clienti erano leggi, qual altra fantasia dovè far sospettare quel nuovo contegno? Per un poco si sforzò di comprenderlo, invano; perchè se il Protagonista racconta ora quella sua avventura a chi è capace d'intenderla, non poteva allora aprire alla mercenaria l'animo suo. Che stranezza, è vero? E come stranezze simili sono frequenti in più degni amori! Una donna c'ispira uno scrupolo ideale, ci fa provare un sentimento raro e ineffabile, ci procura impressioni insolite e squisite; noi l'amiamo per questo, l'amor nostro è fatto di questo... e non possiamo aprircene con lei, perchè sentiamo che non c'intenderebbe; e, ciò sapendo, continuiamo [pg!31] ad amarla... Che cosa prova questo fatto, se non che l'amore è un impulso prepotente ed una fioritura miracolosa soltanto nei sensi e nel cuore degli uomini? Se la Mercenaria non poteva comprendere lo scrupolo di rispetto e il bisogno di nobiltà che tormentavano il Protagonista, quante altre donne comprendono la poesia che a loro insaputa suscitano nel cuore dei loro amanti? E di quasi tutte non si potrebbe dire ciò che un Poeta disse di una:

Ce que j'aimais, en toi, c'était ma propre ivresse;

Ce que j'aimais, en toi, je ne l'ai pas perdu.

Ta lampe n'a brûlé qu'en empruntant ma flamme.

Comme le grand convive aux noces de Cana,

Je changeais en vin pur les fadeurs de ton âme,

Et ce fut un festin dont plus d'un s'étonna.

Tu n'a jamais été, dans tes jours les plus rares,

Qu'un banal instrument sous mon archet vainqueur,

Et comme un air qui sonne aux bois creux des guitares,

J'ai fait chanter mon rêve au vide de ton coeur...

La mercenaria, rinunziato a capire il capriccio del nuovo cliente, finì col prender sonno. Ella dormì fino all'alba stupidamente serena. Il Protagonista, il Poeta, l'Uomo, vegliò, si tormentò per vegliare, senza toccarla, la Forma della Bellezza, per non profanarne la prima rivelazione, per fare di quella notte, che doveva essere una stupida orgia, un puro ricordo. All'alba si levò, baciò in fronte la mercenaria, e andò via.

[pg!33]

IL SOSPETTO

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Amica mia,

Siamo alle solite! Noi non riusciremo a metterci d'accordo mai. Non neghiamo i fatti, non ne disconosciamo il significato, ma diamo ad essi un diverso valore: ciò che io considero come regola, a lei pare eccezione, e viceversa.

E se provassimo un poco a rammentarci di quel precetto secondo il quale ogni eccezione è conferma della regola? Ecco qui, per esempio: ella se la prende un'altra volta con me perchè «sfondo le porte aperte.» Dovendo provarle che, in amore, gli uomini mettono sentimenti rari, forti, delicati; dovendo darle una prova della poesia con la quale essi sanno condire le cose meno poetiche, le ho narrato l'avventura d'uno dei più insigni poeti, di un Principe del Pensiero. «Che Sua Altezza sia tant'alta non è da stupire! Ma per un Principe capace di fare ciò che m'avete riferito, che spaventevole numero di borghesi bassissimi ed infimi i quali non amano — cercate un'altra parola! io non voglio profanar questa usandola a tale proposito! — se non nei luoghi dove il vostro cavaliere fece la [pg!34] veglia dell'arme? Invece le donne capaci di soli amori d'epidermide esistono, sì; ma sono, per buona sorte e ad onore del nostro sesso, tanto poche che, quando ne trovate qualcuna, voi la considerate come un'inferma degna non solo di compatimento ma anche di cure. Senza un qualche morale richiamo — e siano pure, come voi dite, quelli poco morali della vanità e della curiosità — le donne non capiscono ciò che voi altri capite troppo bene. Molte volte, è vero, il sentimento della pietà le spinge ad appagare i loro amanti per farne cessare le pene, per vederli lieti e felici; molte volte ancora l'idea di padroneggiarli, di farne quel che vogliono, le riduce a fare ciò che vogliono essi; ma sia l'idea di un dominio da esercitare, sia la commozione pietosa, siano gli eccitamenti della curiosità, siano le soddisfazioni di vanità procurate dall'adulazione mascolina, bisogna che almeno un'idea, se non proprio un sentimento o un affetto, le persuada e le pieghi. Senza di ciò, state pur certo che tutte saranno dell'opinione della duchessa d'Orléans....»

Se ella pone così la quistione, io le dirò, contessa, che sono del suo parere e che non abbiamo più bisogno di discutere. Che le femmine animali siano fredde e si possano considerare addirittura come ghiacciate a paragone dei maschi ardentissimi, è un fatto che la storia naturale dimostra fino all'evidenza. Che l'ardore dei sensi sia estremo negli uomini, e che i sensi muliebri non ardano come fiamma, ma covino piuttosto come brace sulla quale occorre soffiare perchè dia vampe e riscaldi, lo abbiamo già detto, nessuno lo mette in dubbio e non accade più dimostrarlo. Ma perchè nella costituzione dei sessi corre questa differenza innegabile, dovremo noi dire, come a lei piace, che tutte le donne sono come la duchessa d'Orléans? Dichiarava costei che quella di fare i figliuoli è «une vilaine, sotte et dangereuse chose qui ne m'a jamais plu». Ma se ella mi concede che, a parte le differenze araldiche, una marchesa vale, come donna, quanto una duchessa, io le riferirò l'opinione della marchesa di Richelieu, la figlia della duchessa di Nevers. «Tous les [pg!35] romans qui paraissent,» diceva dunque la marchesa di Richelieu all'abate di Grécourt, «sont bien denoués d'évènements piquants; si j'écrivais ma vie, vous verrez bien d'autres aventures. Par exemple, en allant un jour à la campagne, je fus arrêtée dans un bois, loin de tout secours, par un voleur. Mes gens prirent la fuite; quand il m'eut bien volée, le galant s'avisa de me trouver belle et, en conséquence, il fallut passer par ce qu'il voulut; il demandait d'une façon si pressante et si tendre — avec un pistolet à la main — qu'il n'y avait pas le moyen de le refuser. Eh bien, l'abbé, croirez-vous bien qu'il y eut un moment où je ne pus m'empêcher d'écrier: Ah! charmant voleur! Oh! voleur charmant!...»

Bisogna credere, è vero? alla narratrice; perchè la sua confessione è di quelle che, per universale consenso, recano pregiudizio alla reputazione di una donna; ma se l'avventura le pare poco persuasiva come troppo romanzesca, io glie ne narrerò un'altra assolutamente autentica. Il fatto è successo in Sicilia ed è per molti rispetti caratteristico dei costumi isolani.

C'era una volta un avvocato, giovane, nè bello nè brutto, eccessivamente barbuto, con due occhi che parevano cinti di fiamme, il quale s'era innamorato a modo suo d'una buona e bella signora, lontana sua parente. Dico che s'era innamorato a modo suo, perchè, senza parlarle mai d'amore, non pensava ad altro che ad averla. È pur vero che se non le parlava d'amore ciò dipendeva dalla difficoltà di parlarle d'una cosa qualunque. Ella avrà sentito dire che laggiù i mariti sono molto gelosi; e se pure, a suo giudizio, gli uomini sentono tutti ad un modo, non mi negherà che la diversa latitudine sotto la quale vivono eserciti una certa influenza almeno sui costumi; ora in Sicilia, se la gelosia non è più fortemente sentita, è certo che i gelosi hanno maggiori mezzi di garentirsi. La libertà che le signore godono nel mondo un po' cosmopolita delle grandi città continentali è ignorata nell'isola rude e mezzo selvaggia; la casa maritale ha ancora molto dell'harem dove nessun altro fuorchè il signore [pg!36] può penetrare. A poco a poco la civiltà occidentale distrugge queste tradizioni, specialmente nelle classi più alte; ma il caso che un uomo innamorato non possa trovar mezzo d'accostare la donna amata, anche innocentissimamente, nè in casa di lei, nè in casa altrui, nè per istrada, nè in chiesa, è tutt'altro che raro. Il nostro avvocato, però, vedeva di tanto in tanto la signora da certe comuni cugine. Tutte le volte che la incontrava lì, i suoi occhi mandavano vampe più fosche. Ella era una di quelle donne semplici e pudiche che, dal modo col quale si vestono al modo col quale guardano — o meglio, non guardano — tolgono ogni speranza ai seduttori. Aveva il viso bianco, quasi pallido, un po' magro; i capelli nerissimi, raccolti in una treccia attorcigliata sulla nuca; le forme modeste, l'aria dolce e serena. L'avvocato struggevasi, arso, disperato; quando un giorno, andato da quelle sue parenti e non trovatele in casa, la vide apparire mentre egli stava per andarsene. Veniva a cercare anch'ella delle cugine, e udendo che non c'erano si disponeva a tornarsene indietro dopo essersi riposata un istante; ma l'avvocato concepì repentinamente un piano di aggressione. Mandata via la persona di servizio con un pretesto qualunque e chiuso a chiave l'uscio, si gettò ai piedi della donna. Ella s'alzò, gridando dalla paura, tentando di sfuggirgli. Ma l'altro che — come quasi tutti i suoi conterranei — portava sempre a spasso il revolver, lo cavò di tasca e ne diresse la canna contro il petto dell'inerme e debole creatura. Consideri dunque: abbiamo qui una donna naturalmente casta, alla quale non è stata detta una parola d'amore, che si vede aggredita inopinatamente e selvaggiamente, che è minacciata di morte; alla quale il disgusto, l'orrore, il terrore, tolgono quasi i sensi. Orbene: quando l'avvocato la ebbe, con mezzi così eloquenti, persuasa a udire ciò che aveva da dirle, ella rimase muta e sorda; ma quando egli, non contento di una prima.... dichiarazione, la ripetè con nuova lena, ella si riscosse, e la terza volta anche gli rispose....

[pg!37] Ella nega ancora, dice che tutto ciò non prova niente. E io le dirò che, prima di credere alle donne che dichiarano di sentire repugnanza per l'amor fisico, bisogna aspettare di vederle in presenza di un Ottavio di Malivert. E siccome ho cominciato con le storielle, eccone subito un'altra.

Personaggi: Lui e Lei. Lui faceva la corte a Lei. Dicendo corte, non adopero un'espressione molto propria, perchè essa implica l'idea d'una certa tal quale disinvolta leggerezza, poco compatibile con la passione vera. E Lui amava Lei appassionatamente. Era un uomo d'affari; ma, giovanissimo ancora, le cifre ed i conti non gli avevano tolto il bisogno e la capacità d'un puro affetto. Lei non era alle prime armi; anzi molto sinceramente soleva dire che con i grandi lavoratori, con gli artisti, con tutta la gente che ha poco tempo da perdere, non bisogna eccedere nella resistenza. Tuttavia, quanto più era abituata a cadere, tanto più aveva bisogno di dimostrare agli altri ed a sè stessa che solo l'irresistibile slancio dell'anima determinava le sue molteplici cadute; quindi, benchè disposta, per dirla col gergo legale, ad affrettare i termini, pure recitava la commedia del sentimento e allontanava il momento della capitolazione. Ciò le riusciva tanto più facile, quanto più sincero era l'amore che il giovane le portava. Non sapeva costui adoperare se non il linguaggio della più devota e disinteressata passione; e le confessava la passione sua con tanti riguardi e scrupoli, che ella temette veramente d'essersi mostrata troppo crudele e d'aver tolto ogni ardire a quel poveromo parlandogli troppo del cielo, delle stelle, delle anime erranti e degli angelici sponsali. Pensò dunque che le convenisse scendere un poco verso terra perchè egli non dimenticasse che entrambi erano di carne.

E infatti, quando, senza offrirgli nulla, ella gli suggerì l'idea di prendere tutto — arte della quale ogni donna è maestra — egli tentò, delicatamente, timidamente, di prendere non tutto, ma qualche cosa; proprio in quel punto, pensando che un ultimo conato di resistenza non era fuori di posto, ella si ritrasse, come crucciata.

[pg!38] Una parte degli uomini sono brutali per paura di parer timidi; l'altra parte sono timidi per paura di parer brutali. Il nostro eroe apparteneva a questa seconda categoria. Lasciò pertanto a mezzo i suoi tentativi ed implorò perdono, giurando che non le avrebbe chiesto nulla, mai più, pago e superbo della felicità di saperla, con l'anima, sua.... Però, com'è naturale, la visione di ciò che avrebbe potuto ottenere se ella non fosse stata tanto severa gl'impedì di continuare a contentarsi della troppo spirituale comunione; e violentemente combattuto dai nuovi desiderii e dal timore di mancare alla data promessa e di offendere la creatura amata, un bel giorno prese una decisione che le dimostrerà fino a che segno egli fosse sincero e starei per dire ingenuo nella sua passione: fece le valige e partì.

Imagini adesso lo stupore e la contrarietà della dama! Ella s'era dunque mostrata tanto inumana da spingerlo a quel passo estremo? Più esaminava la propria condotta, più si persuadeva di no. Aveva opposto, è vero, qualche difficoltà, ma — Dio buono! — soltanto per non essere confusa con quelle donne che non ne oppongono per professione. Allora?... Che il suo adoratore fosse talmente innamorato da perder di mira il fine ultimo dell'amore, ella non poteva capire; nessuno aveva spinto con lei il rispetto fino a questo segno; neppure quando, più pura, ella ne era veramente degna. Allora?... Allora?... Del resto, egli aveva fatto, sì, un primo ed unico tentativo; ma con tanta fiacchezza, come per darle il tempo d'interromperlo. Allora?... Allora?... Allora?...

Ma ella avrebbe presto ottenuto la spiegazione dì quella condotta! Prima di partire, il troppo rispettoso e obbediente amatore le aveva lasciato una lettera nella quale, con adeguate parole, le diceva che non l'avrebbe più riveduta, che fuggiva non reggendo al tormento di dover stare dinanzi a lei come dinanzi a un'imagine; ma che viceversa avrebbe portato l'imagine di lei nel cuore, sempre, fino alla morte. Ella gli rispose con poche parole, semplici, ma molto eloquenti: «Non [pg!39] è permesso lasciare una donna così, dopo averle tolto la pace dell'anima. Tornate subito e venite a spiegarvi. Dopo, farete quel che vorrete.» E per evitare altri equivoci aggiunse: «Vi aspetterò a casa mia, il giorno tale, all'ora tale; ci sarò per voi solo.»

Egli tornò. E il giorno tale, all'ora tale, si presentò da lei. Il cuore gli batteva così forte come se gli si volesse schiantare, i suoi occhi guardavano senza vedere; e con la gola strozzata il poveretto non sapeva come avrebbe potuto dire una sola parola. Aveva creduto di non più rivedere l'amata, e adesso era sul punto di trovarsela accanto. Che cosa dirle? Doveva confessarle il disperato dolore sofferto nel prendere la risoluzione disperatissima, il vuoto che gli s'era fatto intorno lontano da lei, l'orrore d'una vita alla quale era mancato a un tratto ogni scopo?... Ma se egli sentiva di dover dire queste cose, le sue labbra erano suggellate; e appena la vide, appena strinse la mano che ella gli tendeva, non potè più dominare la commozione: due lacrime gli spuntarono sugli occhi. Allora, senza tante storie, ella gli buttò le braccia al collo, esclamando:

— Ma dunque?... Perchè?... Perchè partire? Perchè lasciarmi?... — e come meglio gli venne fatto, rispondendo agli abbracci ed ai baci di lei, egli disse tutto quel che aveva nel cuore. Allora il duetto divenne un a due di passione impetuosa e trionfante che avrebbe riscosso gli applausi della platea, se simili scene si rappresentassero in pubblico; ma nel momento che il tenore doveva metter fuori la nota più acuta, sentì mancarsi improvvisamente la voce e fece quel fiasco che, secondo Stendhal, è, alle prime rappresentazioni, troppo frequente. Tuttavia, se la commozione gl'impedì di sfoggiare i suoi mezzi, più tardi, calmatosi, egli tornò a disporne.... e da quel giorno la coppia felice restò legata dal più dolce nodo.

Passò del tempo, e col tempo, come accade di tutte le cose di questo povero mondo, la passione di lui cominciò a intepidirsi, ma restò sempre forte il desiderio. Poichè egli era sincero, la cosa fu manifesta; [pg!40] mentre ella, che avea finto prima, continuava con eguale facilità a fingere dopo e a non giurare se non sopra l'immateriale connubio dell'anime. Egli voleva farle riconoscere che anche l'altro ha del buono, ma tutto era inutile.

— No, — sentiva rispondersi, — non mi parlare di ciò; mi fai male. Per noi donne esistono soltanto le ragioni del cuore e dell'anima; ci rassegniamo al resto non potendo fare altrimenti; ma se voi foste capaci d'intenderci, come saremmo felici!...

Allora egli replicava:

— Perchè mai dunque mi richiamasti, quando partii?

— Perchè non si lascia una persona amata nel barbaro modo col quale tu mi lasciasti! Perchè volevo vederti un'ultima volta!

Egli dunque disperava di farle riconoscere ciò che, nel suo intimo, colei doveva riconoscere indubbiamente; quando una volta, discorrendo del passato, si decise a domandarle una cosa della quale era curioso, ma che aveva taciuta perchè non lusingava il suo amor proprio. La domanda era questa: che cosa aveva ella pensato la prima volta che erano stati insieme, quando, nel provare il duetto d'amore, sul più bello gli s'era abbassata la voce?... Ella si mise a sorridere, ma non volle dir niente; e l'altro dovette insistere un pezzo prima di sentirsi rispondere:

— Pensai.... pensai che tu non ne avessi molta....

Egli reprimeva un trionfale scoppio di risa. Dunque, mentre era fuggito per troppo rispetto, per troppa obbedienza, per troppo amore, torturandosi all'idea di averla perduta, d'averla voluta perdere, ella aveva creduto.... che cosa?...

— Che cosa credesti, dunque?...

Candidamente ella rispose:

— Eh! dissi tra me: è dunque scappato perchè non può cantare!...

[pg!41]

LA CERTEZZA

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Io le ho riferito nella mia precedente lettera, cara ed ostinata amica, un fatto il quale dimostra come le donne che giurano soltanto sull'amore-sentimento restino male quando temono di doversene unicamente appagare. La protagonista della mia storiella, spettatrice della momentanea debolezza dell'amico suo, non pensò già, come sarebbe stato naturale e come infatti era, che questa debolezza dipendesse dalle morali commozioni che, secondo voleva dare a intendere, le importavano sopra ogni cosa; ma andò invece fino a sospettare che fosse indizio d'una troppo frigida costituzione! Mi vuol ella concedere che questo sospetto rivela il disinganno provato dalla poco sincera amatrice? Tanto costei aspettava quelle realità dell'amore sdegnate a parole, che, per un breve indugio, ne credè incapace l'amico. Costui potè dimostrarle presto l'inganno e poi la confuse; ma che cosa sarebbe avvenuto se il sospetto di lei fosse stato certezza? Possiamo noi imaginare i pensieri, i sentimenti, gli atti e le parole d'una donna la quale scoprisse che l'uomo amato.... non è uomo?

Ella dirà che un caso simile non si può dare perchè i disgraziati nativamente o casualmente immeritevoli del nome di uomini non amano, o pure amando [pg!42] sono prudenti ed evitano le occasioni di rivelare la specialissima natura della loro passione. Ella s'inganna. Certo, se questi uomini — chiamiamoli così tanto per intenderci — sapessero che la loro incapacità è senza riparo, farebbero come ella dice. Ma è molto difficile che le prove più evidenti li convincano; poichè, avendo fallito ieri e fallendo anche oggi, essi possono credere di valer meglio domani. Ho bisogno di rammentarle che le leggi civili e le religiose consentono la dissoluzione del legame matrimoniale quando il matrimonio non potè essere consumato? Le leggi non prevedono casi ipotetici, provvedono anzi ai casi reali; e debbo io raccontarle qualche successo di questo genere per dimostrarle come vi siano uomini che non avendo potuto percorrere le vie già aperte e molto battute, si sono stimati capaci di aprirsene una nuova? Poichè lo sdegno di dissetarsi a una tazza che serve a tutta la folla può togliere realmente la voglia di bere, costoro hanno spiegato con lo schifo la loro ritrosia dinanzi alle mercenarie, e si sono legati ad una vergine con la quale hanno continuato a ritrarsi. Se la presunzione di valere, nonostante le reiterate sconfitte, quanto ogni altro uomo, spinge questi incapaci al matrimonio, cioè ad un atto gravissimo, al più grave atto della vita, vuol ella che s'arretrino dinanzi a un meno serio impegno? Se dunque costoro sposano le vergini e richiedono d'amore le donne fatte, io torno alla mia domanda e dico: c'è forza di fantasia che possa ricostruire lo stato d'animo di queste donne e di queste spose quando i millantatori restano smascherati?

Ella sa che i romanzieri naturalisti procedono per via di documenti umani, cioè di osservazioni precise, di confessioni sincere, di testimonianze irrecusabili. Ecco uno dei casi nei quali il loro metodo è solo buono. Nè mi dica che fanno meglio i romanzieri romantici tacendo di queste miserie. Sono miserie umane, e niente di ciò che è umano dev'essere indifferente all'artista. Non creda che soltanto i lettori e le lettrici preferiscano i soggetti belli, nobili e grandi: lo scrittore [pg!43] è un uomo come gli altri, e la bellezza, la nobiltà, la grandezza lo seducono come seducono i suoi simili; ma, se per obbedire al proprio istinto egli dovrebbe scegliere e sceglie infatti più volte gli argomenti allettanti, il suo dovere di storiografo della vita, di anatomista del cuore, di esploratore del vero lo spinge anche a trattare gli argomenti repugnanti. Il soggetto del quale discorriamo è del resto repugnante senz'altro? Non può esso ispirare un tragico interesse? Non è una tragica storia quella di Ottavio di Malivert che Stendhal ci narrò?... Ne ho anch'io una da parte, più breve e meno triste; e come ella ha già compreso, le ho scritto questo lungo prologo perchè mi conceda di raccontargliela.

Una dama che conosciamo io e lei, ma della quale mi permetterà di tacerle il nome — tanto più che non le sarà difficile indovinarlo — conobbe un giorno, in una città di questo mondo, un capitano di cavalleria, signore di nascita, avvenente della persona, stimato dai superiori, bene accolto in società. Il nome di questo qui non glie lo dirò per un'altra ragione, per la ragione opposta, cioè che ella non lo conosce. Lo nominai una volta, in presenza di lei, ed ella mi disse di non sapere chi fosse. Dunque: capitano in Piemonte reale; bande e manopole rosse; in testa quel lucente elmo che per l'elegante sagoma è il copricapo più sospirato dai giovani ufficiali italiani — e Massimo d'Azeglio, nei suoi Ricordi ne dice qualcosa. Il capitano aveva la statura di un corazziere, baffi biondi e serici, capelli, ahi, pochi capelli; ma le fronti nude non sembrano chiudere un pensiero molto profondo e una larga esperienza della vita? Moralmente egli era serio, quasi malinconico; intellettualmente coltissimo: ma nonostante la coltura, gli studii e la serietà, ricercava le amabili compagnie, dove il suo nome, le sue belle maniere, la vantaggiosa presenza e la solida reputazione lo rendevano generalmente simpatico. E molto simpatico riuscì veramente alla dama di cui voglio parlarle. Costei, che da sua parte è ispiratrice di grandissima simpatia, s'accorse d'aver fatto colpo sul [pg!44] capitano; ma forse nulla sarebbe accaduto fra loro, se qualcuno non l'avesse particolarmente complimentata per essere riuscita a sedurre quell'uomo, il cui gusto doveva essere molto difficile, giacchè nessuno gli conosceva ancora un'amante. Ciò le provi, mia cara amica, come nell'amore entri quasi sempre, per non dire proprio sempre, una buona dose di vanità. L'idea d'essere apprezzata dal capitano, così sdegnoso di bellezze se non maggiori — la vanità poteva farle riconoscere d'essere meno bella delle altre? — certamente diverse, quest'idea lusinghiera la dispose a dimostrargli in cambio un interesse e un'attenzione che altrimenti non avrebbe forse accordati.

Di questa sua e mia amica nessuno ha mai potuto dir nulla di male. I soliti maligni e le non meno solite maligne si sono provate a sospettarla, ma il motto famoso è stato questa volta fallace: hanno calunniato, hanno calunniato, e niente n'è rimasto. Alla serietà di quella dama la serietà del capitano doveva pertanto necessariamente piacere. Se non gli si conoscevano amanti, ciò voleva dire che, rifuggendo dagl'indegni legami, dai capricci fugaci, egli serbava il suo cuore a una forte, a una grande, a un'immortale passione. Era tanto più naturale che costei spiegasse in tal modo l'austerità della vita del militare, quanto che ella stessa era austera per la stessa ragione. Dica pure, cara contessa, che sono troppo scettico; ma io credo che, come nell'amore entra una dose stragrande di amor proprio, così l'astensione dall'amore il più delle volte non è suggerita tanto dalla virtù quanto da una vanità estrema: chi non ama è colui che non crede nessuno degno dell'amor suo. Ora, se quella dama pensava che il capitano era passato indifferente nella vita per l'anticipata certezza di non poter trovare chi fosse capace d'intenderlo, ella già prevede che cosa doveva accadere dopo il loro incontro: la dama dovè credere d'essere per lui — e d'aver trovato in lui! — l'anima sorella e l'essere predestinato.

Così avvenne realmente. Il capitano espresse il suo sentimento alla dama, e trovò parole così rispettose, [pg!45] le diè prova d'una discrezione così reverente, che ella vide confermate le proprie imaginazioni intorno alla nobiltà dell'animo di lui, e non trovando più ragione di sottrarsi all'amore, si lasciò finalmente andare alle dolcezze troppo lungamente rifiutate. Corse una stagione molto felice, specialmente per lei. Una causa di discordia, in amore, ciò che avvelena l'amore più fortunato è quella specie di contrattempo morale per il quale gli stati d'animo dei due amanti non coincidono: se l'uomo supplica e la donna resiste, se la donna cede e l'uomo trionfa, ciascuno dei due amanti proverà gli stessi sentimenti dell'altro, ma in tempi diversi, anzi con ordine inverso. Il puro affetto, l'onesta amicizia non solamente bastavano alla dama, ma erano il suo desiderio e il suo sogno; appunto per la sfiducia di poterli mai ottenere ella s'era difesa contro le tentazioni quotidiane. Noi abbiamo detto, mia cara amica, che le donne non sono, generalmente parlando, ardenti: ma se la media di esse sta, poniamo, a una temperatura di 10 gradi — essendo 30 quella degli uomini — alcune salgono fino a 15, altre scendono a 5. La nostra protagonista è fra quest'ultime. Suo marito, rompicollo famoso, la disgustò dell'amore rivelandogliene alcuni modi dei quali gli uomini sono ingordi ma che le donne non capiscono se non in circostanze molto rare d'ardore sensuale. Separata dal marito, visse lungamente nella castità; e l'amor casto le era, come si dice in matematica, tutt'in una volta necessario e sufficiente. Ma un uomo poteva lungamente sopportarlo? Ella era casta, ma non sciocca; e comprendeva che la sua propria soddisfazione doveva costare all'amico suo: vedendolo avido di prenderle la mano, di baciarle la bocca, di stringerla al petto, ella temeva che un giorno o l'altro non si sarebbe più frenato, che il purissimo incanto si sarebbe rotto; e ne gemeva, e i suoi gemiti arrestavano il riguardoso amante; al quale ella pensava che un giorno avrebbe dovuto pur cedere, ma era frattanto grata della discrezione. Ora, l'inverno scorso, quando le cose della Colonia Eritrea si guastarono e tutti in Italia trepidavano [pg!46] per la sorte dei nostri bravi che avevano chiesto ed ottenuto di andare a battersi laggiù, si sparse la voce che il capitano... — or ora lo nominavo! — era stato destinato, non si sapeva se dopo sua domanda o per ordine superiore, ai presidii africani. La dama seppe questa notizia da una sua amica, presso la quale si trovava con altre due o tre signore. Giudichi ella come rimanesse all'annunzio! Era possibile che egli avesse voluto lasciarla? Se il decreto non era stato da lui stesso sollecitato, non avrebbe potuto ottenerne la revoca? Ciò non era possibile, in tempo di guerra: egli si sarebbe disonorato, neppur ella poteva consigliargli tanta viltà. E se anzi egli aveva chiesto di partire appunto per non poter più resistere alla resistenza di lei? Perciò dunque non glie ne aveva detto nulla, e le toccava udir la notizia da altre persone?... Questi dolorosi pensieri occupavano talmente la poveretta, che ella non aveva più udito ciò che le amiche dicevano vicino a lei. Una delle dame più commosse al pensiero del destino serbato agli ufficiali d'Africa, aveva detto che, se la guerra è sempre cosa triste, tristissima è laggiù, tanto lontano dal proprio paese, in regioni deserte, contro orde selvagge ed ignare di quelle leggi d'umanità che nelle lotte più accanite tra popoli civili vigono ancora. Un'altra soggiungeva che ciò sarebbe stato quasi nulla senza l'orrore di certe mutilazioni alle quali erano sottoposti i morti, i feriti e gli stessi prigionieri; allora una terza, con un sorriso che le parrà, mia cara contessa, intempestivo, ma che è troppo naturale, osservò che il nostro capitano era assicurato contro questo pericolo. E con nuovi sorrisi un'altra confermò che, infatti, egli non aveva nulla da perdere...

La dama, assorta nei gravi e molesti pensieri, aveva ricominciato a porgere ascolto udendo il nome di lui; ma, sul principio, era rimasta senza comprendere. Che volevano dire?... Quando il senso dell'osservazione fu precisato, ella avvampò. Di sdegno, di vergogna, di dolore? Contro quelle donne, contro di lui, contro sè stessa? Non avrebbe saputo dirlo. Certe commozioni sono d'una natura così complessa ed ambigua, [pg!47] che solo un'attenta indagine può rendercene conto; ma l'indagine vuol tempo e la commozione è fulminea. Dominandosi per non darne spettacolo alle ciarliere, ella andò via senza saper bene che cosa facesse, dove fosse diretta. Fuori, all'aria aperta, la subitanea impressione parve sedarsi; ma come, dopo la tempesta, la superficie del mare sembra tranquilla, mentre tutta la massa dell'acqua è ancora in movimento, così la sua mente ancora tumultuava. Quelle pettegole avevano mentito? Leggermente, come irresponsabili, perchè le faceva ridere, avevano ripetuto una voce bugiarda che qualche malevolo aveva messo in giro? Perchè il capitano faceva una vita diversa dagli altri uomini, da quasi tutti gli uomini, gli scapestrati, i viziosi, gl'invidiosi, gl'incapaci di castità avevano malignamente messo in giro la voce bugiarda?... Ma simili voci si possono propagare ed ottengono credito se non hanno fondamento?... E se era vero? Se il capitano aveva chiesto d'andare a combattere e a vincere in Africa per non aver da patire una sconfitta in Europa? Perciò, dunque, la rispettava e la obbediva? Mentre fingeva d'obbedirla a malincuore, pensava di fuggire per evitare che il nessun merito della sua obbedienza fosse evidente?... No! non era possibile! Se egli avesse provato questa paura, perchè avrebbe cominciato a parlarle d'amore, a richiederla d'amore? Lo aveva forse ella sollecitato a dichiararsi? Gli aveva ella detto di amarla?... No, non era possibile!... Eppure?... Il dubbio così tenzonava nella sua mente; e, senza ch'io insista, ella già vede che non mancavano presunzioni a sostegno delle due ipotesi. Come uscire dal dubbio?

Il mezzo non mancava. La prima volta che si trovò sola con l'amico, senza aspettare che egli parlasse, la dama lo prese per ambe le mani e figgendogli gli occhi negli occhi:

— È vero che andate in Africa? — gli domandò.

Il capitano, quasi cascando dalle nuvole, negò risolutamente.

— Avevo dunque ragione? E' impossibile! Mentiscono!... Voi resterete con me?...

[pg!48] — Con voi, vicino a voi!

— Sempre?

— Sempre!...

E quantunque ella avesse studiato la sua parte, il piacere della prima certezza, la fiducia che anche l'altra voce sarebbe apparsa tosto bugiarda, la fecero cadere nelle braccia di quell'uomo con impeto sincero. Il capitano... il capitano senza essere stato in Africa in mano degli Abissini, e neppure in Oriente in mano dei provveditori del Serraglio, e neppure a Roma al tempo dei cantori della Cappella Sistina, non tentò neppure, contrariamente al dovere di ogni buon militare, di penetrar nella piazza che già gli apriva le porte, che già lo invitava all'occupazione... Allora la dama, risollevatasi, lo colpì con una mano sulla guancia:

— E' dunque vero? — esclamò, accesa dallo sdegno e dal disprezzo. — Uscite di qui!... Non m'apparite più innanzi!...

Egli, come ebro, uscì barcollando.

Potrà ella, cara contessa, condannare questa donna? A me pare che non solamente fece bene, ma che, in una situazione simile, tutte dovrebbero fare — e farebbero — altrettanto.

Per finire la storia, che è, come tutte quelle che io le narro, autentica, le dirò che questo capitano non chiese d'andare in Africa neppure dopo la disastrosa avventura. Chiese soltanto ed ottenne — ma quando al ministro della guerra piacque! — di essere destinato a un altro reggimento.

[pg!49]

UN'INTENZIONE DELLA DUFFREDI

Indice

Contessa mia,

Sia lodato il sommo Iddio! Finalmente ci siamo posti d'accordo! Ella approva pienamente la condotta della signora di cui le narrai nell'ultima mia lettera la curiosa avventura e riconosce che quel capitano, degno soltanto di compassione se avesse atteso al suo mestiere guerresco — ma non avrebbe potuto sceglierne, in verità, uno più adatto alla nativa mitezza dell'indole sua? — fu degno dello schiaffo somministratogli dalla donna troppo idealmente amata.

Ella conviene espressamente con me sul significato di quel fatto; anzi — sia onore al suo spirito — istituisce in proposito alcuni paragoni molto, come si dice, calzanti: «La castità del vostro capitano,» (perchè mio, poi?) «somiglia al nobile disdegno della volpe per l'uva alla quale non poteva arrivare. S'intende,» ella soggiunge, «che non c'è merito se non c'è sforzo, e quando si parla di resistenza agli istinti, la prima cosa è che gl'istinti operino; come quando voi volete fare un intingolo di lepre dovete cominciare col prendere una lepre.»

Bene! Benissimo! Mi consenta tuttavia di farle osservare che la quistione era un'altra e che, per colpa [pg!50] senza alcun dubbio mia, ora essa mi pare vicina a fuorviare. Il punto dal quale partimmo è questo: le realità dell'amore, alle donne che danno a intendere di non apprezzarle, sono infatti così indifferenti come esse dicono? Che, nonostante l'innegabile loro calma, esse esagerino un poco nelle dichiarazioni d'indifferenza, io ho tentato di provarle; ora questo appunto ella negava. Forse, anzi certamente neppur ora si arrenderà. Ella già dice che l'avventura del capitano non prova niente, già mi butta il suo guanto sfidandomi a una più luminosa dimostrazione; ed io mi precipito a raccogliere il morbido e odoroso involucro della sua bella mano. Se vinco, me lo lascia come trofeo?

Diciamo dunque — o meglio dico io soltanto, per ora — che queste benedette realità non sono poi tanto disprezzate nel fatto quanto a parole. Certo, il primo patto che quasi tutte le amate pongono ai loro amanti è di contentarsi... delle sole parole. Questa è una cosa tutta istintiva; è la naturale riluttanza della femmina a cedere; riluttanza notabile in tutta la scala animale. Nella prima fase, adunque, la resistenza è proprio sincera. È sincera fino all'ultimo? Non si può credere, perchè ha pur da arrivare un momento nel quale il secondo istinto, l'istinto di cedere, fa udire finalmente la sua voce e, se proprio non reprime e soffoca quell'altro, viene certamente in contrasto con esso. Allora le dichiarazioni di repugnanza non sono mentite? Nelle femmine animali che non pensano, o almeno non parlano, non c'è ipocrisia: finchè l'istinto della resistenza ha il sopravvento, esse resistono, graffiano, mordono, fuggono; quando il secondo predomina, si sottopongono al maschio. Nelle donne, cioè in esseri dotati di coscienza, noi dobbiamo a priori ammettere che debba necessariamente prodursi una contraddizione, un contrasto, il sentimento d'un intimo dissidio. La donna che, obbedendo al primo moto di repulsione, ha messo come patto di non dover pagare di persona, deve necessariamente pentirsi d'avere avuto troppa fretta quando il secondo moto, l'impulso al consenso, si manifesta.

[pg!51] Noi possiamo qui trovare fra parentesi, amica mia, un'altra prova di ciò che io ho ripetutamente asserito e che ella ha costantemente negato: cioè la miglior qualità dell'amore maschile. Gli uomini, come maschi, obbediscono sempre a un istinto solo: quello della conquista. Essi sono coerenti, logici, sinceri; vedono la donna, la desiderano; desiderandola, fanno di tutto per ottenerla. Tutti i loro atti sono direttamente rivolti a uno scopo nettamente definito: la loro volontà è ferma, la loro costanza strenua. Le donne invece, dibattendosi fra la repulsione e l'inclinazione, disvogliono e vogliono, dicono una cosa e ne pensano un'altra, si ritraggono mentre starebbero per cedere, cedono quando stanno per ritrarsi, non sanno che cosa sentano veramente, tengono una condotta ambigua, e dicono parole false. E l'insistenza degli uomini non è soltanto lodevole ma provvidenziale; giacchè grazie ad essa le incoscienti creature escono finalmente dall'ambiguità e, cedendo nonostante le prime dichiarazioni di repugnanza, se la cavano col fingere, all'ultimo, una vergogna e un rimorso poco sinceri.

Ma supponiamo un caso che si sarà dato realmente chi sa quante volte, supponiamo che la supplice resistenza della donna abbia persuaso l'uomo a desistere ed a tralasciare il suo atteggiamento aggressivo. Se quest'uomo si sarà persuaso, per far piacere all'amata, di non chiederle più nulla, che cosa dovrà provare costei quando sarà disposta ad accordare ciò che non le è più chiesto? Dovrà ella stessa istigare il suo rassegnato compagno? Le precedenti dichiarazioni non glielo consentono: chiedendo ora ciò che prima rifiutava, costei temerà giustamente d'essere mal giudicata. Dovrà dunque a sua volta comprimere, come ha voluto che lo comprimesse l'uomo, il suo desiderio? Non cercherà un modo d'uscire da questo imbarazzo per non prolungare l'attesa troppo penosa?... Il fatto ch'io voglio narrarle si riferisce appunto a questa situazione. Dico fatto perchè ho preso l'abitudine di dire così; ma ella troverà qui narrata un'idea, un'intenzione, l'indizio d'uno stato d'animo, più che un vero e proprio avvenimento.

[pg!52] Ella conosce la protagonista, ed io glie ne dico subito il nome. E' Donna Teresa Uzeda Duffredi di Casaura. La vita di questa donna fu per me altra volta argomento d'un lungo studio, che le dispiacque un po' meno degli odierni ragionamenti sull'amore, ma che pur le dispiacque. Con la benevola indulgenza che mi ha sempre — almeno prima d'ora — accordata, ella volle trovare parole troppo lusinghiere per l'arte con la quale trattai quel soggetto, ma si dolse che, fra centinaia e centinaia di soggetti, io pensassi di scegliere proprio quell'uno. Pure concedendo che quella donna non meritasse la severità con la quale il mondo la giudicò, ella avrebbe preferito ch'io mi fossi esercitato intorno a un argomento più nobile. Ormai il fatto è fatto, e procurerò di contentarla meglio un'altra volta. Non starò neppure a difendere qui Donna Teresa e non dirò che fosse vittima inconsapevole dell'eterna illusione e che non volle e non meritò il suo triste destino. Certo fu una disgraziata. L'eredità del vizio, gli esempii che le furono troppo presto e nella stessa famiglia posti dinanzi, la disgrazia d'un marito incapace di darle soccorso, anzi quasi intento a precipitarla nel baratro, spiegano com'ella dovesse fatalmente precipitarvi. Non cadde una sola volta, è vero. Ma l'incapacità dei disinganni a salvarci dal persistente allettamento delle illusioni e la logica inesorabile delle situazioni false dovevano produrre questo effetto, immancabilmente. Se io m'indugiai a studiare quella vita che a lei non parve degno soggetto di storia, ciò fu appunto per rendermi e per rendere altrui ragione di questa fatale persistenza dell'illusione a dispetto degli ammaestramenti dell'esperienza. Tutti i romanzi ci narrano la storia di qualche colpa, e l'adulterio è il tema eterno delle opere d'arte. Ora l'arte che s'interessa ad una colpa, scusandola e dimostrandone la fatalità, non ci aveva ancora interessati a tutta una vita di colpe altrettanto fatali quanto la prima. I romanzieri, dopo aver narrato l'adulterio, lasciano l'adultera in asso, non ci dicono che cosa è poi accaduto di lei e talvolta la fanno più comodamente morire. Nella realtà [pg!53] la morte viene raramente a sciogliere le false situazioni; e se qualche rarissima volta le adultere riscattano nella restante lor vita l'unica colpa, quasi sempre fatalmente trascorrono di errore in errore. Madame Bovary, alla quale taluno volle immeritevolmente paragonare Teresa Duffredi, ebbe dopo il primo un secondo amante. Quante non sono le donne che ne hanno avuto tanti che non saprebbero neppure esse noverarli? Perchè mai, dunque, l'arte non avrebbe da studiare una di queste vite tanto avventurose? Certamente molte, e se vuole dirò anche la quasi totalità di simili donne, sono incapaci d'ogni più fugace sentimento, e le meccaniche loro cadute, potendo forse interessare gli scienziati delle cliniche, non hanno nulla che attiri l'attenzione dell'artista; alcune tuttavia, e siano pure pochissime, obbediscono a qualche sentimento, comprendono il rimorso, non cadono senza qualche lotta, invidiano quelle che restarono pure, sono insomma degne di studio. La Duffredi ebbe, da ventisei a quarant'anni, cinque amanti, mettendo nel conto quell'Aldobrandi che, per adoperare la frase del giocondissimo Armand Silvestre, le diede soltanto qualche idea sui tributi indiretti.... Alcuni pensano che cinque amanti siano troppi. Che cosa direbbero costoro se io dicessi che sono pochi e che un artista più abile di me imprenderà un giorno a scrivere la storia d'una di quelle donne che conosciamo io e lei, le cui avventure si contano a dozzine? Tutto sta che in questa serie di avventure ci sia qualcosa che importi, che commuova le nostre viscere umane con la rivelazione d'un aspetto nuovo od insolito dell'umana natura!

Eccomi un poco lontano dal soggetto. Ma ella non si duole, mi ha scritto, delle divagazioni e degli episodii, perchè, bontà sua, dice che aggiungono sapore alle mie lettere. Veniamo però senz'altro alla nostra protagonista.

Il penultimo dei suoi amanti, anzi quello che ella credette fermamente dovesse essere l'ultimo — ciascuna caduta pare l'ultima perchè ogni amore sembra eterno; ma Donna Teresa che oramai sapeva il giuoco [pg!54] dell'illusione, aveva altre ragioni per credere alla saldezza di questo legame — il penultimo dei suoi amanti, dico, fu Enrico Sartana. Era stato quasi suo promesso prima dell'infausto matrimonio con Guglielmo di Casaura; s'erano amati del puro amore della prima giovinezza; poi non s'erano più visti. Incontratisi dopo più di vent'anni tempestosi per entrambi, negli stessi luoghi dove avevano sognato di unirsi, in Sicilia, a Palermo, il sentimento antico si venne ridestando. Questa resurrezione procedè per vie opposte: mentre in lei derivò dalla paura d'essere disprezzata per la vita troppo avventurosa, dall'idea che Sartana dovesse stimarsi fortunato di non essersi legato a una donna che aveva fatto tanto e così male parlare di sè, dalla secreta speranza di mostrarglisi migliore della propria reputazione; egli invece pensò a lei pieno di pietà e di commossa simpatia per le disgrazie delle quali la credè vittima. C'era in questa benigna disposizione di lui il rimorso di non aver forzato la mano alla propria famiglia? C'era la presuntuosa certezza che, se fosse stata sua moglie, ella non avrebbe pensato a tradirlo e sarebbe vissuta felice ed onesta? O non piuttosto la brama di averla lo disponeva a tanta indulgenza? Lasciamo stare quest'indagine; perchè, se dovessi dirle la mia opinione, io le direi che la pietà di Sartana e la pietà di tutti gli uomini per le adultere che da lontano condannano severamente, è semplicemente dettata dall'appetito, come la miglior via di soddisfarlo. Ho ragione? Confessi che la metto in un bell'impiccio. Ella vorrebbe darmi dello scettico perchè nego la sincerità d'un buon sentimento; ma poi pensa di applaudirmi, giovandosi del mio giudizio per sostenere che gli uomini sono incapaci di buoni sentimenti e non pensano se non alle proprie soddisfazioni!...

Comunque sia, fatto è che Sartana rammentò alla Duffredi il loro passato felice, e le lasciò dapprima intendere e poi le disse chiaramente la sua speranza di farlo risorgere, di tramutarlo in un più felice presente. La Duffredi, contenta d'ottenere la prova che egli non aveva orrore di lei, vinta ella stessa dai ricordi buoni, [pg!55] lo lasciò dire. Ma poteva ella cedere a quest'uomo? Dopo la triste esperienza, non doveva stare in guardia contro nuove cadute? Dopo che Aldobrandi le aveva corrotta l'anima, dopo che ella aveva tradito Paolo Arconti col visconte de Bienne, dopo che lo stesso Arconti l'aveva abbandonata, dopo che ella aveva presunto vendicarsi cedendo al principe di Lucrino, si sentiva ridotta a tale avvilimento, che aveva un solo bisogno: purificarsi con qualcosa di nobile, di alto, di immacolato. E se ciò era molto difficile, anzi, con altri uomini, impossibile, non doveva ella cogliere l'occasione insperata e conseguire questa specie di redenzione sentimentale per opera di Sartana, cioè di uno che l'aveva purissimamente amata da giovanetta, di uno che solo fra tutti poteva e doveva rispettarla in nome dell'innocenza del loro passato?... Dobbiamo dire che questo fosse un sofisma? Certo, se pur fu sofisma, Teresa non ne ebbe coscienza e restò sincera; la sua condotta posteriore lo provò. Il Sartana accettò d'esserle amico secreto, promise di non macchiare la santità del loro affetto e per un certo tempo mantenne la promessa; poi, naturalmente, la dimenticò ed insistette presso l'amica per indurla a ciò che era e doveva essere il naturale coronamento dell'amor loro; ma costei spinse a tal punto la resistenza e dimostrò d'essere stata tanto sincera mettendo il patto insostenibile, che fuggì dopo avergli diretta una romantica lettera d'addio e senza dirgli dove andava a nascondersi.

Fu questo uno dei migliori atti della sua vita, una delle prove che ella era degna di miglior sorte. Ho chiamato romantica quella lettera, ed ella che forse la rammenta, riconoscerà che merita d'esser chiamata così. Tutte le perverse e abominevoli creature che sono vissute nel male per istinto, per genio, dicono che la storia di Teresa Duffredi è la loro, presumono ottenere come lei indulgenza e perdono; ma esse non fuggono: si buttano alla testa delle persone, non sanno che cosa sono gli scrupoli, ignorano il senso della parola rimorso, non s'acquetano neanche con l'età, quando la loro carne è vizza, quando i loro capelli sono canuti. [pg!56] Sì, ella ha ragione: la storia della loro vita, soggetto buono per qualche pornografo, non rivela altro che una spaventevole ipocrisia. Ma il romanticismo di Donna Teresa, quella sua velleità di distinguersi, quella sua idea d'esser fatta a un modo tutto particolare, di dover provare e far provare cose arcane e ineffabili; quel suo concetto della vita esagerato e falso che la faceva parlare ed agire come sopra un palcoscenico dove tutto è dramma, giuramenti infrangibili, fatalità tenebrose, spasimi sovrumani, questo suo romanticismo, dico, questa forza di un'illusione che la sottraeva alla realtà e la poneva in urto con la logica, fu la sua scusa ed è ciò che può interessarci a lei.

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Ograniczenie wiekowe:
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Data wydania na Litres:
15 stycznia 2025
Objętość:
300 str. 1 ilustracja
ISBN:
4064066071165
Wydawca:
Właściciel praw:
Bookwire
Format pobierania:

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